domenica 21 dicembre 2008

Chi sarà il prossimo Arcivescovo di Westminster?

Westminster Cathedral, Londra

Secondo indiscrezioni, il 2 gennaio prossimo sarà reso noto il nome del nuovo Arcivescovo di Westminster, che andrà a sostituire il settantaseienne cardinale Cormac Murphy o’Connor.

Qualcuno potrebbe pensare superficialmente che la scelta abbia un’importanza relativa, ad esempio perché non ha influenza diretta sull’intera Gran Bretagna, ma solo sull’episcopato di Inghilterra e Galles (la Scozia, infatti, ha una separata conferenza episcopale e l’Irlanda del Nord è ecclesiasticamente unita con la Repubblica d’Irlanda: l’Arcivescovo di Armagh – sede di S. Patrizio – è primate di tutta l’isola, benché la cittadina si trovi nell’Ulster britannico); oppure perché l’Inghilterra è un paese protestante e i cattolici sono minoranza.

In realtà un simile giudizio sarebbe estremamente errato. La sede di Westminster (che, per chi non lo ricordasse, è una parte di Londra) ha e ancor più avrà un’importanza cruciale nel panorama del cattolicesimo mondiale. L’Arcivescovo di Westminster è tradizionalmente l’unico mitrato di Inghilterra e Galles a diventare cardinale (un’eccezione fu il card. Newmann, che da semplice prete fu fatto cardinale in tarda età, come si farebbe da noi un senatore a vita). Come tale gode di un prestigio e di un’influenza particolari su tutti i suoi colleghi: da noi in Italia, dove vi sono normalmente 9 sedi cardinalizie, non vi è analoga concentrazione di autorevolezza nella Conferenza episcopale. In conseguenza, il nominando avrà un peso rilevante nel determinare gli orientamenti dell’intero episcopato inglese (e gallese), che per ora si caratterizza per una particolare rigidità nel progressismo postconciliare e nell’ostilità marcata alle riforma liturgiche di Benedetto XVI: il card. Murphy o’Connor, che non è nemmeno il peggiore (la maglia nera va forse a Conry, vescovo di Arundel e Brighton), è un corifeo di tale tendenza e si era affannato a emanare subito dopo il motu proprio le solite linee guide restrittive. Una prova tra mille della situazione: a Londra (diocesi di Westminster), con i suoi milioni di abitanti, non c’è una, una sola Messa in forma straordinaria cantata la domenica: solo qualche "messa bassa" (come la chiamano gli inglesi) e qualcosa in più per feste particolari. Un’altra riprova? Quando nel giugno 2008 il card. Castrillòn Hoyos si recò a Londra a pontificare in rito antico nella Cattedrale di Westminster, né il "padrone di casa" card. Murphy o’Connor né alcun altro vescovo ritennero di presenziare: per la compassata etichetta ecclesiastica, un affronto sanguinoso al card. Presidente dell’Ecclesia Dei, a tutto quel che rappresenta in campo liturgico e quindi anche, e nemmeno indirettamente, al Papa. Per contro: è proprio nell’arcivescovado di Westminster (addirittura nella "sala del trono"), alla presenza dell’Arcivescovo, di molti prelati e del Nunzio Faustino Sainz Munoz (progressista pure lui), che Mons. Piero Marini, l’ex maestro di cerimonie del S. Pontefice, bestia nera dei tradizionalisti e simbolo vivente di tutto quanto si oppone al rinnovamento liturgico benedettiano, ha presentato in anteprima il proprio libro di memorie e manifesto della rivoluzione liturgica post-conciliare, intitolato A challenging reform e curiosamente edito finora solo nella "traduzione" inglese (questo fatto alimenta la voce che i veri autori del libro siano in realtà esponenti di spicco dell’establishment ecclesiale inglese e che in realtà non esista un originale del testo in italiano, la lingua in cui ci si aspetterebbe che mons. P. Marini scriva).

