venerdì 24 maggio 2013

"Le origini apostolico-patristiche della Messa tridentina" di Suor Maria Francesca Perillo F.I. (da Chiesa e postconcilio) - II parte

di Suor Maria Francesca Perillo, F.I.


(segue dalla I parte)


La Liturgia al tempo degli Apostoli

Se dunque il Signore ha tracciato le linee fondamentali del Culto liturgico cristiano, è da credere che, per quanto Egli non ha definito, abbia lasciato grande libertà all'iniziativa illuminata degli Apostoli, che aveva investito della sua stessa divina missione ed ai quali aveva impartito le necessarie facoltà costituendoli non solo propagatori della Parola evangelica, ma anche ministri e dispensatori dei Misteri. Il potere liturgico era fondato e dichiarato perpetuo per vigilare alla custodia del deposito dei Sacramenti e delle altre osservanze rituali che il Pontefice supremo aveva istituito.

Gli Apostoli continuano dunque a stabilire e promulgare un insieme di riti. Ecco perché il Concilio di Trento, trattando nella sua 22ma sessione delle cerimonie auguste del Santo Sacrificio della Messa, dichiara che bisogna rapportare all'istituzione apostolica le benedizioni mistiche, i ceri accesi, le incensazioni, gli abiti sacri, e generalmente tutti i particolari atti a rivelare la maestà di questo grande Atto, e a portare l'anima dei fedeli alla contemplazione delle cose sublimi nascoste in questo profondo Mistero, per mezzo di questi segni visibili di religione e di pietà.

«Questo sacro Concilio osserva dom Guéranger - non era arrivato a produrre quest'affermazione per qualche congiuntura incerta, dedotta da premesse vaghe: esso parlava come parlavano i primi secoli. Esso invocava la tradizione primitiva, ossia apostolica, così come l'aveva eloquentemente invocata Tertulliano, sin dal III secolo [...]. Anche san Basilio segnala la tradizione apostolica come fonte delle stesse osservanze, alle quali aggiunge, come esempio, le seguenti: pregare verso l'oriente, consacrare l'Eucaristia nel mezzo di una formula di invocazione che non si trova registrata né in san Paolo, né nel Vangelo; benedire l'acqua battesimale e l'olio dell'unzione, ecc. E non solo san Basilio e Tertulliano, ma tutta l'antichità, senza eccezione, confessa espressamente questa grande regola di sant'Agostino, divenuta banale a forza d'essere ripetuta: "È molto ragionevole credere che una prassi conservata da tutta la Chiesa e non istituita dai Concili, ma sempre conservata, non può averla tramandata che l'autorità degli Apostoli"» (Guéranger).

Ma se gli Apostoli devono essere incontestabilmente considerati come i creatori di tutte le forme liturgiche universali, essi hanno pure dovuto adattare il rito, nelle sue parti mobili, ai costumi dei Paesi, al genio dei popoli, per facilitare la diffusione del Vangelo: da qui le differenze che regnano tra alcune Liturgie d'Oriente, che sono l'opera più o meno diretta di uno o più Apostoli, e la Liturgia d'Occidente, di cui una, quella di Roma, deve riconoscere san Pietro quale suo principale autore.

È certo che il Principe degli Apostoli, colui che aveva ricevuto da Cristo medesimo il "potere delle chiavi", non ha potuto essere estraneo all'istituzione o regolamento delle forme generali di Liturgia che i suoi fratelli portavano in tutto il mondo. «Dal momento in cui noi ammettiamo il suo potere di capo, dobbiamo ammettere, di conseguenza, la sua influenza principale in ciò come in tutto il resto, e riconoscere, con sant'Isidoro, che si deve far risalire a san Pietro, come istitutore, ogni ordine liturgico che si osserva universalmente in tutta la Chiesa. In secondo luogo, quanto alla Liturgia particolare della Chiesa di Roma, il solo buon senso ci fa comprendere che questo Apostolo non ha potuto dimorare a Roma, in quei lunghi anni, senza preoccuparsi di una materia così importante, senza stabilire, nella lingua latina e per il servizio di questa Chiesa, che egli rendeva per libera scelta madre e maestra di tutte le altre, una forma che, in considerazione delle varianti che necessitava la differenza dei costumi, del genio e delle abitudini, si confacesse almeno a quelle che egli aveva istituite e praticate a Gerusalemme, ad Antiochia, nel Ponto e nella Galazia» (Guéranger).

