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venerdì 8 marzo 2024

Un canonista francese si interroga sulla legittimità dell’obbligo di concelebrazione della Messa per i sacerdoti: la concelebrazione obbligatoria è coerente con il Concilio Vaticano II e con il diritto canonico?

Vi proponiamo – in nostra traduzione – l’articolo di Edward Pentin, pubblicato il 45 marzo sul sito National Catholic Register, in cui si approfondisce la questione della legittimità dell’obbligo di concelebrazione, tornata di grandissima attualità dopo la richiesta avanza da papa Francesco durante l’udienza in Vaticano concessa alla Fraternità sacerdotale San Pietro il 29 febbraio (QUI su MiL) e da sempre considerata elemento discriminante per l’accettazione del Novus Ordo Missae (recentemente ne abbiamo trattato QUI su MiL, con l’autorevolissimo studio di mons. Athanasius Schneider O.R.C.).
Attraverso una approfondita analisi storica e giuridica, l’autore giunge ad una chiara conclusione, offrendo differenti punti di vista, ma sempre coerente con la Tradizione e il fine più autentico della Chiesa e della Santa Messa.

L.V.


Da diversi anni circolano notizie di sacerdoti cattolici a cui è stato detto di smettere di celebrare Messe private da soli e di celebrare invece con altri sacerdoti, una pratica chiamata concelebrazione.

Nel 2021, ad esempio, il Vaticano ha vietato [QUI su MiL: N.d.T.] ai sacerdoti di celebrare Messe private sugli altari in superficie dell’Arcibasilica di San Pietro in Vaticano. L’editto è stato poi mitigato [QUI: N.d.T.] dopo una protesta pubblica, ma la concelebrazione nella Basilica è ora «la norma».

Nello stesso anno mons. Roland Minnerath, Arcivescovo metropolita di Digione, in Francia, ha espulso dalla sua Diocesi i membri della tradizionale Fraternità sacerdotale San Pietro [QUI su MiL: N. d.T.] perché non concelebravano le Messe – in particolare la Messa Crismale nella forma ordinaria – e non lo facevano da molti anni. Anche diverse comunità religiose, case di formazione e parrocchie hanno imposto la concelebrazione.

I sostenitori affermano che la pratica ha arricchito la Chiesa nel suo complesso, così come la vita spirituale di un sacerdote, che mostra l’unità dell’ordine dei Vescovi uniti ai sacerdoti e a tutto il popolo, e che forse può agire come una sorta di antidoto contro il clericalismo.

Coloro che impongono la concelebrazione sono in gran parte intenzionati a promuovere le riforme liturgiche post-conciliari introdotte negli anni Settanta, e quindi desiderano imporre sanzioni a coloro che sono visti come un ostacolo alla loro piena attuazione.

Si dà il caso che molti di coloro che continuano a celebrare Messe private abbiano una devozione per la liturgia tradizionale, che papa Francesco ha severamente limitato nel 2021 nella sua lettera apostolica in forma di «motu proprio» Traditionis custodes sulluso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970.

In successivi responsa ad dubia su alcune disposizioni della lettera apostolica in forma di «motu proprio» Traditionis custodes, il card. Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti, ha stabilito specificamente che un sacerdote non può più celebrare la Santa Messa tradizionale se rifiuta di concelebrare. Al Vescovo è stato anche ordinato di accertare che l’atteggiamento del sacerdote non rifiutasse le riforme liturgiche del 1970 e l’insegnamento del Concilio Vaticano II, e che comprendesse il «valore della concelebrazione».

Ma la concelebrazione obbligatoria è coerente con il Concilio Vaticano II e con il diritto canonico?

Questa e altre domande sono state discusse da un gruppo di studiosi della Chiesa all’inizio di quest’anno in una conferenza a Roma organizzata dal Centre Internationale d’Etudes Liturgiques sul tema «Concelebrazione e Messe private nella storia della liturgia».

Tra i relatori, padre Stéphane Drillon, Giudice ecclesiastico e Cancelliere della Diocesi di Nizza, ha sostenuto che i prelati che impongono la concelebrazione ai sacerdoti non sono fedeli ai testi conciliari e sfruttano le debolezze di un canone relativo a questa pratica.

«I sacerdoti possono concelebrare», ha sostenuto padre Stéphane Drillon durante l’evento del 25 gennaio, ma ha detto che non c’è «alcun obbligo» di farlo nella costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II.

Tuttavia, ha rilevato quella che considera una lacuna del canone 902 del codice di diritto canonico, il canone che tratta della concelebrazione, affermando che esso non specifica le «condizioni concrete» in cui un sacerdote può celebrare singole Messe.

Tra gli altri aspetti della concelebrazione discussi al convegno, il suo «effetto sacramentale» e l’importanza non solo dell’unità sperimentata dalla concelebrazione, ma anche la necessità di sottolineare «l’evento sacramentale di ogni Santa Messa».

