mercoledì 15 giugno 2016

Card. Piacenza: «Pio XII: radici della sua vita cristiana e sacerdotale»

Siamo onorati e lieti di condividere con i nostri stimatissimi Lettori la splendida Omelia tenuta da S. Em. Rev.ma il Cardinale Mauro Piacenza, Penitenziere Maggiore, in occasione della Santa Messa solenne celebrata il 13 giugno 2016 nella Chiesa Nuova in Roma, nel ricordo del Ven. Pio XII.
Ringraziamo l'Avv. Emilio Artiglieri per la graditissima comunicazione.  AC

«Pio XII: radici della sua vita cristiana e sacerdotale» 
Omelia di Sua Eminenza Rev.ma il Cardinale 
Mauro Piacenza 
Penitenziere Maggiore  

[Is 61,1-3; Sal 18; Lc 10,1-9]
«La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe» (Lc 10,2). 
La preghiera incessante, che la Chiesa ha innalzato nei secoli, implorando da Dio il dono di operai per la Sua messe, è stata sempre benevolmente esaudita e sempre lo sarà, poiché
Dio ama “passare” per la porta della nostra preghiera. 
E quale grande operaio Egli ha voluto donarci nel Venerabile Pio XII, Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica, in quel tempo di prove terribili, che è stato il secolo scorso. 
Alle radici cristiane e sacerdotali della sua vita, vogliamo oggi, insieme, volgere lo sguardo, proprio in questo luogo sacro, che ne ha custodito l’infanzia e ne ha accolto le “primizie” del ministero sacerdotale. 
Contemplare i copiosi frutti di una rigogliosa pianta, infatti, non è sufficiente, per comprenderne a fondo la nascita, la crescita e lo sviluppo; è necessario porre lo sguardo, sempre e di nuovo, alle origini, alle radici dei fenomeni, perché in esse, germinalmente, è presente il “tutto”, anche se esso si manifesta solo nel dispiegarsi del tempo. 
È questo, in fondo, il metodo stesso di Dio, che dona tutto all’inizio e poi attende pazientemente lo sviluppo, che altro non è, se non lo spazio della libertà umana, sostenuta dalla grazia e, perciò, capace di fruttificare, oltre ogni umana attesa. 
Quale luogo più adatto, quindi, di questa meravigliosa chiesa di Santa Maria in Vallicella - che chiamiamo affettuosamente “Chiesa Nuova”, dopo oltre quattrocento anni dalla sua edificazione - per respirare l’aria umana, culturale e spirituale, nella quale era immerso il giovane Eugenio Pacelli e per intuire gli elementi, che maggiormente concorsero all’edificazione della sua personalità. 
All’altare di San Filippo Neri, egli celebrò la sua seconda Messa, in gratitudine ai Padri dell’Oratorio e, in particolare, a Padre Lais, che lo aveva guidato spiritualmente fin dall’età di otto anni e che lo aveva accompagnato e guidato nel discernimento e nei successivi primi passi vocazionali. 
Da sacerdote, nel servizio pastorale, che amava svolgere come naturale e necessario complemento dei suoi incarichi istituzionali d’ufficio, gli fu assegnato il confessionale numero quattro, che ancora oggi porta quel numero, unitamente ad una targa che ricorda quell’augusto Confessore. 
Chi immaginasse l’infanzia del giovane Eugenio come avvolta in un’aura mistica, priva di tensioni o di problemi, o il novello sacerdote, tutto proiettato verso una brillante e sicura “carriera” ecclesiastica, estranea alle sensibilità pastorali, sarebbe in gravissimo errore. 
La biografia, sia del giovane adolescente, sia del sacerdote, indica con chiarezza la sua capacità di entrare in profonda relazione con ogni realtà e circostanza, grazie alla progressiva e costante maturazione di un cuore retto, pulito, di un cuore capace di fedeltà a Dio e di virile pazienza, unita ad un’inflessibile determinazione nel perseverare unicamente sulla via del bene. 
Oggi queste sono caratteristiche che appaiono piuttosto estranee al comune sentire, drammaticamente determinato da una logica di “occasionalità” e di istintività, nella quale l’individuazione di un fine buono, la prudenza nello scegliere i mezzi adeguati e l’impegno della volontà nel perseguirlo, appaiono come straordinarie energie provenienti da chissà quale fonte, del tutto estranee alla percezione culturale e mediatica, imposta dal potere, anche se, nella realtà, ancora sperimentate dal quotidiano di ogni uomo e del nostro popolo. 
Il giovane Eugenio Pacelli nasce in una famiglia certamente molto vicina alla Santa Sede, appartenente alla nobiltà papalina e portatrice dei valori di fedeltà, anche storica e sociale, nei quali si esprime la fedeltà religiosa. 
Ma chi immaginasse un’educazione rigida e bigotta o una qualunque forma di condizionamento da parte dei genitori in ordine alla scelta vocazionale, ne rimarrebbe profondamente deluso. 
