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venerdì 17 maggio 2024

La lingua ermetica dei Vescovi francesi, ovvero come la lingua del bosso [il gergo ecclesiastico: N.d.T.] si rivela bla, bla, bla…

Vi proponiamo – in nostra traduzione – la lettera numero 1037 pubblicata da Paix Liturgique il 15 maggio, in cui si riporta un significativo florilegio dalle lettere pastorali dei Vescovi francesi, che per loro natura sono rivolte ai fedeli, ma si rivelano scritte in una lingua, anzi gergo iniziatico sempre più astruso, incomprensibile, autoreferenziale e spesso ridicolo.
Se la situazione non fosse grave e drammatica, si potrebbe scrivere che il Conte Raffaello Mascetti stia facendo scuola anche nelle Cancellerie curiali d’Oltralpe.

L.V.


Da più di mezzo secolo, la riforma liturgica e l’uso delle lingue vernacolari sono giustificati dalla necessità di garantire ai fedeli una migliore comprensione dei testi della Messa e dei dogmi. Va detto che, a forza di prendersi per prefetti che amministrano la carenza (di sacerdoti, di fondi, di vocazioni, di mezzi ecc.), i Vescovi si sono ricostituiti una novellistica totalmente ermetica – compreso il buon senso – che dispensano abbastanza volentieri nelle loro lettere pastorali.

Il 23 agosto, il portale Riposte Catholique ha pubblicato un estratto particolarmente duro della lettera di mons. Emmanuel Delmas, Vescovo di Angers, del 29 giugno per l’estate 2023 [QUI: N.d.T.]. Due mesi non saranno troppi per i fedeli e i sacerdoti di Angers per cercare di capire affermazioni come questa:

Nelle loro missioni affidate dalla Chiesa, i vari consigli della vita diocesana sono invitati a vivere un «camminare insieme» del popolo di Dio. Ciò traduce «il cammino della sinodalità (…), il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa» in uno «stile particolare che determina la vita e la missione della Chiesa».

Ma sono sette pagine! Per annunciare, ad esempio, la scomparsa di un Vicario episcopale e la riorganizzazione della Diocesi di Angers in quattro Decanati, mons. Emmanuel Delmas si lascia andare:

La missione della Chiesa e, in particolare, la Parola che essa porta nel nostro mondo è attesa da molti dei nostri contemporanei. È persino una fonte di speranza e parte dell’opera di salvezza per tutti.
Nel contesto che abbiamo descritto, seguendo papa Francesco, riceviamo questa chiamata a una conversione pastorale della Chiesa diocesana per servire l’annuncio del Vangelo. Il Vangelo di Cristo è la ragione profonda per rinnovare l’organizzazione della Chiesa diocesana, che è chiamata a essere sempre più fedele alla sua vocazione più profonda, al suo stesso essere, e più in particolare alla sua vocazione missionaria. «Senza una nuova vita e un autentico spirito evangelico, senza la fedeltà della Chiesa alla propria vocazione, ogni nuova struttura si corrompe in breve tempo». Il rinnovamento della vita ecclesiale non è in primo luogo il risultato della novità che porta, ma piuttosto della fecondità che ispira al servizio della missione che è chiamata a servire. Se si tratta di convertire le nostre strutture ecclesiali per servire sempre più efficacemente il dinamismo dell’evangelizzazione, si tratta anche della nostra conversione personale come fedeli di Cristo chiamati a rispondere alla nostra vocazione di «discepoli missionari».

E questa è solo la metà del primo paragrafo!

Poco più avanti, egli descrive l’organizzazione da sogno della sua Diocesi – una bella struttura amministrativa sulla carta. La preoccupazione per i fedeli sembra molto lontana:

ho invitato le Parrocchie a riflettere su nuovi modi di lavorare insieme per rispondere meglio alla sfida dell’annuncio del Vangelo. Attraverso la formazione di «centri missionari», due o tre Parrocchie sono chiamate a formare una forma di alleanza per unire una visione pastorale comune e servire meglio l’attuazione delle azioni pastorali missionarie. Questi centri di promozione missionaria non costituiscono una nuova struttura canonica. La definizione territoriale delle attuali Parrocchie rimane invariata. Se ogni comunità parrocchiale riceve, in un determinato luogo, la stessa missione di servire l’annuncio del Vangelo, la costituzione di un «centro missionario» permette di sostenere tutti i fedeli di una comunità parrocchiale nei mezzi e nei metodi di animazione della vita parrocchiale. Nell’ambito di questo sostegno pastorale, e in virtù del Sacramento ricevuto, i sacerdoti sono particolarmente incoraggiati a sviluppare nuovi modi di lavorare insieme e, naturalmente, con tutti i fedeli laici.
Il rinnovamento del sostegno territoriale si riflette nella creazione di quattro Decanati. Questo sviluppo mi suggerisce di guardare più da vicino alla rinnovata missione del Decano. Il Decano ha il compito di servire la comunione nel suo Decanato. Chiedendogli di essere attento alle persone che hanno ricevuto una nomina o una lettera di missione, la sua preoccupazione si esercita concretamente nell’accompagnamento e nel sostegno dei fedeli missionari nella loro missione di Cristiani battezzati.

E prosegue spiegando il suo ruolo e quello delle strutture che lo circondano:

L’esercizio del ministero del Vescovo diocesano è esso stesso legato all’intero Popolo di Dio a lui affidato.
Nelle loro missioni affidate dalla Chiesa, i vari Consigli della vita diocesana sono invitati a vivere un «camminare insieme» del popolo di Dio. Ciò traduce «il cammino della sinodalità (…), il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa» in uno «stile particolare che determina la vita e la missione della Chiesa». […]
Questi consigli e delegazioni non possono essere ridotti a un’unica organizzazione umana. Sono dati al Vescovo per consentirgli di svolgere la sua missione pastorale nella fedeltà a Cristo presente in mezzo al suo popolo. Il «Buon Pastore» è colui che guida l’intera umanità attraverso il sacramento della sua Chiesa. Siamo chiamati qui ad approfondire la nostra comprensione della Chiesa, «sacramento» dell’Alleanza che Dio ha stretto con l’intera umanità. […]
Contemplare così il mistero della Chiesa, che è chiamata a non rimanere egocentrica e autosufficiente, ci invita a non dimenticare la sua missione e la sua responsabilità. La Chiesa deve essere il lievito e l’anima della società, il lievito nella pasta, il sale della terra, per usare alcune immagini del Vangelo.
Ecco perché la vita e l’organizzazione della Chiesa diocesana attorno alla figura del Vescovo sono chiamate a favorire questo dialogo tra la Chiesa e il mondo, con l’obiettivo di esserne lievito e anima.

Sarebbe stato un peccato non farlo…

Mons. Emmanuel Delmas non è l’unico ad agitare la penna. Nella Diocesi di Gap-Embrun, mons. Xavier Malle – che vede più lontano e soprattutto più in alto – ha pubblicato nel 2022 una lettera pastorale intitolata Mission Altitude! (2022-2030) [QUI: N.d.T.]. È costata la principesca somma di 7.700 euro per 54 pagine, 143 euro a pagina – un sacco di soldi per una Diocesi povera – e il suo unico scopo sembra essere quello di promuovere il futuro card. Jean-Marc Noël Aveline, Arcivescovo metropolita di Marsiglia, che ha scritto la prefazione.

Il suo testo, perfettamente comprensibile, cede il passo a un po’ di propaganda a partire dal terzo paragrafo:

Inoltre, le montagne sono sempre state rifugi per coloro che dovevano fuggire dall’ostilità a cui erano sottoposti nelle pianure dei loro Paesi. È stato così all’epoca in cui Ugonotti e Vodesi si sono rifugiati qui, in particolare nella valle di Vars, nel Queyras e nella valle di Freissinières. È vero oggi, quando i migranti che arrivano dall’Italia tentano, con grande rischio per la loro vita, di attraversare i passi innevati che vi collegano all’Italia senza un equipaggiamento adeguato. Vorrei ringraziarvi per aver già fatto tanto, incoraggiati da mons. Xavier Malle, il vostro Vescovo, per compiere questa bella e nobile missione di ospitalità.