Bisogna tuttavia tener conto che la formazione della Liturgia attraverso gli Apostoli si è compiuta progressivamente. San Paolo, nella sua prima Lettera ai Corinti, ci mostra questa nuova Chiesa già in possesso dei Misteri del Corpo e del Sangue del Signore; tuttavia - con le parole « Caetera cum venero disponam» - dimostra di voler dare disposizioni più precise quanto alle cose sacre. «Tale è il senso che i santi Dottori hanno costantemente dato a queste parole che terminano il passo di questa Lettera dove si parla dell'Eucaristia: san Girolamo, nel suo commento succinto su questo passo, si spiega così: "Caetera de ipsius Mysterii Sacramento". Sant'Agostino sviluppa ulteriormente questo pensiero nella sua lettera ad Januarium: "Queste parole - dice - danno ad intendere che, allo stesso modo che egli aveva in questa lettera, fatto allusione agli usi della Chiesa universale (sulla materia e l'essenza del Sacrificio), egli istituì subito (a Corinto) questi riti in cui la diversità dei costumi non ha affatto ostacolato l'universalità"».

Attingendo dagli Atti e dalle Lettere degli Apostoli, come pure dalle testimonianze della tradizione dei primi cinque secoli, si possono - a grandi linee - ricostruire questi riti generali che, per la loro stessa generalità, devono essere ritenuti apostolici, secondo la regola di sant'Agostino sopra citata.

 Il Sacrificio eucaristico nell'Evo apostolico 
Dal racconto degli Atti degli Apostoli si desume l'esistenza di un rituale, semplice sì, ma fisso, e sostanzialmente completo, seguito uniformemente dagli Apostoli e dai loro collaboratori nell'amministrazione dei sacramenti del Battesimo, della Cresima, degli Ordini sacri, dell'Olio per gli infermi. Né si possono ignorare alcune antiche e preziose tradizioni, esistenti in talune chiese fondate dagli Apostoli, secondo le quali la Liturgia ivi vigente era un patrimonio ricevuto dagli stessi Apostoli. Tale la Liturgia di san Marco per la chiesa d'Alessandria; di san Giacomo per quella d'Antiochia, di san Pietro per la Romana. E sant'Ireneo, che per mezzo di san Policarpo si riannoda alla tradizione efesina di san Giovanni evangelista, accennando all'istituzione della Santissima Eucaristia, dichiara che la forma dell'oblazione del Santo Sacrificio, la Chiesa l'ebbe dagli Apostoli: « E parimenti... [Cristo] ha affermato che il calice è il suo sangue e ha insegnato il nuovo sacrificio [del nuovo Testamento] che la Chiesa, ricevendolo dagli Apostoli, offre a Dio in tutto il mondo» (citato da M. Righetti in Manuale di storia liturgica). Non diversamente si esprime san Giustino nella sua famosa Apologia (1,66): «Il Cristo ha prescritto di offrire; lo hanno prescritto a loro volta gli Apostoli, e noi facciamo a riguardo dell'Eucarestia ciò che abbiamo appreso dalla loro tradizione».

È evidente che, in campo liturgico, la prima preoccupazione degli Apostoli fu quella di regolare la celebrazione della divina Eucaristia. Non a caso la Frazione del Pane compare dalla prima pagina degli Atti degli Apostoli, e san Paolo, nella prima lettera ai Corinti, insegna il valore liturgico di quest'atto.

Ma il culto e l'amore che i santi Apostoli portavano a Colui con il quale questa Frazione del Pane li metteva in rapporto, li obbligava, secondo l'eloquente nota di san Proclo di Costantinopoli, di circondarlo di un insieme di riti e di preghiere sacre che non poteva compiersi che in un tempo abbastanza lungo: e questo santo Vescovo non fa che seguire in ciò il sentimento del suo glorioso predecessore, san Giovanni Crisostomo. Innanzitutto questa celebrazione, per quanto era possibile, aveva luogo in una sala dignitosa e ornata; poiché il Salvatore l'aveva celebrata così, nell'Ultima Cena, caenaculum grande, stratum» (Guéranger). Il luogo della celebrazione era costituito da un altare: già non era più una tavola. L'autore della Lettera agli Ebrei lo dice con enfasi: «Altare habemus», abbiamo un altare (Eb 13,10).

