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mercoledì 15 marzo 2023

La sorprendente incompetenza liturgica del card. Arthur Roche

Vi proponiamo – in nostra traduzione – la lettera numero 926 pubblicata da Paix Liturgique il 13 marzo 2023, in cui si mette in evidenza l’incompetenza storico-liturgica dell’attuale Prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, tra i più accaniti nemici della Pace liturgica (e della Santa Messa tradizionale).
In particolare viene analizzato il testo della sua relazione «Il Messale Romano di San Paolo VI, testimonianza di una fede immutabile e di una tradizione ininterrotta», tenuta il 19 febbraio 2020 presso la Pontificia Università della Santa Croce e poi pubblicato sul quotidiano L’Osservatore Romano, da cui emerge la conoscenza più che sommaria della dottrina e della liturgia precedenti al Concilio ecumenico Vaticano II.

L.V.


Un’incompetenza che mette in luce l’incredibile ignoranza di molti nemici della pace come mons. Guy André Marie de Kérimel Comm. l’Emm., Arcivescovo metropolita di Tolosa, su cui torneremo presto

Mentre un quarto testo, un rescritto, promulgato il 21 febbraio 2023, martella il messaggio apparentemente impotente del motu proprio Traditionis custodes, ossia che la liturgia tradizionale è definitivamente superata, vale la pena di esaminare il pensiero della figura chiave di questa offensiva, il card. Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Egli ha tenuto una conferenza alla Pontificia Università della Santa Croce (Prelatura della Santa Croce e Opus Dei) in occasione di una giornata di studio dell’Istituto di Liturgia il 19 febbraio 2020 sul tema: «Ad pristinam sanctorum patrum normam. Una riflessione a 50 anni dalla promulgazione del Messale romano». Mons. Arthur Roche era allora Segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, nominato da Papa Benedetto XVI nel 2012, di cui sarà nominato Prefetto nel 2021 da papa Francesco. La sua conferenza si intitolava: «Il Messale Romano di San Paolo VI, testimonianza di una fede immutabile e di una tradizione ininterrotta». È stata pubblicata con lo stesso titolo dal quotidiano L’Osservatore Romano il 12 dicembre 2020 (QUI).

Un testo difensivo

Il titolo stesso indica che l’obiettivo era quello di dimostrare che il Missale Romanum di san Paolo VI è in continuità con la fede della Chiesa, cosa che, fin dalla sua promulgazione, è stata contestata da un’opposizione, assunta all’inizio dal card. Alfredo Ottaviani, Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, nel suo Breve esame critico del Novus Ordo Missae, e che da allora non è mai cessata.

È il destino di questa nuova liturgia, così come del Concilio ecumenico Vaticano II su cui si basa, come ci ricorda mons. Arthur Roche, che è stata costantemente bersaglio di una non accoglienza argomentata. Non c’è mai stata – e a quanto pare non ci sarà mai – una ricezione pacifica della nuova liturgia. È davvero un marchio di discordia e la concretizzazione sensibile della rottura del tessuto ecclesiale che viene deplorata da sessant’anni. È normale che papa Francesco, il cui intero Pontificato è in un certo senso una piena maturazione dello «spirito del Concilio», sia anche un Pontificato che suscita questa divisione tra i Cattolici, soprattutto in campo liturgico.

Il testo di mons. Arthur Roche qui riportato risale a prima dell’offensiva del motu proprio Traditionis custodes, che ovviamente sta preparando. Si riferisce a quella che Papa Benedetto XVI aveva definito nel suo discorso ai membri della Curia e della Prelatura romana per la presentazione degli auguri natalizi (22 dicembre 2005) «ermeneutica della riforma nella continuità», opponendola all’«ermeneutica della rottura». Un’argomentazione intelligente da parte dell’allora Segretario di una Congregazione guidata dal card. Robert Sarah. La questione di questo tentativo di «ermeneutica della riforma nella continuità», in particolare in materia liturgica, è proprio quella di sapere se la riforma, che si vorrebbe inquadrare, non sia di per sé una rottura, come dicono i critici della nuova liturgia fin dal Breve esame critico del Novus Ordo Missae. In altre parole, almeno dal punto di vista del culto, non ci sarebbe distinzione di natura, ma solo di grado, tra le due ermeneutiche, il che è confermato dalle parole di mons. Arthur Roche, che in fondo è un riformatore moderato.