Ma bisogna leggerlo per apprezzare la penna di mons. Xavier Malle, Vescovo di Gap-Embrun, anche solo nell’introduzione, che sfonda tante porte aperte con un ariete:

In tutti i Paesi del mondo, assistiamo a cambiamenti di civiltà, accelerati dalla globalizzazione di una certa forma di materialismo e dalla digitalizzazione della società. A ciò si aggiungono le sfide della crisi ecologica, dell’estremismo religioso, dell’impatto della pandemia COVID-19 e dei numerosi conflitti armati. Le nostre società stanno diventando quelle che un sociologo ha definito «società liquide»: nulla sembra solido, le istituzioni sono messe in discussione e tutto ciò che conta è l’individuo e i suoi desideri. La nostra Chiesa, naturalmente, è colpita, ma non è forse un punto di appoggio, quasi l’unico che rimane solido? Le crisi attuali cambieranno la società? Certo, per esempio, nel «mondo dopo» potremmo sperare di misurare l’importanza dei servizi pubblici durante la pandemia, o il ruolo dell’Europa durante la guerra in Ucraina, ma sta a ciascuno di noi portare la Pace nel mondo! «Rimanere in silenzio non è forse una forma di non assistenza a una società in difficoltà?»

E continua per pagine e pagine – ovviamente la «sinodalità» fa parte della storia. Per esempio:

Nel 2020, papa Francesco ci ha regalato questa magnifica lettera enciclica Fratelli tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale. La fraternità va vissuta con ogni essere umano, e a maggior ragione nella nostra comunità cristiana, poiché abbiamo lo stesso Padre. Nella Chiesa, il Papa ci dice che la sinodalità è la via da seguire per il nostro tempo.
La sinodalità si basa sull’ecclesiologia di comunione, un altro nome per l’unità della Chiesa, la bussola data dal Concilio Vaticano II. Dire nel Credo «Credo la Chiesa una» significa dire che la Chiesa è una per la sua fonte (unità nella Trinità), per il suo fondatore (Cristo) e per la sua anima (lo Spirito Santo). «La nostra unità è la fede in Gesù Cristo e nella sua Parola». […]
Questo è ciò che molti hanno sperimentato durante la fase diocesana del Sinodo sulla sinodalità. Condividono la gioia di ciò che hanno potuto sperimentare insieme nei piccoli gruppi sinodali, di essersi ascoltati e riconosciuti come fratelli e sorelle, al di là delle differenze di opinione. […] «Partecipare a tutte queste iniziative ecclesiali mi dà l’opportunità ogni volta di sperimentare nuove piccole morti per me stesso e anche la gioia di piccole resurrezioni». […]
Una Chiesa sinodale è una Chiesa in ascolto, in cui tutti hanno qualcosa da imparare: i fedeli, il Collegio episcopale, il Vescovo di Roma, il Vescovo di Gap-Embrun, ognuno in ascolto degli altri, e tutti in ascolto dello Spirito di verità (Gv 14, 17) per sapere cosa dice alle Chiese, da cui l’importanza di iniziare ogni riunione ecclesiale con la preghiera.
Abbiamo avuto un assaggio di ciò che papa Francesco sperava, ma il lavoro essenziale è ancora davanti a noi. L’obiettivo di questo Sinodo non è produrre documenti, ma vivere un’esperienza di comunione, partecipazione e missione, per «far germogliare sogni, risvegliare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare la fiducia, ricucire ferite, tessere relazioni, far risorgere un’alba di speranza, imparare gli uni dagli altri e creare un’immaginazione positiva che illumini le menti, riscaldi i cuori, dia forza alle mani…» […]
A proposito di fraternità, riconosciamo che tutti abbiamo bisogno di una conversione nei nostri rapporti con gli altri. Da un lato, possiamo essere più o meno feriti da esperienze negative. Dall’altro, a volte siamo tentati di dare giudizi sulle persone che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, mentre il giusto atteggiamento evangelico è «includere tutti; dobbiamo aiutare tutti a trovare il proprio modo di far parte della comunità ecclesiale, in modo che si sentano oggetto di una misericordia immeritata, incondizionata e gratuita».

Non avete capito? Questa lettera pastorale fissa la data del 2030: otto anni non saranno troppi per cercare di capirla… o per seppellire definitivamente il Cattolicesimo nella Diocesi di Gap-Embrun.