Ecco come dom Guéranger - sulla base delle Lettere degli Apostoli e delle testimonianze patristiche - ricostruisce una Sacra Sinassi al tempo degli Apostoli. Una volta riuniti i fedeli nel luogo del Sacrificio, il Pontefice, nell'epoca apostolica, presiedeva innanzitutto alla lettura delle Epistole degli Apostoli, alla recita di qualche passo del santo Vangelo, che ha formato sin dall'origine la Messa dei Catecumeni; e non bisogna cercare altri istitutori di questo uso che gli Apostoli stessi. San Paolo lo conferma in più di un'occasione. Questa ingiunzione apostolica ebbe autorità di legge subito, poiché nella prima metà del II secolo, il grande apologista san Giustino attesta la fedeltà con cui la si seguiva, nella descrizione che egli ha dato della Messa del suo tempo (cf Apologia II). Tertulliano e san Cipriano confermano la sua testimonianza.

 Quanto alla lettura del Vangelo, Eusebio insegna che il racconto delle azioni del Salvatore, scritto da san Marco, fu approvato da san Pietro per essere letto nelle Chiese: e san Paolo fa allusione a questo stesso uso, quando, designando san Luca, fedele compagno dei suoi pellegrinaggi apostolici, lo definisce come «il fratello che ha lode in tutte le Chiese a motivo del vangelo» (2Cor 8,18).

Il saluto al popolo con queste parole: «Il Signore sia con voi», era in uso sin dall'antica legge. Booz lo rivolge ai suoi mietitori (cf Rt 2,4) ed un profeta ad Asa, re di Giuda (cf 2Cr 15,2). «Ecce ego vobiscum sum», dice Cristo alla sua Chiesa (Mt 28,20). Così la Chiesa mantiene questo uso degli Apostoli, come prova l'uniformità di questa pratica nelle antiche Liturgie d'Oriente e d'Occidente, secondo il chiaro insegnamento del primo concilio di Braga.

La Colletta, forma di preghiera che riassume i voti dell'assemblea, prima dell'oblazione stessa del Sacrificio, appartiene anch'essa all'istituzione primitiva, come dimostra la concordanza di tutte le Liturgie. La conclusione di questa orazione e di tutte le altre Liturgie con queste parole: «Nei secoli dei secoli», è universale, sin dai primi giorni della Chiesa. Quanto all'uso di rispondere Amen, non v'è dubbio che risalga ai tempi apostolici. San Paolo stesso ne fa allusione, nella sua prima epistola ai Corinti (cf 14,16).

Nella preparazione della materia del Sacrificio, ha luogo l'unione dell'acqua con il vino che deve essere consacrato. Quest'uso d'un così profondo simbolismo, secondo san Cipriano, risale fino alla tradizione stessa del Signore. Le incensazioni che accompagnano l'oblazione sono state riconosciute essere di istituzione apostolica dal Concilio di Trento.

Lo stesso san Cipriano ci dice che fin dalla nascita della Chiesa, l'Atto del Sacrificio era preceduto da un Prefazio; che il sacerdote gridava: Sursum corda, a cui il popolo rispondeva: Habemus ad Dominum. E san Cirillo, parlando ai catecumeni della Chiesa di Gerusalemme, Chiesa più d'ogni altra di fondazione apostolica, spiega loro l'altra acclamazione: «Gratias agamus Domino Deo nostro! Dignum et iustum est»!

Segue il Trisagio: «Sanctus, Sanctus, Sanctus Dominus»! Il profeta Isaia, nell'Antico Testamento, lo sentì cantare ai piedi del trono di Jahvè; nel Nuovo, il profeta di Pathmos lo ripete così come l'aveva sentito risuonare presso l'altare dell'Agnello. Questo grido d'amore e di ammirazione, rivelato alla terra, doveva trovare un'eco duratura nella Chiesa cristiana. Tutte le Liturgie lo riconoscono, e si può ben garantire che il Sacrificio eucaristico non è mai stato offerto senza che esso vi fosse proferito.