Una lex orandi diversa dalla precedente!

La netta affermazione del motu proprio Traditionis custodes (c’è una sola lex orandi, quella nuova) viene presentata da mons. Arthur Roche, un anno prima, in modo più sommesso. Secondo lui, il nuovo Missale Romanum, quello del Concilio ecumenico Vaticano II, è un significativo miglioramento rispetto al precedente, quello del Concilio ecumenico di Trento.

Questo progresso si manifesta essenzialmente nel fatto che la liturgia è soprattutto opera di Christus totus, Capo e membra: «Ciò è distante da una visione clericale della liturgia, in cui solo il clero è parte attiva mentre gli altri fedeli restano passivi». Tralasciando il ridicolo giudizio sulla «passività» dei fedeli preconciliari, notiamo che il mons. Arthur Roche si riferisce al fatto che, come ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1141), «l’assemblea che celebra è la comunità dei battezzati». Questo è vero, ma difettoso nella misura in cui si omette – come fa mons. Arthur Roche – di ricordare che il sacerdote in persona Christi è il celebrante per eccellenza del sacrificio eucaristico che rinnova in modo incruento quello della Croce.

Mons. Arthur Roche sottolinea che il cosiddetto progresso della lex orandi è in realtà un regresso, collegando questa nuova inflessione del nuovo rito al nuovo «corpus dottrinale sull’identità e la missione della Chiesa, in cui viene rivista la precedente nozione di societas perfecta [una nozione che in realtà significa che la Chiesa ha la perfezione, cioè la pienezza dei mezzi per raggiungere il suo fine soprannaturale] a vantaggio della sua comprensione come sacramentum, e alla luce della categoria biblica di populus Dei, pellegrinante nella storia, costantemente aperto al rinnovamento e alla conversione». Se le mutazioni ecclesiologiche del Vaticano II consistessero solo in questo cambiamento di vocabolario, non ci sarebbe da allarmarsi. Se non fosse che, ad esempio, l’ecumenismo comporta un’innovazione molto significativa.

Si rimane così turbati dal carattere approssimativo della teologia rochiana, che vuole, mentre il motu proprio Traditionis custodes è già «in cantiere», che il nuovo Missale Romanum espliciti il Concilio ecumenico Vaticano II sul solo punto della correzione del «clericalismo» della liturgia tradizionale. In realtà, più che una vaga conoscenza del Concilio Vaticano II, mons. Arthur Roche ha una conoscenza più che sommaria della dottrina precedente. E sulla liturgia precedente.

Il Prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti non sa cosa sia il Messale tridentino

La cosa più sorprendente della conferenza di mons. Arthur Roche è la sua ignoranza della storia della liturgia per quanto riguarda il momento decisivo tridentino. Questa ignoranza è molto condivisa da molti prelati (si veda la nostra lettera 835 sulla scienza liturgica «café du commerce» di mons. Guy André Marie de Kérimel Comm. l’Emm., allora Vescovo di Grenoble).

«Il Missale Romanum di san Pio V vide la luce nel 1570 e fu poi revisionato da altri cinque Papi, ultimo san Giovanni XXIII con l’edizione del 1962. Quanto cominciato nel 1570 è giunto a maturazione col Missale del 1970, grazie anche alla riscoperta di antiche fonti liturgiche non disponibili nel sec. XVI. È chiaro che tale processo era iniziato, in certo senso, già prima di Trento ed è continuato con il Messale postridentino e le sue revisioni».

In realtà, il lavoro liturgico di san Pio V non era affatto quello di sviluppare un nuovo Missale Romanum, il cui scopo sarebbe stato quello di aggiornare le decisioni del Concilio di Trento in campo liturgico, perché sappiamo che il Santo Concilio aveva menzionato solo marginalmente le questioni liturgiche.

Sappiamo anche che quando san Pio V pubblicò il suo Missale Romanum nel 1570, i Messali romani venivano stampati in Europa da quasi un secolo. Dal migliaio di questi Messali, che sono stati attentamente studiati da molti studiosi, si può vedere che tutto o quasi tutto ciò che contengono si trova nel Missale Romanum di san Pio V. Questo dimostra che san Pio V ha fatto un passo indietro. Questo dimostra che la volontà di san Pio V era quella di unificare il Missale Romanum di fronte alle varianti generate dalle diverse edizioni stampate, e non quella di creare un «nuovo Messale».