Nella Diocesi di Saint-Claude, mons. Jean-Luc Garin – scelto insieme a mons. Nicolas Jean-Marie Souchu, Vescovo di Aire e Dax, e a mons. Vincent Dollmann, Arcivescovo di Cambrai, dall’emittente televisiva KTO come modello di Episcopato francese in un programma che sarà trasmesso a settembre – ha anche difficoltà a esprimere a parole i mali della sua Diocesi, che è praticamente clinicamente morta. Per molti mali, quindi, ha bisogno di ancora più parole.

Ad esempio, nella sua lettera sulle fraternità pastorali [QUI: N.d.T.]:

Questa sete di riscoprire relazioni fraterne di qualità nella nostra Chiesa diocesana è la priorità principale che avete espresso durante la fase diocesana del processo sinodale. […] Ma i nostri spazi parrocchiali stanno diventando così grandi che diventa difficile sviluppare uno spirito comunitario, soprattutto dopo questi due anni di pandemia che hanno colpito molto le nostre comunità. Si può partecipare a un’Eucaristia domenicale senza stringere realmente legami con gli altri, senza fare l’esperienza di essere accompagnati nella fede. Sentiamo il bisogno di riscoprire le relazioni strette e di sperimentare il sostegno reciproco nel tempo. La creazione delle fraternità parrocchiali è una risposta a questa esigenza ampiamente espressa.
Molte persone che iniziano un cammino di fede, o che non sempre si trovano a proprio agio nelle nostre Messe domenicali, potrebbero trovare in queste fraternità una «porta d’ingresso», un’accoglienza calorosa, uno spazio di incontro e condivisione, un sostegno a lungo termine, e vivere così un’autentica esperienza spirituale ed ecclesiale.”

La sua ispirazione continua:

Siamo sempre propensi a invitare nuovi membri a far parte di una fraternità parrocchiale, soprattutto coloro che sono più lontani dalla Chiesa, o coloro che hanno bisogno di sostegno perché stanno attraversando una prova. L’amicizia in una fraternità favorisce lo scambio approfondito, il sostegno nella fede e l’aiuto reciproco. […] Ogni fraternità può essere paragonata a una piccola cellula umana che si divide in due per permettere la nascita di nuove cellule. È a questa condizione che un corpo umano può crescere e rinnovarsi. Allo stesso modo, la fecondità delle nostre fraternità parrocchiali sarà messa alla prova dalla nostra capacità di invitare e integrare regolarmente altri membri, fino a creare un nuovo gruppo quando il numero dei partecipanti diventa troppo grande. […]
Ad oggi, diverse fraternità hanno iniziato questa avventura. Alcune sono nate dalla trasformazione dei «gruppi libretto» in fraternità parrocchiali, altre si sono formate spontaneamente e altre ancora sono in gestazione. […] Sono possibili diversi modi di vivere questa fraternità e c’è spazio per la creatività.
Un’équipe diocesana è stata incaricata di incoraggiare e sostenere la creazione di queste fraternità parrocchiali. Troverete dei foglietti informativi con le linee guida per la vita delle fraternità e l’organizzazione degli incontri.

Del resto, la verbosità è contagiosa – lo testimonia la riunione del Consiglio presbiterale della stessa Diocesi di Saint-Claude del maggio scorso [QUI: N.d.T.]:

emerge chiaramente l’urgenza di ripensare la visione pastorale e la missione della Diocesi, così come la vita e il ministero dei sacerdoti, il cui numero in diminuzione pone un problema reale nel rispondere alle diverse e variegate richieste del popolo di Dio.

E a ragione: non ci sono più abbastanza sacerdoti – e anche i laici impegnati nelle missioni della Chiesa fanno fatica a rinnovarsi. È urgente una nuova lettera pastorale di cinquanta pagine su questo tema!