Quindi si apre il Canone. « E chi oserà non riconoscere la sua origine apostolica?», si chiede dom Guéranger. Gli Apostoli non potevano lasciare mutevole ed arbitraria questa parte principale della Liturgia sacra. Se hanno regolamentato molte cose secondarie, tanto più avranno determinato le parole e i riti del più temibile e fondamentale di tutti i misteri cristiani. « È dalla tradizione apostolica - dice il papa Vigilio nella sua lettera a Profuturo - che noi abbiamo ricevuto il testo della preghiera del Canone».

Dopo la consacrazione, mentre i doni santificati stanno sull'altare, trova la sua collocazione l'Orazione domenicale, poiché, dice san Girolamo: « È dopo l'insegnamento di Cristo stesso, che gli Apostoli hanno osato dire ogni giorno con fede, offrendo il sacrificio del suo corpo: Padre nostro che sei nei cieli».

Il Sacrificatore procede immediatamente alla Frazione dell'Ostia, facendosi in ciò imitatore non solo degli Apostoli, ma di Cristo stesso, che prese il pane, lo benedì e lo spezzò prima di distribuirlo.

Ma, prima di comunicarsi con la Vittima di carità, tutti devono salutarsi nel santo bacio. «L'invito dell'Apostolo - dice Origene - ha prodotto nelle Chiese l'uso che hanno i fratelli di scambiarsi il bacio quando la preghiera è arrivata alla fine».

Ecco quindi certificata l'origine apostolica dei riti principali del Sacrificio, così come si praticavano in tutte le Chiese.

 Certificata quindi l'origine apostolica dei riti principali del Sacrificio, così come si praticavano in tutte le Chiese, da tale ricostruzione discendono alcune fondamentali conclusioni:

  1. la Liturgia istituita dagli Apostoli ha dovuto contenere necessariamente tutto quello che era essenziale alla celebrazione del Sacrificio cristiano e all'amministrazione dei Sacramenti, tanto sotto l'aspetto delle forme essenziali quanto sotto quello dei riti obbligatori per la decenza dei misteri, per l'esercizio del potere di Santificazione e di Benedizione che la Chiesa riceve da Cristo attraverso gli stessi Apostoli. Questo insieme liturgico ha dovuto comprendere tutto quello che si riconosce universale nelle forme del culto, nell'arco dei primi secoli, e di cui non si può designare l'autore o l'origine, secondo il su menzionato principio di sant'Agostino. Questo insieme primitivo di riti cristiani, già sufficientemente chiari e dettagliati, mostra come, sin dal suo sorgere, la Chiesa abbia avvertito la necessità di stabilire il culto con il quale doveva elevarsi il Sacrificio e la lode al Dio tre volte Santo.
  2. Eccezion fatta per un esiguo numero di allusioni negli Atti degli Apostoli e nelle loro Epistole, la Liturgia apostolica si trova interamente fuori dalla Scrittura, ed è di puro dominio della Tradizione. Sin dalle sue origini, dunque, la Liturgia è esistita più nella Tradizione che nella Scrittura. Ma ciò non deve meravigliare specie se si considera che la Liturgia si esercitava dagli Apostoli, e da coloro che essi avevano consacrato vescovi, sacerdoti o diaconi, molto tempo prima della redazione completa del Nuovo Testamento.
  3. I Padri del III e IV secolo assai di frequente, parlando di qualche rito o cerimonia in particolare, affermano che è d'origine o tradizione apostolica. Con tale espressione - che è scientificamente e storicamente inverificabile - i Padri volevano verosimilmente richiamarsi al periodo più antico della Chiesa dimostrando con ciò quanto fossero ancora vive, presso le varie Chiese, le memorie dell'attività liturgica degli Apostoli.
  4. In tutta l'antichità cristiana non si trova alcun indizio che accenni, come vogliono i Protestanti e certa corrente teologia, ad una diretta ingerenza delle Comunità nelle funzioni del Culto. La fissazione e la progressiva regolamentazione della Liturgia si mostra sempre compito esclusivo degli Apostoli e dei vescovi loro successori.