Ciascuno dei rampolli della famiglia Pacelli fece la propria scelta, ordinariamente matrimoniale, nella massima libertà; e il giovane Eugenio, con la medesima libertà, espresse il suo desiderio di consacrarsi a Dio. 
Segno di questo clima di autentica religiosità e, quindi, di libertà, fu anche la scelta dei genitori, non sempre compresa dai biografi, di inviare il figlio al Liceo Visconti, Liceo Statale, massonico e anticlericale, nel quale certamente il giovane Eugenio ha dovuto confrontarsi con posizioni e idee ben diverse da quelle conosciute in famiglia e liberamente fatte sue. 
Penso che sia stato proprio questo periodo, nel quale egli, costantemente, fu messo in discussione, senza tuttavia mai scontrarsi, o esprimere atteggiamenti che non fossero consoni all’allora rapporto tra docente e discente, a determinare in lui un atteggiamento di assoluto rigore nelle affermazioni filosofiche, storiche, teologiche, giuridiche e in ogni campo del sapere. 
Da Pontefice non lo spaventava dover leggere, per coscienza di responsabilità pastorale, anche dieci libri prima di preparare un solo discorso. 
È questa la radice umana dell’attualità del suo Magistero e della profonda incidenza che esso ha avuto sul Concilio Ecumenico Vaticano II, il quale - ben lo sappiamo - cita con dovizia straordinaria il Magistero di Pio XII. 
In questa chiesa della Vallicella, il giovane Eugenio, con i suoi coetanei, partecipava ai servizi di Culto e diventò molto presto “Prefetto delle Cerimonie”, grazie alla intensa pietà, alla diligenza e alla precisione, con cui compiva i gesti propri della Liturgia, annuncio e profezia della sacerdotale dignità, con la quale ha esercitato il supremo ministero apostolico, annientando completamente il proprio io, la propria personalità, per identificarsi totalmente con il compito ricevuto da Dio. Prova ne è che, i pur rari riferimenti alla propria persona, negli scritti, anche confidenziali, dell’età giovanile, divengono sempre più rari in età adulta e praticamente scompaiono dopo l’elezione al Soglio di Pietro. 
Dopo quell’elezione, il Principe Eugenio Pacelli non esiste più! 
C’è solo Pio XII. Grande catechesi questa: è l’ufficio istituito da Cristo che conta e non la persona che lo riveste per un tratto del pellegrinaggio verso la Gerusalemme Celeste. 
Le persone scorrono sullo schermo del tempo ma l’ufficio di “roccia” rimane. 
Si comprende in tale senso la sapiente pedagogia di S.Giovanni Bosco che, fedelissimo a Pio IX, non voleva che i suoi ragazzi gridassero “W Pio IX” ma insegnava loro a gridare invece “W il Papa!” 
Sappiamo, dai dati biografici, che l’ultimo Papa romano di nascita, nacque proprio qui, nell’antico Rione Ponte, a pochi passi da questa splendida Chiesa Nuova e che la direzione spirituale dell’oratoriano Padre Giuseppe Lais, al quale Eugenio, ancora bambino, venne affidato da suo padre, fu di fondamentale importanza, proprio nel coniugare sobrietà e letizia, motivata disciplina e sana libertà. 
Padre Lais, che radunava attorno a sé i ragazzi del Rione, era particolarmente contento della pietà del piccolo Eugenio, il quale, non di rado, nei giochi domestici, imitava, mimandola, la celebrazione della Santa Messa dei vari parenti sacerdoti, essendosi costruito un altarino domestico. 
E’ questo un piccolo, gentile segno, che ritroviamo nell’infanzia di molti sacerdoti santi. 
Risale a questa età una sua significativa espressione, riportata da molti biografi, che vedono il bambino affascinato e come rapito dalle imprese missionarie degli annunciatori del Vangelo in terre lontane. 
Probabilmente, grande ruolo avrà avuto il racconto sulla vita dello zio sacerdote, missionario in Brasile. 
Il piccolo Eugenio si dice pronto ad affrontare il martirio, «anche la morte in croce… ma senza i chiodi». 
L’ingenua espressione del bambino - «ma senza i chiodi» - si compirà, invece, nell’esercizio del ministero apostolico del Successore di Pietro, nel quale egli si lascerà inchiodare alla Cattedra del Principe degli Apostoli, senza mai cedere alla tentazione di scendere dalla Croce, anche nei momenti più drammatici, donando realmente ed integralmente la propria vita a Dio, attraverso l’adempimento dell’ufficio, al quale Egli stesso lo aveva chiamato. 
La freschezza e l’entusiasmo del giovane Eugenio fanno comprendere la sua iniziale resistenza alla proposta di entrare nel servizio diplomatico della Santa Sede, poiché egli immaginava il proprio ministero, fatto essenzialmente di studio e di servizio pastorale diretto. 
Specifico “diretto” perché, in realtà, qualsiasi ufficio, anche se dovesse essere materialmente “burocratico”, un sacro ministro lo dovrebbe vivere sempre pastoralmente, tutto sempre per la gloria di Dio e la salvezza delle anime! 