La Diocesi di Viviers è messa ancora peggio: non ha fedeli e quasi nessun sacerdote, ma i nomi dati alle attività pastorali sono impressionanti. Per esempio, la pastorale siro-fenicia sul servizio dei laici nella missione della Chiesa, creata da mons. Jean-Louis Balsa, che, quando è partito per l’Arcidiocesi di Albi, ha lasciato una Diocesi cerebralmente morta e ha piantato l’unico progetto di una nuova chiesa – sostenuta da una comunità carismatica, la Famille missionnaire de Notre-Dame, in alleanza con il Prefetto, i frati, gli ecologisti e gli zadisti [neologismo da «zone à défendre»: N.d.T.] che, con l’appoggio episcopale, moltiplicano le scritte blasfeme e interrompono le Messe…

Comunque, vale la pena di distrarsi [QUI: N.d.T.]:

L’effetto generale di tutto ciò è stato quello di creare una nuova struttura gerarchica, con equipe di animazione pastorale, consigli parrocchiali e strutture economiche essenzialmente centralizzate, con il numero di abitanti o le dimensioni geografiche spesso come criteri per i «posti centrali», e allontanando i sacerdoti da un apostolato locale, impossibile in ogni caso dato il loro numero.
Ciò ha ridotto in gran parte la vita delle comunità locali a un’Eucaristia occasionale e i sacerdoti al rischio di essere ridotti a dispensatori di sacramenti.
L’effetto è stato quello di ridurre la vita comunitaria a proposte pastorali centralizzate o a veri e propri subappalti a sovrastrutture di ciò che dovrebbe essere vissuto all’interno delle comunità.
Questo modello di organizzazione parrocchiale, su cui viviamo oggi, non ha un grande futuro, visto non solo il ridotto numero di sacerdoti a venire, ma anche la forte scristianizzazione, a meno che non si immagini una riduzione del numero delle Parrocchie, aumentando ulteriormente la superficie, e affogando i Cristiani attivi nelle funzioni delle sovrastrutture.
E comunque non sono coerenti i comportamenti umani, collettivi, economici, politici e spaziali, i luoghi di educazione, di lavoro e di consumo. […]
Dobbiamo quindi immaginare e inventare per il futuro un nuovo modo di vivere le nostre Parrocchie, con pochi sacerdoti e pochi Cristiani, abbandonando l’ossessione di occupare tutto lo spazio e il tempo.
Dobbiamo fare di queste comunità di base dei raduni di Cristiani dove possiamo essere toccati da Gesù fino a sperimentare la salvezza.
Dobbiamo inventare e sviluppare comunità di base molto diverse, che non siano un rimpicciolimento o un ritorno alle vecchie Parrocchie, e considerare la Parrocchia come una comunione (e non una comunità) di comunità di base.”

E l’ultimo ad andarsene butta via la sua spazzatura – la lettera enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune obbliga – spegne la luce e chiude la porta. Almeno gli abitanti di Albi, Castres e Lavaur sanno cosa aspettarsi…

Nell’Arcidiocesi di Bourges, il discretissimo mons. Jérôme Daniel Beau ha parlato in neolingua per la Pentecoste 2022 – 17 pagine tutte uguali! La conclusione è un modello nel suo genere [QUI: N.d.T.]:

Oggi, l’appello del nostro mondo alla fraternità e alla felicità è urgente. […]
Nelle ultime settimane abbiamo iniziato a lavorare sulla questione della sinodalità e del governo della Chiesa. Si tratta di un tema importante che richiede una riflessione su ciò che ciascuno si aspetta dalla Chiesa, su cosa sia una comunità sinodale e sul posto e la responsabilità di ciascuno in una parrocchia e nella nostra diocesi. Questo percorso non sarà possibile se siamo egocentrici nelle nostre convinzioni. Richiede di decentrarsi e di ascoltare le aspettative del nostro mondo e le chiamate che il Signore ci rivolge.
Nei prossimi anni, ogni Parrocchia non potrà fare tutto! Qual è il cammino che la vostra comunità vorrebbe intraprendere, al di là della trasmissione della fede e delle celebrazioni domenicali che sono il «cuore pulsante» della fede? Mi sembra che un periodo di crisi debba essere un periodo di espansione. «Allargate lo spazio della vostra tenda». Cosa volete realizzare di nuovo? Cosa volete condividere? Qual è il cuore ardente della vostra Parrocchia? […]
Ogni Parrocchia deve essere la fonte delle attività in cui siamo coinvolti e del nostro impegno nel mondo.
Una Chiesa che va verso la periferia non ha paura di impegnarsi con fede nelle culture che formano la nostra società. Questo ci impone di saper creare o reinvestire in luoghi terzi (chiesa – società) attraverso i quali, in nome di Cristo, saremo servitori del bene comune al servizio dell’educazione, dell’ecologia integrale e della solidarietà.
La nostra Chiesa diocesana ha un cuore, la celebrazione eucaristica parrocchiale, e deve risplendere impegnandosi con le gioie, le speranze, le ansie e talvolta le peregrinazioni del nostro mondo.