Alla fine del IV secolo si registrano queste pregnanti parole del papa san Siricio che rivelano tutta l'importanza dell'unità liturgica come fondamento dell'unità della Fede e del Dogma: «La regola apostolica - scrive - c'insegna che la confessione di fede dei vescovi cattolici deve essere una. Se v'è una sola fede, non vi sarà che una sola tradizione. Se v'è una sola tradizione, vi dovrà essere una sola disciplina in tutta la Chiesa». Di qui l'importanza dell'unità liturgica che è il dogma professato nelle formule sacre.

Risale proprio a questo periodo (430 ca.) il notissimo lemma, divenuto legge nella scienza liturgica: "lex orandi lex creclendi". Se esso è a tutti noto - forse non a tutti è noto l'autore e il complesso della citazione. Sembra che risalga al papa san Celestino il quale così scriveva ai vescovi della Gallia contro l'errore dei pelagiani: «Oltre ai decreti inviolabili della Sede apostolica che ci hanno insegnato la vera dottrina, consideriamo anche i misteri racchiusi nelle formule di preghiere sacerdotali che, stabilite dagli apostoli, sono ripetute nel mondo intero in modo uniforme in tutta la Chiesa cattolica cosicché la regola della fede deriva dalla regola della preghiera: ut legem credendi lex statuat supplicandi».

In conclusione, durante i primi tre secoli del Cristianesimo, v'era una sostanziale unità di riti. Si trattava naturalmente d'un'uniformità di sostanza più che di accidenti. Gradualmente i dettagli variabili vengono fissati ed entrano nella Tradizione della Chiesa, benché il rito rimanga ancora fluido, entro però delle linee ben stabilite.
           (continua)


6 commenti:

  1. Ecco il sottotitolo del blog CHIESA E POSTCONCILIO "Dove sta andando la Chiesa cattolica? È vero che quella visibile (la Chiesa Una Santa è Viva e immacolata nel Suo Sposo) rischia di subire una 'mutazione genetica' o questa è già avvenuta nostro malgrado e ne vediamo solo ora gli effetti? Siamo in tempo per rimediare e come?"
    Mi sembra un giudizio severo, senza fede, visione soprannaturale, rispetto verso la Chiesa e il Vaticano II. Mi piace la S. Messa secondo la forma straordinaria ma non la esclusivizzo, non per questo critico l'altra forma, non per questo dichiari o e faccio credere a me stesso e agli altri che la Forma Ordinaria secondo il Messale di Paolo VI è da buttare via. Grazie per l'attenzione.

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  2. Non sono un teologo, ma sono un appassionato storico del cristianesimo con il valore aggiunto della fede cattolica. Sto leggendo con interesse questo lungo articolo, ma c'è qualcosa che non mi convince. La sig.ra Suro Maria Francesca Perillo - che spero abbia conoscenze accademiche sulla storia della liturgia - fa il distinguo tra i riti d'Oriente e d'Occidente, riconoscendone le differenze culturali, linguistiche e semiotiche, che ne giustificano le forme differenti. In un mondo globalizzato che accorcia le distanze con l'internet e con i mezzi di trasporto rapidi, considerare la liturgia dell'Occidente la forma romana e tridentina mi sembra riduttivo. La polarizzazione culturale tra Est e Ovest del mondo, oltre che tra Nord e Sud esiste, ma non tale da giustificare oggi i differenti riti che sono un eredità del passato con i suoi valori e non un'esigenza assoluta di decodificazione del sacro nel 2013. Il mio giudizio non vuole togliere nulla alla bontà e bellezza della S. Messa usus antiquior, ma gli argomenti dell'articolista a suffragio della sua tesi mi sembrano deboli. La cultura e il linguaggio dell'uomo contemporaneo è forse in contraddizione con la liturgia postconciliare? A me sembra ben altro... Quale ne fu il percorso storico? E' una Messa lecita e valida? Ha risposto alle attese della Chiesa? Ha santificato e santifica fedeli e pastori? La beata Chiara Badano, padre Puglisi, Giovanni Paolo II presto santo, ne sono l'esempio. Cosa succederebbe, infine, se fra cinquanta, cento anni, ci fosse una revisione ulteriore del messale, la riforma della riforma? Quanti storici, teologi e liturgisti prenderebbero la difesa dell'attuale S. Messa romana cosiddetta di "Paolo VI", papa di venerata memoria? La mia ultima osservazione, infine, riguarda il pensiero di Benedetto XVI sull'unico rito romano in due forme. Cosa significa questo? E' evidente che, storicamente e liturgicamente, il messale di Paolo VI è l'evoluzione del messale precedente che comunque ha ricevuto rimaneggiamenti fino a Giovanni XXIII. Il pensiero quindi di Suro Perillo è più di pregiudizio che postgiudizio, di opinabile opinione personale, più che scientifico. Con tutto il rispetto per l'autrice non va oltre dei richiami spirituali, belle riflessioni su realtà sublimi della S. Messa cattolica che sono presenti nei riti d'Oriente, nei riti d'Occidente e persino nel rito zairese.