Una nota mi colpisce particolarmente nella sua infanzia. 
Raccontano i biografi che egli si recava a scuola sempre con il fratello Francesco, anche se doveva entrare un’ora dopo di lui in classe, e, in quell’ora, si fermava in chiesa a pregare. Possiamo solo immaginare che cosa lo Spirito Santo abbia prodotto nell’animo del giovane Eugenio in tali prolungate ore di silenzio e di orazione. 
Possiamo ben pensare che molte perle del servizio ecclesiale del nostro venerato Servo di Dio abbiano trovato le premesse in quelle ore benedette. 
Quanto più l’animo è giovane e delicato, tanto più profondamente vi si imprimono immagini e determinazioni; quanto più autentico è il silenzio e l’abitudine alla preghiera, tanto più essa plasma le decisioni e lo stesso animo che ad esse si determina. 
Alla domanda della madre, che gli chiedeva che cosa facesse in quell’ora, nella quale usciva di casa anzi tempo, il giovane Eugenio, senza alcuna remora, risponde: «Prego, prego la Madonna. Io dico tutto alla Madonna». 
Possiamo evincere, da questi brevi tratti, come sin dalla primissima fanciullezza, i due elementi della serietà e della pietà, dell’austerità e della misericordia, si siano mirabilmente fusi in una straordinaria ed equilibrata unità, nell’animo del futuro Pio XII. 
Se la fragilità del suo fisico, che egli stesso definisce, in un tema del Ginnasio, “mediocre”, sarà così evidente da imporgli un anno di pausa negli studi liceali, tale caratteristica non gli impedirà una singolarissima robustezza d’animo ed una volontà ferrea, che hanno chiaramente in Dio il proprio fondamento. 
Al contrario, egli riuscirà a trasformare questo limite fisico in perenne richiamo di umiltà ed in offerta penitenziale, per partecipare sia alle sofferenze di Cristo, sia a quelle della sua amatissima Roma e del popolo romano, soprattutto nel tempo oscuro della seconda guerra mondiale e delle catastrofi ad essa legate. 
Stimatissimo dai Superiori per la sua eccezionale memoria ed immediatamente individuato come preziosa risorsa per la vita della Chiesa e per la diplomazia ecclesiastica in un tempo di difficili rapporti con il potere temporale, il giovane Eugenio non tralascerà mai di lasciarsi appassionare dal diretto ministero pastorale. 
Egli dedicherà tempo ed energie sia all’ascolto delle confessioni sacramentali, sia alla formazione delle anime consacrate e delle giovani. 
Esemplare è, a tale riguardo, il suo rapporto con un Collegio femminile di Roma, del quale divenne non solo confessore, ma anche formatore e guida spirituale. 
Nel Confessionale, poi, tutta la sua sapienza e la sua stessa profonda e vastissima preparazione, unite alla sua esperienza ascetica, si trasformavano, plasmate dalla carità pastorale, in autentico abbraccio paterno, capace di diventare profondo e attento discernimento, mai cedevole allo scrupolo e avente, come unico orizzonte, il bene integrale della persona, non limitato all’orizzonte terreno, ma capace di mostrare e di trasmettere quello sguardo soprannaturale, che solo i santi sanno vivere e di cui oggi la pastorale ha davvero struggente bisogno. 
Non venne mai meno questo esercizio umile e semplice del ministero, lungo tutto il suo servizio ecclesiale, iniziato nel 1901, sotto Leone XIII, e proseguito indefessamente sotto i pontefici San Pio X, Benedetto XV e Pio XI, del quale fu stimatissimo Segretario di Stato e quindi grande successore. 
Per la Roma, nella quale nacque e mosse i primi passi esistenziali e pastorali, il Venerabile Pio XII era pronto a dare la vita. 
