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giovedì 26 gennaio 2023

La Messa va bene in piemontese, purchè non sia nell'odiato latino

Uno stralcio di articolo: Messa in dialetto sì, latino no.
A celebrarla il solito Vescovo di Pinerolo Mons. Derio Olivero (QUI MiL sul Nostro).
"Famosa è la battuta, attribuita all’allora cardinale Joseph Ratzinger, secondo cui la differenza tra un liturgista e un terrorista è che con il secondo si può trattare…"
Luigi

Lo Spiffero, 22-1-23, Eusepio Episcopo
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Torna la Messa in piemontese ed è un segno che i tempi sono veramente cambiati. A celebrarla con una pronuncia perfetta, ma con una certa inflessione della Granda, è stato nientemeno che monsignor Derio Olivero, vescovo di Pinerolo in occasione della Giornata Nazionale del Ringraziamento, indetta tutti gli anni dalla Cei per rendere grazie a Dio per i doni della terra. Solo i preti più anziani ricordano chi fu don Mario Occhiena (1915-1992), una figura sulla quale, al pari di altre, è calato non soltanto l’oblio del tempo ma anche la scure della damnatio memoriae, quella che il progressismo di ogni genere – ma quello clericale in particolare – riserva a chi non è allineato. Prete filosofo, prolifico scrittore, europeista convinto, fu uno dei più stretti collaboratori di padre Riccardo Lombardi (1908-1979) “il microfono di Dio”, fondò a Torino la congregazione delle suore adoratrici del Santo Volto e fu animatore del “Centro Europa” che pubblicò per anni un vivace bollettino intitolato appunto Europa.
Don Occhiena fu insomma per i suoi tempi un prete di notevole spessore ma ebbe il difetto di non tacere e di dire e scrivere chiaramente quello che molti suoi confratelli pensavano, ma non osavano esprimere durante l’episcopato di Michele Pellegrino, collocandosi fra quei pochi che formarono la “resistenza” alla narrazione corrente ed è proprio per questo che è stato dannato. In suo scritto egli racconta come accompagnò dall’arcivescovo un gruppo di fedeli che chiedevano l’autorizzazione per la celebrazione di una Messa in piemontese promossa dalla Companìa dij Brandé e come furono messi nemmeno troppo educatamente alla porta. Sulla Messa in vernacolo sembrerebbe dunque caduto l’ostracismo mentre continua con la Messa in latino, la lingua communis Ecclesiae, quella che Sacrosanctum Concilium imponeva fosse conservata nei riti latini e che Paolo VI raccomandava fosse celebrata almeno ogni domenica in ogni cattedrale, naturalmente rigorosamente secondo il Novus Ordo. Tale norma, ispirata al dettato conciliare e al buon senso, avrebbe sicuramente spento o smorzate molte rivendicazione ispirate alla semplice nostalgia ed evitato astiose contrapposizioni. Di fronte all’ideologismo dei liturgofrenici però, ora come allora, non valet argumetum. Famosa è la battuta, attribuita all’allora cardinale Joseph Ratzinger, secondo cui la differenza tra un liturgista e un terrorista è che con il secondo si può trattare…

Il più acuto e influente di essi, il laico Andrea Grillo, maestro di tutti i liturgisti italiani, avversario implacabile di Summorum Pontificum, ha rilasciato un’intervista in cui, rovesciando ovviamente tutta una serie di contumelie contro Benedetto XVI del quale, a suo parere, non resterà quasi nulla, ha avuto il coraggio di fare questa stupefacente affermazione su papa Francesco: «Molto ha fatto per una ripresa della “medicina della misericordia”, anche se deve combattere contro numerose forme di resistenza interna ed esterna, ma deve anche lottare contro forme espressive ed esperienziali che appaiono “costitutive” della tradizione cattolica. Ad esempio la visione del ministero ordinato…». C’è da trasecolare. Consigliamo al teologo di Savona un colloquio riservato con coloro che – e sono ormai legioni, soprattutto progressisti – quella medicina misericordiosa l’hanno dovuta mandare giù. Cominciando magari da Enzo Bianchi o da qualche prelato torinese che ha conosciuto bene il cerchio magico di S. Marta…
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