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  3. Doctorangelicus24 maggio 2013 18:09

    Dire che il Messale di Paolo VI è l'evoluzione del Messale precedente è un'affermazione (purtroppo) insostenibile. E' proprio per l'impossibilità di considerarlo tale che tanta opposizione esso ha suscitato. Fino alllora il Messale si era evoluto organicamente: si può discutere che su questo o quel particolare l'evoluzione non fosse stata sempre felicissima o che su questo o quel punto si potesse intervenire, ma in ogni modo esso rappresentava l'ultimo stadio di 1500 anni di evoluzione. Il Messale di Paolo VI, come spiegò bene il card. Ratzinger, ha generato una cesura in questa evoluzione dando vita a una creazione di fatto nuova, realizzata a tavolino da un gruppo di esperti in particolare momento storico. Esso non rappresenta un'evoluzione del precedente Messale: l'entità degli interventi, l'operazione di ingegneria liturgica che vi sta alla base, l'incastonamento di materiale anche antico ma totalmente estraneo alla tradizione del rito romano (perfino nelle preghiere eucaristiche) ecc. impediscono di considerarlo tale. Naturalmente il gentile Anonimo non deve credere alle mie parole: basta che prenda un Messale nuovo e uno antico e faccia lui stesso il confronto... magari andando anche a cercare l'edizione di un Messale anteriore al Concilio di Trento: vedrà la differenza fra un Messale che riforma (quello tridentino rispetto ai precedenti) e un Messale che "rivoluziona".

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    1. LA MERAVIGLIOSA CONTINUITA' DELLA LITURGIA CATTOLICA. La liturgia mi ha sempre appassionato. Da novello sacerdote mi sono sforzato di capire e celebrare la Messa cosiddetta tridentina. Sto leggendo i commenti del post nel blog, ma confrontando i messali di Paolo VI e quello di Giovanni XXIII ne vedo una meravigliosa continuità. Tranne le preghiere ai piedi dell'altare che si possono fare pure in sagrestia, il Kyrie e il Gloria sono gli stessi. Il Confiteor è lo stesso recitato insieme da pastore e fedeli. C'è una Colleta. C'è la Parola di Dio (molto più ricca attualmente). L'Offertorio e il lavabo nella Messa tridentina sono solo più lunghi. Il Sanctus è lo stesso. Il Canone, se si prende specialmente la preghiera eucaristica I è la stessa cosa (tranne la diatriba del "pro multis" dovuta alla traduzione in italiano e non alla forma liturgica). Dopo la dossologia c'è il Pater, alcune preghiere, la distribuzione della Comunione, la preghiera dopo la Comunione, la benedizione e l'Ite Missa est pressoché identici. Nel nuovo messale ci sono alcune rubriche in meno che si traducono in benedizioni e genuflessioni, ma dov'è sostanzialmente la differenza? Quanto all'allora mons. Ratzinger, non trovo la critica citata sul Messale di Paolo VI. Da Papa, invece, nell'ultimo discorso al clero di Roma "Dopo la Prima Guerra Mondiale, era cresciuto, proprio nell’Europa centrale e occidentale, il movimento liturgico, una riscoperta della ricchezza e profondità della liturgia, che era finora quasi chiusa nel Messale Romano del sacerdote, mentre la gente pregava con propri libri di preghiera, i quali erano fatti secondo il cuore della gente, così che si cercava di tradurre i contenuti alti, il linguaggio alto, della liturgia classica in parole più emozionali, più vicine al cuore del popolo. Ma erano quasi due liturgie parallele: il sacerdote con i chierichetti, che celebrava la Messa secondo il Messale, ed i laici, che pregavano, nella Messa, con i loro libri di preghiera, insieme, sapendo sostanzialmente che cosa si realizzava sull’altare. Ma ora era stata riscoperta proprio la bellezza, la profondità, la ricchezza storica, umana, spirituale del Messale e la necessità che non solo un rappresentante del popolo, un piccolo chierichetto, dicesse “Et cum spiritu tuo” eccetera, ma che fosse realmente un dialogo tra sacerdote e popolo, che realmente la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo fosse un’unica liturgia, una partecipazione attiva, che le ricchezze arrivassero al popolo; e così si è riscoperta, rinnovata la liturgia". Più chiaro di così! don Giordano