Va anche notato che, a differenza della riforma del 1969, san Pio V permise a coloro che li usavano ancora nel 1570 di mantenere i propri Messali (è il caso dell’Ordine dei frati predicatori e dell’Ordine certosino, ma anche di molti altri ordini e diocesi), se potevano dimostrare che avevano almeno duecento anni… Ciò accresce la certezza che san Pio V, promulgando il suo Missale Romanum, non intendeva imporre né una liturgia né una nuova ecclesiologia né una nuova teologia, ma al contrario conservare la fede di Roma che sembrava la più perfetta.

Infatti, il Concilio ecumenico di Trento, nel riaffermare la dottrina del sacrificio della Messa, si basò sulla più sicura attestazione di questa dottrina, che era la Messa così come veniva celebrata nella Curia di Roma. La caratteristica del Missale Romanum per molti secoli è stata quella di riflettere perfettamente nella preghiera liturgica la regula fidei di Roma, cioè l’autentica fede cattolica di molti secoli.

Per san Pio V non si trattava di comporre nuovi libri liturgici che avrebbero utilizzato forme antiche ormai scomparse, o di creare qualcosa di nuovo, ma di conservare, unificandolo, il tesoro liturgico accumulato per secoli nell’Ordo della Curia romana. In effetti, fin dal XIII secolo il Messale della Curia era diventato un modello quasi universale grazie alla sua diffusione da parte degli ordini religiosi mendicanti, in particolare dell’Ordine dei frati minori.

Tuttavia, mons. Arthur Roche sembra non essere a conoscenza di tutto questo

Ecco il testo integrale di mons. Arthur Roche pubblicato sul quotidiano L’Osservatore Romano del 12 dicembre 2020 con lo stesso titolo della sua conferenza del febbraio 2020.



Ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario dell’adozione da parte della Chiesa del Missale Romanum riformato a norma dei decreti del concilio Vaticano II e promulgato dal Papa san Paolo VI. Ciò ha costituito uno dei primi e più importanti passi nel rinnovamento della Chiesa dopo il concilio. Infatti, agli esordi della riforma liturgica, nell’udienza generale del 13 gennaio 1965 san Paolo VI così si esprimeva: «È bene che si avverta come sia proprio l’autorità della Chiesa a volere, a promuovere, ad accendere questa nuova maniera di pregare, dando così maggiore incremento alla sua missione spirituale []; e noi non dobbiamo esitare a farci dapprima discepoli e poi sostenitori della scuola di preghiera, che sta per cominciare».

Il cammino che ne è seguito è stato caratterizzato dalla presa di coscienza da parte dei Papi che si sono succeduti della necessità di un rinnovamento della liturgia. Lo ricordava Papa Francesco, ai partecipanti alla 68ª Settimana liturgica nazionale in Italia (24 agosto 2017), sottolineando che «quando si avverte un bisogno, anche se non è immediata la soluzione, c’è la necessità di mettersi in moto».

Sono trascorsi più di duemila anni dalla prima Eucaristia nel Cenacolo e l’importanza di quanto lì accadde fu subito compresa dagli apostoli, i quali, in fedeltà a Colui che aveva detto loro: «Fate questo in memoria di me», consegnarono questo grande dono alle comunità cristiane. Tuttavia, le vicende legate al rito romano nei primi secoli sono irte di difficoltà. Il Liber Pontificalis, ad esempio, pur fornendo alcune indicazioni, è, secondo le parole del suo editore, padre Louis Duchesne, tanto importante quanto oscuro circa gli usi romani in quei secoli. Del resto, in tempi di polemiche esagerate e spesso male informate sulla «ermeneutica della riforma nella continuità», come coniato da Benedetto xvi nel discorso alla Curia romana per gli auguri del Natale 2005, dobbiamo prestare attenzione a ciò che è noto e, soprattutto, a quanto è trasmesso alla Chiesa dal magistero conciliare e papale in fedeltà al Signore e all’ispirazione dello Spirito Santo.

Nella costituzione apostolica Missale Romanum, san Paolo VI ha ricordato il riordino del Messale compiuto da san Pio V dopo il concilio di Trento. Ciò ha dato inizio ad un continuato interesse per la liturgia che trovò il punto di arrivo esattamente quattrocento anni dopo la sessione conclusiva di Trento (1563), con la promulgazione, il 4 dicembre 1963, della costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium (sc).