Ma anche se l’aspetto liturgico ha la sua grande importanza (c’è una particolare tradizione di ostilità al rito antico nell’episcopato inglese: il defunto card. Hume si vantava di aver fatto recedere Giovanni Paolo II dalle sue velleità di liberalizzare l’antico rito, facendogli balenare rischi di scisma), la sede di Londra-Westminster sarà ancora più determinante perché il futuro Arcivescovo (e poi cardinale) sarà il primo attore nei rapporti con l’instabile e implodente comunione anglicana, e in primo luogo col suo leader, l’Arcivescovo di Canterbury.

A seguito delle derive progressiste degli anglicani (c’è stato un vero e proprio scisma quest’anno all’ultima Lambeth conference, il sinodo decennale della comunione anglicana: intere province del terzo mondo l’hanno boicottato denunziandone le derive antievangeliche, specie in merito all’ordinazione di gay ‘praticanti’), le frange cosiddette anglo-cattoliche, ossia più vicine alla Chiesa Cattolica (che, dopotutto, rappresenta la Tradizione anche per la stessa comunione anglicana, staccatasi dal cattolicesimo ai tempi del re Enrico VIII), bussano quasi con disperazione alle porte di Roma per poter rientrare nel cattolicesimo. Vi è perfino una chiesa anglicana autonoma, la T.A.C. (Traditional Anglican Communion: questo è il loro sito), forte di 200.000 fedeli in tutto il mondo, che ha richiesto di essere assorbita per intero da Roma, come una sorta di chiesa uniate. Una prima ondata di conversioni era avvenuta negli anni ’90, con l’ammissione anglicana della "ordinazione" delle donne: non pochi pastori in fuga da quella riforma anti-apostolica furono ordinati preti cattolici, derogando tra l’altro all’obbligo del celibato e consentendo alle congregazioni di mantenere gli usi liturgici anglicani tradizionali (che tra l’altro, per molti aspetti, sono molto più vicini alla Messa tridentina di quanto non sia l’attuale Messa ordinaria). Ma la maggioranza degli anglo-cattolici aveva all’epoca tollerato l’innovazione, purché fosse loro garantito di non ritrovarsi a che fare con delle "pretesse". Tuttavia quest’anno la Chiesa d’Inghilterra ha ammesso le donne anche all’episcopato. Un’evoluzione ineccepibilmente coerente con la premessa (errata) dell’ordinabilità delle donne, ma che impedisce di essere al sicuro dalla futura eventualità di dover soggiacere ad una "vescovessa". Di qui il gran numero di pastori anglo-cattolici che ora bussano per "attraversare il Tevere", ossia essere ammessi in comunione con Roma.

Orbene, per quanto incredibile ciò possa apparire, i vescovi (cattolici) inglesi sono tutt’altro che entusiasti di ricevere questa iniezione di vocazioni sacerdotali provenienti dall’anglicanesimo. Alcuni motivi possono essere giustificati (bisogna ben trovare una fonte di sostentamento per questi nuovi aspiranti preti), ma quelli veri lo sono immensamente di meno: in primo luogo, l’acceso tradizionalismo di questi potenziali convertiti, esponenti di quella che nell’anglicanesimo è chiamata high Church per via del ritualismo tutt’altro che protestante (incensi, paramenti, ecc.) trova ben poca simpatia nell’episcopato inglese, imbevuto di minimalismo liturgico postconciliare: il rischio è che quei convertiti possano rappresentare un piccolo esercito pronto a dare applicazione alla riforma liturgica del Papa. In secondo luogo, accogliere questi transfughi può minare il dialogo ecumenico con Canterbury, cui i vescovi d’Inghilterra e Galles, sempre per affinità progressiste con i parigrado anglicani, tengono al massimo, in un modo del tutto incoerente rispetto ai risultati (negli ultimi decenni, con l’evoluzione liberal degli anglicani, le distanze tra le due religioni sono diventate ormai irrecuperabili) e rispetto a considerazioni pratiche e utilitaristiche (l’anglicanesimo si sta estinguendo, sia per gli scismi delle province del terzo mondo, sia per la perdita di fedeli: in Inghilterra ci sono ormai più praticanti cattolici che anglicani; a che pro quindi dialogare con i moribondi?).

