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giovedì 25 aprile 2024

L’arte di Mantegna tra Padova, Verona e Mantova

«Non cristiana nel suo spirito è la deificazione dello "spirito dei tempi" che, per molti uomini moderni, per molti artisti moderni, ha usurpato il posto che lo Spirito Santo occupa nella vita dei cristiani. Da questo deriva il frenetico sforzo di conformarsi, ad ogni costo, a questo zeitgeist, la smaniosa avidità per tutto ciò chr è nuovo [Rerum Novarum semel excitata cupidine]. [...] Il momento senza tempo, che appartiene irrevocabilmente ad ogni opera d'arte, è abbandonato in favore dell'elemento legato al tempo. Si pensa di ottenere "libertà" attraverso questo essere incatenati allo spirito dei tempi» 
(Hans Sedlmayr)

La grande arte cattolica.
Luigi C.


Padova, Verona e Mantova sono legate fra loro in occasione della grande manifestazione organizzata per celebrare i 500 anni dalla morte di Andrea Mantegna e della sua arte. Le mostre e i percorsi culturali si svolgeranno in parallelo fino al 14 gennaio 2007 e consacreranno ulteriormente la fama dell’artista che profondamente ricercò il mondo antico e, interpretandolo, lo rese attuale e comprensibile.

Formazione di un pittore

La fortunata avventura artistica del pittore Andrea Mantegna (1430-1506) inizia a Padova nella bottega di Francesco Squarcione. Questi era un personaggio originale, sarto e mercante di oggetti d’antiquariato, che si era ormai dedicato all’arte come “impresario”. Nella sua bottega accoglieva infatti giovani discepoli, alcuni dei quali erano fanciulli talmente poveri da dover essere quasi adottati dal pittore e diventare, nei fatti, sguatteri e tuttofare. Il giovane Mantegna era uno di questi.

Al seguito dello Squarcione egli ebbe modo di visitare Venezia e i suoi tesori. Qui vide la solida prospettiva degli affreschi del fiorentino Andrea del Castagno, il lessico “gotico-cortese” di Gentile da Fabriano, l’attenta definizione pittorica della scuola di Murano e il culto dell’antico di Jacopo Bellini (di cui in seguito sposerà la figlia). Il genio dell’allievo fu presto evidente tanto che lo Squarcione tentò di opporsi quando il ragazzo si mise in proprio a soli diciassette anni e firmò la sua prima opera, un quadro per l’altare maggiore della chiesa padovana di Santa Sofia (oggi perduto).

Anche Padova era una città molto vivace dal punto di vista artistico e culturale: l’Università, culla degli studi storici classici, e la tradizione antiquaria, la distinguevano dal resto dell’Italia settentrionale ancora esteticamente tardo gotica. Inoltre la permanenza di Donatello in città (tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta) durante i lavori del monumento al Gattamelata e nella basilica di Sant’Antonio, segnò profondamente l’animo degli artisti locali e di Mantegna in particolare. Egli restò a dir poco sconcertato dall’altare bronzeo dello scultore, una sacra conversazione tridimensionale, poggiante su un basamento lavorato a rilievo.

Gli affreschi della Cappella Ovetari a Padova

Nel 1448 Mantegna partecipò con altri artisti alla decorazione a fresco della Cappella Ovetari nella chiesa padovana degli Eremitani. Nella sua pittura sono già presenti alcuni caratteri distintivi: il rigore prospettico, la ricercata monumentalità, il gusto per il dettaglio e l’elemento antico.

Scompaiono dalle pareti della cappella le morbidezze fantasiose del gotico internazionale, ancora tanto in voga, per fare posto alle solide figure dei santi martiri Giacomo e Cristoforo. Le architetture sono potentemente scorciate e tutto sembra come scolpito nella pietra. I contorni sono duri e taglienti. La pittura riesce ad articolare la visione e inizia quel processo di annullamento fra spazio reale e spazio rappresentato, che l’artista andrà affinando nel corso degli anni.

Purtroppo nel 1944 la chiesa fu bombardata e la cappella irrimediabilmente distrutta. Si salvarono l’affresco absidale con l’Assunta, le scene dei martìri e il San Cristoforo. Le migliaia di briciole di affresco recuperate furono consegnate all’istituto centrale del Restauro di Roma dove, in principio sotto la guida di Cesare Brandi e oggi per iniziativa del “Progetto Mantegna”, è stato possibile recuperare un importante brano di storia dell’arte quattrocentesca.

