venerdì 16 ottobre 2015

Ma è proprio Padre Cavalcoli?

Questa mattina viene pubblicata su Vatican Insider un’intervista rilasciata dal teologo domenicano Padre Giovanni Cavalcoli al vaticanista Andrea Tornielli, che pare ormai votato toto corde alla causa del progressismo; si stenta a credere che un'intervista simile possa essere stata realmente rilascata da uno tra i più intransigenti fustigatori di Karl Rahner; ma – si sa – le cose cambiano e occorre adattarsi in fretta per non perdere il treno. Destinazione ignota.

Il testo – almeno così pare a chi scrive – manca di una vera coerenza logica e cade spesso in contraddizione; appare una sorta di Zibaldone, nel quale verità teologiche e inesattezza si mescolano e si ricorrono, ma non sembrano strutturare alcun pensiero determinato. L’unica cosa chiara è che una simile congerie di affermazioni ha come vero scopo quello di offrire un presunto supporto teologico (e per giunta di sapore "conservatoreggiante") a ciò che recita il titolo (virgolettato): “La comunione ai risposati non tocca la dottrina ma la disciplina”.

Ecco alcune delle idee più sorprendenti e contradditorie:

1.     Circa l’esistenza di uno “stato di peccato mortale” afferma Padre Cavalcoli:

“Non esistono “condizioni peccaminose”, perché il peccato è un atto, non è una condizione, né è uno stato permanente (…) L’atto del peccato, trattandosi di un atto della volontà, può essere interrotto in qualunque istante e comunque cessa entro un certo lasso di tempo, una volta che l’atto è compiuto”.

E poco dopo:

“Certo, dopo l’atto del peccato, se non interviene il rimprovero della coscienza e il pentimento, anche cessato l’atto, resta uno stato di colpa”

Dunque – chiediamo noi – esiste o non esiste una “condizione o stato permanente di peccato”?

2.     Circa le disposizioni del penitente, le cose non sembrano essere più chiare:

“Tra le condizioni di questo tipo (cioè tra le condizioni nelle quali è facile peccare, n.d.r) c’è certamente quella dei divorziati risposati, i quali vivono in un’unione adulterina, legati uno dei due o tutti e due, come si suppone, a un precedente legittimo matrimonio. In passato la Chiesa ha dato diposizioni pastorali atte a consentire a queste coppie di mantenersi in grazia di Dio, pur essendo escluse dai sacramenti. Esse possono ottenere il perdono dei peccati direttamente da Dio, anche senza accedere al sacramento della penitenza”

Cosa significa tutto ciò? Se due persone vivono in unione adulterina, non sono né tanto meno possono mantenersi in stato di grazia, a meno che non si pentano e recedano da tale unione; d’altra parte, se fossero in stato di grazia, non si vede perché dovrebbero essere escluse dai Sacramenti. Il “perdono diretto”, infine, non è un deus ex machina, ma presuppone la contrizione, la quale non può mai darsi senza autentica conversione.

3.     Circa la Sacra Tradizione, leggiamo:

“La Sacra Tradizione, come dice la parola, è la trasmissione orale e fedele del dato rivelato, è la predicazione apostolica della Parola di Dio nel corso della storia, è un Magistero vivente, assistito dallo Spirito Santo, trasmissione che Cristo ha affidato agli apostoli e ai loro successori sotto la guida di Pietro, di generazione in generazione, fino a oggi, fino a Papa Francesco e fino alla fine del mondo”

e, subito appresso

“La Sacra Tradizione, insieme con la Sacra Scrittura, è la fonte della Rivelazione, ossia della dottrina della fede cattolica, riassunta dal Credo, che ci viene interpretata e insegnata dal Magistero della Chiesa sotto la guida del Papa”

Dunque, la Sacra Tradizione è “Magistero vivente” oppure “fonte della Rivelazione”?

Padre Cavalcoli farebbe bene a ricordare che in teologia il termine “tradizione” può avere un significato “oggettivo” e un significato “attivo”. Nel primo caso, Tradizione indica il contenuto oggettivo della Rivelazione definitivamente chiusa con la morte dell’ultimo apostolo; nel secondo caso, indica invece l’azione del trasmettere e, perciò, si avvicina all’idea di Magistero. Due concetti differenti che afferiscono ad un unico termine.

Invece, il Padre non distingue. E, omettendo tale distinzione, suggerisce tale ragionamento:

La Tradizione è Magistero vivente; la Tradizione è fonte della Rivelazione; dunque, il Magistero vivente è fonte della Rivelazione.

Ciò significherebbe che il Magistero attuale della Chiesa può continuamente riformulare le verità della fede: storicismo assoluto, modernismo pieno. Una simile abnormità non è affermata esplicitamente da Padre Cavalcoli (il quale, con un maldestro richiamo alla distinzione tra progresso “oggettivo” e “soggettivo” della tradizione, non chiarisce affatto ma contribuisce a creare ulteriore confusione): costituisce però la conseguenza logica del suo ragionamento.

4.     Ed ecco il punto di convergenza:

“La Chiesa, quindi, è infallibile quando riconosce, codifica e interpreta la legge divina, si tratti della legge morale naturale o rivelata; ma nel momento in cui emana leggi, che ne dispongono la loro applicazione nella varietà o accidentalità delle circostanze storiche o in casi particolari, queste leggi assumono un valore semplicemente contingente, relativo e temporaneo, per cui, al sopravvenire di nuove circostanze o per una migliore conoscenza della stessa legge divina, richiedono di essere mutate, abrogate, corrette o migliorate, s’intende sempre per una nuova disposizione dell’autorità”;

“Il concedere o non concedere la comunione entra nel potere della pastorale della Chiesa e nelle norme della liturgia, che sono stabilite dalla Chiesa secondo la sua prudenza, che è sempre rispettabile, benché non infallibile”.

Le disposizioni spirituali per accedere alla Comunione non sono riconosciute come “norme morali” profondamente radicate nella Sacra Scrittura (come invece il Magistero vivente della Chiesa insegna, cfr. Esort. apost. Familiaris consortio, n. 84: AAS 74 (1982) 185), ma sono ridotte a “norme pastorali e liturgiche”.


Quest’idea, con buona pace dell’eminente teologo Padre Cavalcoli, è francamente inaccettabile.

DFR