L’unica ammissibile ragione di riserva nell’accogliere questi fratelli separati anglicani, ossia che l’immissione in massa di clero sposato in una chiesa latina (non orientale) potrebbe minare la consuetudine del celibato ecclesiastico, non pare invece pesare molto, come avrete indovinato, tra le preoccupazioni dell’episcopato inglese e gallese.

Queste sono dunque le evoluzioni in atto. E’ evidente che, benché l’anglicanesimo abbia diffusione mondiale, essendo il suo vertice in Inghilterra (ci riferiamo evidentemente non alla Regina, pur formalmente capo della Chiesa anglicana, ma all’Arcivescovo di Canterbury), è attraverso Westminster che si giocherà la partita ecumenica e che verrà definita la linea da prendere con i transfughi dall’anglicanesimo. Con portata, come si è detto, mondiale, data la diffusione della comunione anglicana in tutto il Commonwealth, e ripercussioni indirette sul dialogo ecumenico con molte denominazioni protestanti. Di qui l’importanza cruciale di una buona nomina a Westminster.

Secondo le indiscrezioni, nella terna redatta dal Nunzio sarebbero compresi questi tre nomi: l’Arcivescovo Nichols di Birmingham, l’Arcivescovo Smith di Cardiff e il Vescovo McMahon di Nottingham. Più un outsider, il Vescovo Roche di Leeds, già il favorito; ma il suo modo arrogante e autoritario di chiudere una frequentata parrocchia dove si celebrava col vecchio rito, e le proteste conseguenti, hanno reso evidente la sua scarsa reputazione tra i fedeli. Insomma, dai nomi proposti non traspare quello sperato ed atteso cambio di direzione che potrebbe venire dalla nomina di qualcuno estraneo al "sistema": il rischio è che l’esito sia nel senso di "business as usual".

Dei tre favoriti (ma i bookmaker inglesi ne elencano anche molti altri: è dato 1:500 persino Bono degli U2; pensate che belle Messe pontificali celebrerebbe: Sunday, bloody Sunday...), McMahon, che pur si è distinto per avere accettato di celebrare con l’antico rito, si è pubblicamente dichiarato in favore dell’abolizione del celibato ecclesiastico e privatamente (ma questa voce è stata da lui smentita) per l’ordinazione femminile; Smith, il peggiore della terna ma fortemente appoggiato del Nunzio (indiscrezione del Daily Mail), in passato si era scontrato col Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (un certo card. Ratzinger...) perché rifiutava ostinatamente di revocare il suo imprimatur ad un testo per bambini che metteva in questione la resurrezione di Gesù; Nichols, infine, potrebbe rappresentare una scelta di compromesso anche se, da fonte attendibile, risulta che il Papa abbia in passato espresso alcune riserve su quest’ultimo.

Chissà quindi che non possa emergere una figura del tutto nuova rispetto all’entourage episcopale, come l’Abate benedettino Hugh Gilbert (v. qui una sua intervista); già in passato una scelta così fuori dagli schemi era stata fatta da Paolo VI, allorché aveva nominato il predecessore dell’attuale cardinale, l'allora monaco Basil Hume.

Ne riparleremo dunque, se le indiscrezioni sono corrette, dopo il 2 gennaio.
Vostro
Occam

2 commenti:

  1. teniamoci i tradizionalisti anglicani e regaliamo a canterbury i nostri progressisti...
    gianni

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  2. Giusto!
    Mi stupisce questo progressismo in un clero cattolico che, essendo minoranza e discendendo da schiere di martiri, dovrebbe essere iper-tradizionalista!
    Tuttavia terrei in conto, per questa falla, anche la pressione della maggioranza portestante, un pericolo comunque ancora di peso.

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