giovedì 24 settembre 2009

Echi tridentini in poesia: Seamus Heaney


Vorrei proporre, anche per schivare dopo le precedenti puntate italocentriche eventuali accuse di provincialismo, una lettura da un autore anglosassone, originario per la precisione dell'Ulster. Si tratta di Seamus Heaney [nella foto], classe 1939, oggi concordemente considerato il maggior poeta vivente di lingua inglese, per inciso anche vincitore del Nobel 1995 (d'accordo, da decenni la kermesse scandinava non costituisce più un certificato di buona condotta letteraria, ma fidatevi se dico che la giuria del 1995 era meno ubriaca del solito). Heaney è di famiglia e di formazione cattolica, benché anche nel suo caso si possa dire che la vita l'ha poi portato a percorrere altre strade. La poesia che segue è tratta da Station Island, una raccolta del 1984:

In Illo Tempore

The big missal splayed
and dangled silky ribbons
of emerald and purple and watery white.

Intransitively we would assist,
confess, receive. The verbs
assumed us. We adored.

And we lifted our eyes to the nouns.
Altar stone was dawn and monstrance noon,
the word rubric itself a bloodshot sunset.

Now I live by a famous strand
where seabirds cry in the small hours
like incredible souls

and even the range wall of the promenade
that I press down on for convinction
hardly tempts me to credit it.

(Il grosso messale era strombato / e penzolava nastri serici / smeraldo e porpora e bianco sbiadito. // Intransitivamente assistevamo, / confessavamo, ricevevamo. I verbi / ci assumevano. Adoravamo. // Ed alzavamo gli occhi ai sostantivi. / Pietra d'altare era aurora ed ostensorio mezzogiorno, / la parola rubrica stessa un tramonto iniettato di sangue. // Ora vivo presso un lido famoso / dove uccelli marini gridano nelle ore piccole / come anime incredibili, // perfino il muro della passeggiata / che premo fortemente per convincermene / appena a dargli credito mi tenta.)

Non sono versi sempre semplici, è vero. Ma per citare un vecchio film si potrebbe dire che questa è una poesia, non siamo noi che si chiacchiera del più e del meno. Il tempo lontano richiamato fin dal titolo è comunque chiaramente quello dell'infanzia dell'autore, che in più occasioni ha attinto ai suoi ricordi di chierichetto - inutile specificare di quale messa, i dati biografici parlano da soli. Volendo essere perfidi si potrebbe invece inferire che la perdita di fede cui alludono gli ultimi versi sia un portato dei travagli postconciliari che Heaney dovette attraversare dalla fine della sua giovinezza: ma non sono perfido e d'altronde su questo punto - poeticamente non fondamentale - potrebbe rispondere solo l'interessato, che non mi risulta l'abbia mai fatto. Resta il fatto che più di un grande poeta fattosi adulto, e magari anche laico, ha conservato splendide memorie della messa antica, che ogni tanto sembrano ritornare a visitarlo. In teoria, essendo passati ormai quarant'anni dalla riforma liturgica, oggi dovremmo anche avere, da qualche parte in Europa o nel mondo, poeti di prima fascia già anzianotti e tiepidi in ambito religioso che nei loro versi rievochino con autentico trasporto lirico la gioia liberatoria del passaggio dal latino al volgare, le messe beat accompagnate dalle chitarre, quelle celebrate nelle fabbriche, le prediche dialogate e via ricordando. Se ne conoscete qualcuno vi supplico di farmi un fischio.

Jacopo

7 commenti:

  1. Non ne ha scritti molti di così ispirati, ma questi versi di Heaney andrebbero senz'altro inseriti d'ufficio nell'Antologia Palatina della poesia occidentale contemporanea. Ringrazio Jacopo per averli qui riproposti.

    Sullo

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  2. Di Heaney ricordo una bellissima versione di Beowulf dall'anglosassone.

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  3. Grazie davvero, Iacopo. Sono versi che non possiamo limitarci a leggere, dobbiamo assumerli in noi e lasciare che agiscano e lavorino.
    Mi attirano soprattutto i versi da 3 a 6. Si parla di verbi, cioè di azioni, di cose fatte o da fare. (Ma non ci sarà, anche, da individuare fra le righe il passaggio dai “verbi” al “Verbo”?).
    “Assistere”, “confessare”, “ricevere” devono essere considerati come intransitivi, ci dice il poeta, anche se (almeno in lingua italiana) potrebbero benissimo essere usati transitivamente: si assiste una persona, si confessa una colpa, si riceve un dono. Ma è come se il poeta ci invitasse a trascurare il possibile complemento oggetto, a rivolgere l’attenzione ad altro, molto più importante dei nostri “oggetti” terreni: assistere a un rito, un sacrificio, un mistero, un miracolo; confessare a Colui che, offeso, può perdonarti; ricevere da Colui che è solo Amore.
    “I verbi ci assumevano”: eravamo al servizio delle tante cose da fare, rischiavamo di circoscrivere la nostra attenzione alle cose, pur legittime, di questo mondo. Un riferimento al contrasto fra Marta e Maria di Betania?
    La risposta è nell’”adoravamo”. La scelta di Maria, la parte migliore che nessuno le toglierà. E adorare significa per l’appunto “alzare gli occhi ai sostantivi”. Dal mondo al cielo, cercando il Nome che è al di sopra di ogni nome.

    Bello davvero, Iacopo. A rileggerti presto.

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  4. i versi rivelano un 'tocco' (intransitivamente accolto) delicato e solenne, potente e capace di parlare ancora, al di là dell'immediatamente comprensibile.
    Grazie davvero per questa condivisione e per aver aperto questo squarcio su un autore per me sconosciuto

    e grazie anche a Giuseppe per la sua bellissima risonanza! :)

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  5. Risonanza è termine neocatecomenale. Proprio da Mic, semel abbas semper abbas.

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  6. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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  7. Risonanza è termine neocatecomenale. Proprio da Mic, semel abbas semper abbas.

    è vero che i neocatecumenali hanno un loro "gergo", ma non possono certo pretendere il monopolio su tutte le parole del vocabolario!

    Il discorso è completamente OT. Il nostro don (?) non si è affatto lasciato toccare dallo splendido imput offertoci e non ha mancato di tirar fuori una polemica gratuita.

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