Il Missale Romanum di san Pio V vide la luce nel 1570 e fu poi revisionato da altri cinque Papi, ultimo san Giovanni XXIII con l’edizione del 1962. Quanto cominciato nel 1570 è giunto a maturazione col Missale del 1970, grazie anche alla riscoperta di antiche fonti liturgiche non disponibili nel sec. XVI. È chiaro che tale processo era iniziato, in certo senso, già prima di Trento ed è continuato con il Messale postridentino e le sue revisioni. Se il concilio di Trento lasciò al Papa il compito di rivedere il Messale, i padri del Vaticano II disposero in modo specifico i criteri generali di revisione della messa, come si legge in sc n. 47-58.

Non dobbiamo dimenticare, tra altri aspetti, che sc chiedeva una maggiore apertura delle Sacre Scritture (n. 51). Fu così che, nel giorno di san Girolamo del 1970, furono pubblicati i volumi del rivisto Lectionarium del Missale Romanum.

Il desiderio dei padri conciliari, come di san Paolo VI, era che la liturgia, senza nulla perdere della propria ricchezza, fosse resa più accessibile al popolo di Dio. In effetti l’odierno Messale ha conservato la stessa struttura del precedente, come la maggioranza dei suoi testi, mentre ha omesso le ripetizioni, semplificato il linguaggio e i gesti, integrato nuove composizioni; per certi versi vi figura un vocabolario più esplicito circa la dimensione sacrificale della messa. Le opinioni contrarie non sono fondate. Lo richiamava san Paolo VI ai membri del Consilium il 29 ottobre 1964: «La liturgia è come un albero forte la cui bellezza deriva dal continuo rinnovamento delle foglie, ma la cui forza viene dal vecchio tronco, con solide radici nel terreno».

È la storia stessa a dimostrare «l’ermeneutica della riforma nella continuità». Si tenga presente che il Vaticano II ha stabilito solennemente e per la prima volta un corpus dottrinale sull’identità e la missione della Chiesa, in cui viene rivista la precedente nozione di «societas perfecta» a vantaggio della sua comprensione come «sacramentum», e alla luce della categoria biblica di «populus Dei», pellegrinante nella storia, costantemente aperto al rinnovamento e alla conversione. Non è irrilevante considerare quale ecclesiologia manifesti la prassi celebrativa post-tridentina e quella del post Vaticano II. Lo si coglie in particolare dall’Ordo Missae riformato da san Paolo VI che riflette una visione della Chiesa in preghiera così bene espressa in sc n. 48: «Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro, di modo che Dio sia finalmente tutto in tutti». In questa linea, sc n. 54 chiede anche un uso conveniente e più ampio della lingua volgare.

La liturgia è anzitutto l’azione di Dio stesso — compiuta dal Padre per il suo Figlio nello Spirito Santo — e alla quale il popolo di Dio risponde, quaggiù come anche nel cielo. È opera del Christus totus, Capo e membra. Ciò è distante da una visione clericale della liturgia, in cui solo il clero è parte attiva mentre gli altri fedeli restano passivi. Nella liturgia è il corpo ecclesiale nel suo insieme che, sotto la guida del sacerdote, viene convocato, santificato, rinnovato e convertito. Per questo motivo si deve dare la preferenza alla celebrazione comunitaria rispetto a quella privata, poiché manifesta più efficacemente la natura ecclesiale di ogni celebrazione liturgica. L’Eucaristia è offerta a nome di tutta la Chiesa: è il principale segno di unità, il più grande vincolo di carità. Lo richiama il Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’assemblea che celebra è la comunità dei battezzati i quali, per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo, vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo, e poter così offrire in un sacrificio spirituale» (n. 1141).

È interessante osservare che se l’Ordo Missae del Messale di san Pio V inizia con le parole: «Sacerdos paratus cum ingreditur ad altare…», l’Ordo Missae del Missale di san Paolo VI comincia dicendo: «Populo congregato, sacerdos cum ministris…». Del resto, nel rito della messa del Messale tridentino non figurava un rituale per la distribuzione della Comunione ai fedeli, ma veniva adottato il rito per la Comunione al di fuori della messa indicato nel Rituale Romanum.