Nel 1453 il pittore sposò Nicolosia Bellini, la bella sorella dei pittori Gentile e Giovanni (oltreché figlia del già citato Jacopo). La vicinanza con l’arte di “Giambellino” sarà uno dei motivi del sensibile mutamento avvenuto nello stile di Mantegna (anche se è naturale supporre che i due si siano influenzati a vicenda). I tratti si fanno più dolci e le scene più ariose pur restando intatto il segno deciso.
La pala di San Zeno: spazio e materia

Verso la fine dei lavori agli Eremitani, l’abate di San Zeno a Verona commissionò all’artista una grande pala: una sacra conversazione ambientata in un quadriportico, tra colonne, pilastri e ghirlande di fiori. Nella parte bassa della predella tre scene riproducono l’orazione nell’orto, la crocifissione e la resurrezione. Il soggetto dell’opera si richiama direttamente a quello dell’altare di Donatello, ma qui la realizzazione è bidimensionale, se si esclude la reale cornice lignea dorata che divide e inquadra la pala.

La prospettiva all’interno del dipinto si collega a quella reale del coro della chiesa. I tessuti e i differenti materiali offrono le loro superfici alla luce che vi si rifrange diversamente, creando effetti di incredibile realismo. I festoni di frutta si stagliano sui raffinati altorilievi dell’architrave marmoreo sul fondo. I capitelli sono finemente lavorati, così come l’arazzo sotto i piedi di Maria. Tutto è frutto di un attento lavoro artigianale. Perfino l’aureola della Madonna diviene un merletto marmoreo di pregiata manifattura. La luce naturale si fonde con quella dipinta e ne esalta i colori.

Pare che Mantegna abbia chiesto addirittura di aprire una finestra in concomitanza del lato destro della pala, sì da favorire tale effetto luministico. Dunque lo spazio interno del dipinto si lega indissolubilmente a quello reale, così come i santi in preghiera sembrano unirsi fisicamente e spiritualmente ai fedeli che riempiono la navata di pietra.

L’arte di Mantegna e la corte di Mantova

Fin dal 1457 il Marchese Ludovico Gonzaga invitò Mantegna a Mantova, conscio del fatto che la casata, ancora poco influente politicamente, avrebbe potuto trarre benefici dal mecenatismo artistico e da una rinnovata politica culturale. Il pittore attese tre anni prima di accettare il ruolo di pittore di corte, ruolo che senz’altro lo avrebbe vincolato. Eppure l’ambiente mantovano (che ospitò a lungo anche l’architetto Leon Battista Alberti) gli fu propizio, anche grazie agli interessi del Marchese che coltivò sempre una profonda passione per l’antiquaria classica.

Nella Morte della Vergine, opera commovente, dipinta per la cappella del castello (trasformato in residenza signorile dal Gonzaga), quel processo iniziato sotto l’influenza belliniana si accentua: troviamo figure ammorbidite nelle pose e nei panneggi e una luce naturale meno fredda e metallica rispetto ai precedenti lavori di Mantegna. Sul fondo una finestra aperta presenta un paesaggio contemporaneo: la laguna mantovana. Così la natura attualizzata entra a far parte dell’evento sacro.

Gli affreschi (terminati nel 1474) nella Camera degli Sposi all’interno del Palazzo ducale sono l’opera fondamentale di questo periodo. Sulle pareti sono dipinti ricchi tendaggi che si aprono poi per mostrare la corte (con un’attenta riproduzione di tutti i ritratti di famiglia), con al centro le immagini degli sposi e, nel riquadro accanto, il Marchese che incontra suo figlio, il cardinal Francesco. Anche in questo caso gli ambienti e gli spazi interni al dipinto sono delimitati, come nella pala di San Zeno, da pilastri, basamenti decorati, festoni di frutta e vari elementi naturali.

Al centro della volta ecco tuttavia apparire l’elemento pittorico più interessante dell’intero ciclo: un oculo dipinto permette di osservare uno squarcio di cielo azzurro e tutt’intorno a questo spettacolo inatteso ecco affacciarsi curiosi angioletti e personaggi adulti che osservano dall’alto…

Osservano i visitatori, le persone reali, ossia noi che alziamo lo sguardo sorpresi. Ecco, dunque, che ogni idea preconcetta di spazio reale e fittizio perde di valore nelle mani dell’artista che riesce a creare un ambiente meravigliosamente aperto, attuale, e al contempo classico. Tra gli ultimi lavori compiuti da Mantegna per la famiglia Gonzaga, al cui servizio rimarrà per ben quarantasei anni, sono i Trionfi di Cesare, dipinti su nove tele quadrate di quasi tre metri per lato. Qui l’artista può ancora esprimere tutta la propria cultura classica nella rappresentazione di armi, insegne, costumi, edifici sul fondo, corazze, arredi religiosi.

Egli riproduce l’antico seguendo la propria immaginazione. Non è una pedissequa riproduzione dal vero. Il pennello di Mantegna esalta i bagliori metallici ed esprime una sorta di durezza nei contorni delle figure, come se l’artista avesse sbalzato e scalpellato le forme nel bronzo. La sua è una pittura antica e statuaria. Eppure moderna e vera.

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