Anche nell’Arcidiocesi di Parigi, che gode di una salute migliore, mons. Laurent Bernard Marie Ulrich si lascia tentare dalla novellistica. Qui, nel dicembre 2022, sta gettando le basi della nuova religione sinodale [QUI: N.d.T.]:

Aspettative di questo tipo sono evidenti anche nei cambiamenti di stile di vita che avvengono durante la vita lavorativa, di solito alla fine di un ciclo di dieci o quindici anni, a volte dopo pochissimi anni. È come se la sequenza di formazione, ingresso nella vita lavorativa, lavoro e vita familiare, fosse seguita con il pilota automatico, senza il tempo sufficiente per riflettere e fare un passo indietro. Abbiamo quindi bisogno di fare una pausa, di riscoprire il nostro io interiore, di rallentare, di prenderci il tempo per vedere, sentire e gustare. E cercare un significato maggiore in ciò che vogliamo fare. Il Signore Gesù è in grado di farsi conoscere, non nel frastuono tempestoso dell’iperattività, ma nella calma e nella dolce brezza in cui Dio si è rivelato con discrezione ai profeti dell’antichità […].
Questa stessa affermazione indica la strada per la nostra Chiesa di Parigi. Tutte le ricchezze che riceve in eredità da Cristo devono essere condivise: non come se fossero il dono della nostra generosità da imporre agli altri, ma come il dono di Dio che non possiamo tenere per noi. Questo dono di Dio è certamente l’origine stessa della nostra tradizione spirituale; ma va cercato anche in questo mondo che Dio ama e che riempie del suo amore, anche quando non lo conosce e non lo riconosce.
Guardiamo insieme: non siamo i soli a cercare la giustizia sociale e la fraternità e a proporre modi per muoverci verso di esse. L’amore per la vita familiare non è una specialità cattolica, anche se amiamo il ricco patrimonio della nostra tradizione in questo campo.

La verbosità è un modo così comodo per introdurre un pizzico di relativismo:

Testimoniamo giustamente la necessità di aiutare attivamente le persone a vivere la solitudine e l’angoscia dell’avvicinarsi della morte, ma non siamo gli unici a capire che questo è un cammino più sicuro verso la fraternità che abbandonarsi a una scelta individuale e terrificante. La bellezza artistica ha trovato nei temi del mistero cristiano illustrati da duemila anni in molte culture del mondo, ma sappiamo anche scoprire in altre tradizioni religiose, e in altri poeti, musicisti e artisti visivi, credenti o meno, opere che incantano il nostro cuore.

E di sviluppare, in mezzo a un mare di parole, una posizione relativista e progressista, saltando, saltando e saltando, fino a teorizzare l’abbandono della verità:

Sì, se la nostra Chiesa vuole avanzare in uno spirito di comunione nella propria vita e offrirsi come pilastro che favorisce questa comunione, può imparare bene dal mondo in cui vive. Accetti di ricevere dagli altri e dalle società, non senza fare i discernimenti che arricchiscono la sua esperienza, poiché lo Spirito di Cristo è riversato nei cuori. […]
Se vogliamo formare, rafforzare e sviluppare una Chiesa di comunione – e questo è il cammino che vi invito a seguire con vigore – guarderemo questo mondo così com’è, rinunceremo a erigerci a detentori della verità, faremo in modo di riconoscere il posto di ogni persona nella società […].
Per testimoniare la vita battesimale e il Vangelo, crediamo che Cristo abbia veramente bisogno di tutti. Per vivere una Chiesa di comunione, dobbiamo anche liberarci dalle griglie dell’analisi politica: con questo non voglio dire che i Cristiani siano apolitici, ma solo che le etichette di destra e sinistra, progressisti e conservatori, riformisti e rivoluzionari, non rendono giustizia a ciò che realmente motiva chi segue Cristo. Questa lettura è sempre una trappola e molti ci sono caduti nel corso dei secoli.