Il Messale è stato rivisto e arricchito da san Paolo VI. Si pensi al corpus di letture bibliche e di brani evangelici per la liturgia della Parola, alla riespressione e accrescimento dell’eucologia, in particolare dei prefazi, del santorale, delle messe rituali e per varie necessità, i cui testi tengono conto delle esigenze pastorali e spirituali di comunità concrete. Tra i numerosi recuperi, indicati da sc 52-58 vi sono l’omelia, l’orazione universale, la Comunione sotto le due specie, la possibilità della concelebrazione.

Tra i criteri che hanno ispirato il rinnovamento del Messale vi è anzitutto la necessità di ascoltare Dio che parla al suo popolo in preghiera attraverso le sacre Scritture, indispensabile nutrimento spirituale come ha evidenziato anche la costituzione Dei Verbum. Il Canone delle Scritture è infatti nato dal loro uso liturgico.

Vi è poi stata la migliore conoscenza delle antiche fonti eucologiche — gli antichi sacramentari — sconosciute ai riformatori di Trento, e l’apprezzamento per le liturgie d’Oriente, con la varietà di preghiere eucaristiche.

Infine, occorreva recepire anche nella lex orandi i contenuti teologici posti in luce dal concilio Vaticano II circa il mistero della Chiesa pellegrina nel mondo senza essere del mondo. Come disse san Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Novo millennio ineunte, il concilio Vaticano II è una «bussola sicura» per guidare tutta la Chiesa verso il futuro.

In un tempo in cui si confrontano rigide opinioni sulla riforma liturgica, è bene ricordare il principio Ecclesia semper reformanda. E in sintonia con l’«ermeneutica della riforma nella continuità», nel citato discorso per la 68ª Settimana liturgica nazionale in Italia, lo stesso Papa Francesco rammentava che «sono due eventi direttamente legati, il concilio e la riforma, non fioriti improvvisamente ma a lungo preparati […]. Il concilio Vaticano II fece poi maturare, come buon frutto dall’albero della Chiesa, la costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium, le cui linee di riforma generale rispondevano a bisogni reali e alla concreta speranza di un rinnovamento: si desiderava una liturgia viva per una Chiesa tutta vivificata dai misteri celebrati». Il Papa invitava inoltre a non perdere di vista i criteri che furono alla base della riforma, «riscoprendo i motivi delle decisioni compiute con la riforma liturgica, superando letture infondate e superficiali, ricezioni parziali, e prassi che la sfigurano».

Cinquant’anni non sono un lungo periodo per la storia della Chiesa. La riforma è avvenuta. Rimane un dovere ecclesiale attuarla con grande cura e profondo rispetto. Il 50° anniversario del Messale Romano di san Paolo VI, che ricorre quest’anno, è un momento propizio per riscoprire tale compito a tutti i livelli del popolo di Dio.

di Arthur Roche
Arcivescovo segretario della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti

2 commenti:

  1. Discorso ineccepibile, quello del cardinale. L'articolista parrebbe avere qualche difficoltà nella comprensione del testo, perché, dopo aver citato le parole del cardinale, gli fa dire quello che non ha detto. Secondo l'articolista, Roche avrebbe parlato di sviluppo e creazione di un nuovo messale da parte di Pio V; ma il cardinale usa parole come "riordinare" e "rivedere", Roche non dice affatto che Pio V abbia creato un nuovo messale. Chi abbia una minima conoscenza del vocabolario, sa che riordinare e rivedere non hanno nulla a che fare con sviluppare e creare. L'articolista stesso dice che Pio V unificò i tanti messali nazionali, dunque mettendo ordine. Forse, leggere i testi senza le lenti del pregiudizio ideologico sugli occhi aiuterebbe a capirli meglio.

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  2. Il messale adottato da Paolo VI fu redatto da BUGNINI sotto l'influenza di certa parte all'interno della Chiesa filo protestante e quindi ideologicamente propensa a sminuire il valore sacramentale della comunione(mensa) e della confessione ( prete non in persona CRISTI) i danni sono stati incalcolabili. Se dopo duemila anni ci vengono a dire che ai tempi di Cristo non c'erano i registratori, che tutto ciò che è stato insegnato è stato frutto di errore o travisamento e questi chi sono per erigersi a giudici dei loro predecessori atteso che in questi duemila anni la Chiesa si è arricchita di Santi e mistici. La superbia di alcuni odierni pastori sotto spoglie di falsa indulgenza e falsa misericordia ( non c'è misericordia senza giustizia mentre la giustizia può stare senza misericordia) crea scompiglio e indispone molti fedeli.

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La Redazione