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  4. Rispondo alla maleducazione malcelata del predente commento, dove si da della "signora" a una suora...e addirittura accusandola non troppo velatamente di non avere le basi accademiche per discutere sulla materia.A me sembra che invece ormai è sotto gli occhi di tutti - al di là della sua validità - che la Messa di Paolo VI, che si può dire è stata una Messa inventata a tavolino, sia un vero e proprio esperimento liturgico, che strizza l'occhio all'archeologismo liturgico ( condannato da Pio XII nella Mediator Dei), all'ecumenismo, dove prende tipici elementi protestanti tipo la celebrazione versus populum.Tutti dimenticano come lo stesso Ratzinger ha definito la riforma liturgica una "vera e propria devastazione" e addiruttura il compianto liturgista mons.Gamber - uno dei migliori liturgisti di sempre- definì la riforma liturgica come "non una potatura di un albero, ma come l'albero sia stato tagliato alla radice, e con gli elementi rimasti si sia creato un qualcosa di eterogeneo". I sostenitori della riforma liturgica dicono sempre che la Messa di Paolo VI rappresenta la Messa primitiva, poi ad un attento esame e studio ci si accorge che la sola cosa di primitiva sia la tanto decantata "preghiera dei fedeli".Però non dicono mai una cosa: che questa preghiera alla fine del IV secolo già era stata eliminata dalla Messa e che comunque non si sa da quando si sia iniziato l'uso, per può darsi che la preghiera dei fedeli - che tra l'altro certo non aveva risvolti sociologici, politici e antropologici di oggi - sia durata pochissimo tempo nella vita liturgica della Messa.Altro elemento "primitivo" che si sarebbe restaurato sarebbe il "canone di Ippolito" cioè la II preghiera eucaristica, peccato che la preghiera eucaristica II è solo ispirata al canone di Ippolito, che sconcerta anche per la sua brevità ! Altra annosa questione è quella del "pro multis" presente nel Canone Romano e nelle anafore orientali, i presunti restauratori della riforma liturgica non dicono mai che nel più antico Messale Romano ritrovato che è il Sacramentarium Gelasianum risalente al III secolo il pro multis era già presente nella formula di consacrazione.

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  5. Il pro multis nel messale gelasiano? Pensavo che fosse nel vangelo.
    In ogni caso questo post ha dei difetti: non prende in considerazione I riti di tutte le chiese apostoliche e le chiese orientali hanno conservato la loro tradizione liturgica senza dubbio; inoltre non fornisce gran che per sostenere la tesi secondo cui la liturgia si sarebbe conservata pressoche' invariata. Un esempio per la prima obiezione: quasi certamente unire acqua al vino nel calice e' di uso antichissimo, ma la chiesa armena non segue tale prassi.
    UN esempio per la seconda obiezione: una Cosa e' dire che la struttura generale della liturgia e' apostolica, altra cosa e' dire che I dettagli liturgici lo siano. L' autrice del post sembra ignorare che il bacio di pace era originariamente in UN momento diverso della celebrazione, che altre cose non erano nel posto in cui sono ora, per esempio il kyrie e che I riti penitenziali non erano cosi' marcati come nel VO. Il canone di ippolito era antiocheno, non in uso a roma, ma comunque di origine apostolica nei suoi tratti essenziali. Sembra che l'unica fonte per questo post siano gli scritti di Dom gueranger. Penso che qualcuno abbia scritto cose utili in tempi piu' recenti, anche prima del concilio.
    Io tutta questa famosa discontinuita' tra NO e VO, nella sostanza, non la vedo.

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