Anche il suo predecessore, mons. Michel Christian Alain Aupetit, non era male in fatto di verbosità: ha lasciato ai posteri la sua lettera pastorale del 3 settembre 2021 [QUI: N.d.T.]:

È con tutti voi che desidero approfondire e attuare queste due visioni pastorali – le fraternità missionarie e l’accoglienza incondizionata di tutti – che rimangono profondamente legate. È necessario costruire sempre più luoghi di fraternità fondati sulla vita sacramentale e sulla condivisione delle Sacre Scritture che, come possiamo già vedere in molti luoghi, si stanno felicemente svolgendo per permetterci di diventare sempre più ciò che siamo: discepoli di Cristo. Si tratta di approfondire il nostro rapporto personale con Lui, di esaminare insieme la Parola di Dio, di ricevere dagli altri una luce benefica mettendoci insieme sotto la mozione dello Spirito Santo, di costruire la comunione attraverso una liturgia gioiosa e profonda che rispetti l’atto divino. Vivendo tutto questo, saremo in grado di costruire un’autentica fraternità che rifletterà la presenza di Cristo in mezzo a noi.
Ma una tale fraternità di discepoli di Cristo può essere missionaria solo nel senso che è incondizionatamente aperta a tutti. Lungi dal rinchiuderci in un mortificante cerchio interno, essa ci obbliga a questa amicizia universale verso tutti gli uomini, mettendo in atto nei nostri luoghi pastorali nuove proposte che attraggono per mostrare che la Chiesa è stata voluta da Cristo per il bene di tutti gli uomini. Il messaggio evangelico si diffonde per attrazione, come ci ricorda papa Francesco nell’esortazione apostolica [enciclica nel testo originale: N.d.T.] Evangelii gaudium sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale.
Dobbiamo essere in grado di lanciare iniziative nuove e talvolta sorprendenti per rispondere a questa sfida. Ho usato il termine forse incongruo di «start-up» del Buon Dio per dire quanto dobbiamo lasciarci guidare dallo Spirito Santo nei tempi nuovi in cui viviamo.

Nello stesso momento in cui propugnava l’«accoglienza incondizionata» e l’«amicizia universale» di «start-up» del Buon Dio, mons. Michel Christian Alain Aupetit eliminava senza pensarci due volte le Sante Messe tradizionali all’Église Saint-Georges de la Villette, all’Église Notre-Dame-du-Travail e in altri luoghi… Questo ha spinto il portale Riposte Catholique a scrivere che era «più vicino a una liquidazione che alla “start-up” del Buon Dio» [QUI: N.d.T.], e in effetti, appena tre mesi dopo è stato dimesso e liquidato, dopo un’inchiesta apparsa sul settimanale Le Point [QUIQUI: N.d.T.]

Per di più, una Diocesi colta in fallo dai suoi fedeli – per esempio, quando un artista apertamente profano o addirittura dissacrante viene autorizzato a esibirsi in una chiesa – può sfoggiare una verbosità di prim’ordine.

Ad esempio, nel dicembre 2021, la Diocesi di Nantes ha giustificato l’esibizione di un organista satanista in una chiesa [QUI: N.d.T.]:

Lunedì 6 dicembre, i parrocchiani di Saint Clément hanno chiesto al Parroco informazioni sul contenuto del concerto. Un rapido sguardo ai titoli dell’artista mostra che si sta evolvendo nel mondo della «musica contemporanea». La sua performance è più estetica che spirituale, anche se i titoli delle sue canzoni, tra luce e tenebre, esprimono una ricerca esistenziale – come espresso a loro modo nei salmi della Bibbia –: «È tra i morti il mio giaciglio, sono come gli uccisi stesi nel sepolcro, dei quali tu non conservi il ricordo e che la tua mano ha abbandonato» (Sal. 88, 6 [87 nel testo originale: N.d.T.]).