Tanto che, quando la città fu occupata e gli fu consigliato caldamente di mettersi in salvo, lasciando l’Urbe, fu sempre decisa e immutata la sua risposta: «Non lascerò mai Roma e il mio posto, anche se dovessi morire». 
Roma, tuttavia, non significò mai, per Pio XII, semplicemente una città, ma “la” città, l’Urbe dai sacri destini, Roma era per lui sinonimo di cattolicità, di universalità, ben consapevole che il compito del Vescovo di Roma è principalmente – e con esso coincide – quello di Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica. 
Da queste profonde radici traggono linfa e vigore gli straordinari contributi dottrinali e teologici, che il Venerabile lascia alla Chiesa: dalla Mystici Corporis alla Divino afflante Spiritu, dalla Mediator Dei alla proclamazione del Dogma dell’Assunzione durante l’Anno Santo del 1950, il suo Magistero si caratterizza per una radicale fedeltà al dato scritturistico, patristico, storico e dottrinale e per una profetica capacità propulsiva, in grado di investire non soltanto l’ambito dottrinale, ma anche quello più propriamente teologico, pastorale e spirituale. 
È fuori dubbio, ad esempio, come l’Enciclica Mediator Dei abbia dato un impulso determinante all’intero movimento liturgico, insistendo sulla necessità dell’elemento interiore del Culto e sulla necessità di vivere sempre in Cristo, per dare, in Lui, con Lui e per Lui, Gloria al Padre. 
È questa la principale testimonianza dell’appassionato “sentire pastorale” di Pio XII. 
In Lui la pastorale traeva vigore e realismo dalla dottrina e la dottrina riceveva stimolo dall’esperienza e dal sentire pastorale. 
Verità e carità, giustizia e misericordia, nel grande Pontefice, sono perfettamente coniugate! 
Questa profonda unità, legata ad una radicale umiltà, permette al Venerabile Pio XII fedeltà alla storia che lo precede, della quale non si fa mai giudice, ma si pone in umile ascolto; non di meno, permette una capacità di reale sguardo alle problematiche del suo tempo, intuendo e proponendo efficaci risposte, con lo sguardo proiettato verso il futuro, con veri e propri accenni profetici, in un Magistero che, in non pochi tratti, ancora oggi conserva straordinaria attualità.
*
Potremmo chiederci da dove scaturisce tanta grandezza, da dove emerge una così poderosa capacità di incidere nella storia, nella Chiesa, nel corpo sociale e nella pietà dei fedeli. 
Certamente da una straordinaria intelligenza e preparazione, ma non di meno dalla sua vita spirituale intensissima, fino alla mistica! 
Cerchiamo qui il segreto di una santità, che dalla Madonna alla quale in questa chiesa il giovane Eugenio “diceva tutto”, imploriamo possa venire presto riconosciuta con la attesa beatificazione, a gloria di Dio e per l’edificazione di tutti! 

3 commenti:

  1. Una delle grandi figure della storia della chiesa e del cattolicesimo. Basti pensare che mentre Badoglio portava il Re a Pescara Lui rimase fieramente al suo posto ben conscio dei pericoli ai quali andava incontro. Fu PAPA nella vera accezione del Termine certo non per venti di mondanità ma per autentico esercizio spirituale dovrebbe salire quanto prima alla gloria degli altari

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  2. Quanto ci manca oggi un Pio XII...

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  3. Non dimentichiamo ne al Venerabile Pio XII, ne al coltissimo Porporato Celso Costantini -davvero bellissime le Sue Riflessioni sul'Arte Sacra- ne al richissimo Magistero dei due grandi Pontefici del secolo scorso: PIO XII e GIOVANNI PAOLO II, grandi tra i grandi. Indimenticabili.

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