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venerdì 15 marzo 2024

La messa “sbiadita” e la fuga delle donne

Grazie ad Aldo Maria Valli per queste tragiche ma utili riflessioni.
Luigi C.

9-3-24
La messa è finita? Non proprio, ma è certamente “sbiadita”. La partecipazione alla messa domenicale (il riferimento è al novus ordo celebrato nelle parrocchie) è passata dal 37,3% nel 1993 al 23,7% del 2019 e la tendenza è sempre più marcata, specie tenendo conto che coinvolge ampiamente le donne.
Nel libro La messa è sbiadita. La partecipazione ai riti religiosi in Italia dal 1993 al 2019 (Rubbettino), il sociologo Luca Diotallevi, docente all´Università Roma Tre, esamina i dati e scrive che ormai è ufficiale: la messa “non è più un affare di donne ed è sempre più un affare di persone anziane”.

Alla fine del periodo preso in esame, “più di un praticante regolare su quattro è una donna anziana”. E quando queste anziane non ci saranno più nessuno prenderà il loro posto, visto che figlie e nipoti hanno già smesso di seguire i modelli di comportamento religioso di mamme e nonne.

Uno dei dati più rilevanti è la “progressiva e marcata assimilazione del profilo femminile a quello maschile”. Se c’era una “specificità femminile”, oggi non c’è più. Anzi, le donne ormai stanno abbandonando la messa “a un ritmo più veloce di quello degli uomini”.

Con riferimento all’intera popolazione italiana, risulta che il 2017 è l´anno nel quale il numero di coloro che dichiarano di non andare mai a messa raggiunge e supera quello di coloro che dichiarano di andarci almeno una volta alla settimana.

Il declino ha subito una forte accelerazione a partire dal 2005, con una forte riduzione dei praticanti saltuari: “Chi abbandona la pratica regolare approda piuttosto rapidamente alla condizione di non praticante dopo essere transitato più o meno velocemente per lo stadio intermedio della pratica saltuaria”.

La riduzione dei praticanti, annota Diotallevi, non è stata contrastata né dallo spazio conquistato da movimenti, prelature personali e comunità di vario genere a scapito delle parrocchie e delle diocesi, né dal pontificato “innovativo” di Francesco.

Così, “potrebbe verificarsi che tra qualche lustro o forse solo tra qualche anno la partecipazione nella media nazionale si riduca a un valore prossimo al 10%, il che in molte aree del paese corrisponderebbe a un valore (effettivo) a una sola cifra”.

Se i dati analizzati nel libro si fermano al 2019, quelli Istat dicono che nel 2022 è stato toccato il minimo storico, con il 18,8 per cento delle persone che vanno a messa almeno una volta alla settimana. Negli ultimi vent’anni il numero dei praticanti regolari si è quasi dimezzato (dal 36% al 19%), mentre i mai praticanti sono raddoppiati (dal 16% al 31%).

Le giovani generazioni sono le più lontane dalla pratica domenicale della messa: passano dal 37 per cento del 2001 al 12 per cento del 2022. E la cosiddetta pandemia ha dato un bel contributo.

A fronte di una media nazionale del 19%, la frequenza alla messa coinvolge il 23 per cento della popolazione al Sud e il 17 per cento nelle regioni del Centro-Nord Italia. L’Istat poi conferma il dato analizzato nel libro di Diotallevi: il numero delle donne che non frequentano la messa ha ormai superato quello di chi la frequenta.

Il sociologo delle religioni Franco Garelli (in Settimana News) osserva che, poiché le cifre sulla pratica scendono molto più rapidamente di quelle relative all’affiliazione religiosa, “si delinea qui un doppio messaggio alla Chiesa: a essere messo in discussione non è soltanto il precetto o l’invito a santificare le feste, quanto l’idea stessa che la partecipazione al culto comunitario sia per i fedeli (per i seguaci di una religione) un momento fecondo di crescita e di espressione della fede, un criterio vitale di appartenenza a una comunità religiosa”.