I Bretoni non si sono lasciati convincere dalla citazione biblica e hanno impedito pacificamente il concerto stazionando davanti a tutti gli ingressi della Église Notre-Dame de Bon-Port la sera del 7 dicembre 2021, mentre il pubblico impossibilitato a entrare ha cercato di forzare la strada gridando «Morte ai preti!».

Oppure la Diocesi di Vannes, dopo che i fedeli hanno impedito – altrettanto pacificamente e pregando il Santo Rosario – un concerto profano nella Église Saint-Cornély di Carnac, lo scorso maggio [QUI su MiL: N.d.T.], comincia ad aggiungere benzina al fuoco [QUI: N.d.T.]:

La Diocesi si chiede: quali erano le intenzioni di chi ha proposto questo titolo? Perché questa disinformazione? Qual era lo scopo di questa strumentalizzazione fuorviante?

Prima di ammettere a malincuore che c’è un problema, e non solo per l’autostima del Parroco di Carnac e del Vicario generale, che sono stati sonoramente ripudiati dai loro fedeli e dall’opinione pubblica:

Questa dolorosa esperienza richiede alle commissioni di discernimento una duplice attenzione. Devono essere attente non solo alla qualità delle opere e alla loro adeguatezza al luogo sacro in cui vengono presentate, ma anche, in questi tempi difficili in cui la violenza è sempre sottesa, alle interpretazioni e strumentalizzazioni che se ne possono fare.

Di fronte a questo turbinio di testi pastorali vuoti in tante pagine, non possiamo che ricordare la più nota lettera pastorale del XX secolo, che ebbe un forte impatto sui suoi contemporanei e fu persino trasmessa dalla Resistenza e dall’emittente radiofonica British Broadcasting Corporation: la lettera pastorale del 23 agosto 1942 di mons. [poi card.: N.d.T.] Jules-Géraud Saliège, Arcivescovo metropolita di Tolosa, sulla persecuzione degli Ebrei [QUI: N. d.T.].

Era lunga solo mezza pagina – una pagliuzza per i Vescovi di oggi, che non riescono a incidere sulle coscienze in meno di dieci o addirittura cinquanta pagine. Eppure il suo ricordo è vivo, così come quello del suo autore, mentre le lettere pastorali di oggi, che siano per l’Avvento, la Pentecoste o l’Altitude, saranno dimenticate non appena il loro autore partirà per un altro Vescovato o andrà in pensione.

Fratelli carissimi,
esiste una morale cristiana, esiste una morale umana che impone doveri e riconosce diritti. Questi doveri e diritti fanno parte della natura umana. Vengono da Dio. Possono essere violati. Non è in potere di nessun mortale eliminarli.
Che i bambini, le donne, gli uomini, i padri e le madri siano trattati come un vile branco, che i membri di una stessa famiglia siano separati l’uno dall’altro e spediti verso una destinazione sconosciuta, questo triste spettacolo era riservato al nostro tempo.
Perché non c’è più diritto d’asilo nelle nostre chiese?
Perché siamo sconfitti?
Signore, abbi pietà di noi.
Nostra Signora, prega per la Francia.
Nella nostra Diocesi, nei campi di Noé e Récébédou si sono svolte scene spaventose. Gli Ebrei sono uomini, le donne ebree sono donne. Gli stranieri sono uomini, le donne straniere sono donne. Non tutto è permesso contro di loro, contro questi uomini, queste donne, questi padri e queste madri. Fanno parte della razza umana. Sono nostri fratelli come tanti altri. Un Cristiano non può dimenticarlo.
Francia, amata patria, Francia che porti nella coscienza di tutti i tuoi figli la tradizione del rispetto della persona umana. Francia cavalleresca e generosa, non ho dubbi che non sei responsabile di questi orrori.
Ricevete, miei cari Fratelli, l’assicurazione della mia rispettosa devozione.

Jules-Géraud Saliège
Arcivescovo di Tolosa

23 agosto 1942

Da leggere domenica prossima, senza commento.

1 commento:

  1. Non c'entra niente il bosso. L'espressione "langue de bois" letteralmente significa "lingua di legno" e indica un linguaggio con espressioni vaghe e ambigue che servono a menare il can per l'aia.

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