Un altro intervento ha spiegato come la concelebrazione così come viene praticata oggi non assomigli affatto alla rara «concelebrazione romana», che si è estinta nel XII secolo e che coinvolgeva il Papa, i Cardinali sacerdoti ed era limitata alle feste principali.

Altri relatori hanno esaminato anche le pratiche storiche successive della concelebrazione prima delle riforme paoline degli anni Settanta, nonché la celebrazione di Messe individuali «private» dalle loro origini al XIII secolo e la concelebrazione nel rito siro-maronita.

Concelebrazione rara

Fino all’era post-Concilio Vaticano II, la concelebrazione rituale era rara e di solito avveniva solo in occasione dell’ordinazione di un sacerdote o della consacrazione di un Vescovo. In questi casi molto specifici, la concelebrazione non era del tutto equivalente alla pratica moderna, in quanto il sacerdote appena ordinato riceveva l’Ostia Sacra ma riceveva vino non consacrato da un calice diverso da quello usato per consacrare il Preziosissimo Sangue. La costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II ha introdotto la pratica della concelebrazione suggerendo di redigere un rito di concelebrazione, ma suggerendo di limitarlo a particolari occasioni.

L’istruzione sul culto del mistero eucaristico Eucharisticum Mysterium del 1967, che ha aperto la strada alle riforme liturgiche del 1970, è andata oltre. Sottolineando che la concelebrazione mostra «l’unità del sacrificio e del sacerdozio», ha fatto in modo di incoraggiare questa pratica. A meno che «non sia in conflitto con le esigenze dei fedeli», continua il documento, e pur notando che «ogni sacerdote conserva il diritto di celebrare da solo», afferma che è «auspicabile che i sacerdoti celebrino l’Eucaristia in questo modo eminente».

Nel suo discorso del 25 gennaio, padre Stéphane Drillon ha sottolineato che nel precedente Codice di diritto canonico del 1917, la concelebrazione era consentita solo in due casi specifici (la Messa di ordinazione dei sacerdoti e la Messa di consacrazione dei Vescovi) per «manifestare l’unità del sacerdozio». In entrambi i casi, doveva essere sempre presente un Vescovo.

Padre Stéphane Drillon ha detto che si preferivano le Messe individuali (con la presenza di un servitore o di un’altra persona) perché si considerava «cosa eccellente» che il numero delle Messe fosse moltiplicato «per la gloria di Dio e il bene dei fedeli», tenendo presente il principio tomistico: «moltiplicando la causa, si moltiplicano gli effetti».

Le pressioni per aumentare i casi di concelebrazione sono iniziate al Concilio Vaticano II, anche se, come ha notato padre Stéphane Drillon, solo una «minuscola minoranza» di voti (1,9 per cento) ha chiesto che la concelebrazione fosse inclusa nelle discussioni conciliari nella fase preparatoria.

Nella fase preparatoria, ha detto, c’era un desiderio «generale» ma «non provato» di estendere la concelebrazione, e la Commissione per la Liturgia ha fatto numerose omissioni chiave, tra cui il fatto che le Chiese orientali rifiutano la concelebrazione.

Alla fine il Concilio Vaticano II ha deciso di estendere la facoltà di concelebrazione, ma limitandola al Giovedì Santo e alla Messa crismale, alle Messe celebrate nei Concili, nelle assemblee episcopali e nei sinodi e alla Messa di benedizione di un Abate. Il Vescovo poteva permettere la concelebrazione anche in altre rare occasioni specifiche.

Inoltre, il Concilio Vaticano II stabilì che ad ogni sacerdote sarebbe restata «sempre la facoltà di celebrare la messa individualmente», ma non il Giovedì Santo e nella stessa Chiesa quando si svolgeva una Messa concelebrata. Il Concilio Vaticano II ha anche sottolineato che la concelebrazione «non dovrebbe mai minare il valore delle Messe private».

Tra il Concilio Vaticano II e la promulgazione del Codice di diritto canonico del 1983, padre Stéphane Drillon ha indicato tre testi magisteriali che sottolineano che la concelebrazione denota un unico sacrificio e quindi «la moltiplicazione delle Messe diventa auspicabile».

Tra questi testi, padre Stéphane Drillon ha evidenziato in particolare la dichiarazione De concelebratione Missae della Sacra Congregazione per il Culto divino del 7 agosto 1972, in cui si afferma che «se non si può negare l’eccellenza della concelebrazione come modo di celebrare l’Eucaristia nelle comunità, la Messa senza la partecipazione dei fedeli rimane allo stesso tempo il centro di tutta la Chiesa e il cuore dell’esistenza sacerdotale».

«Per questo motivo, ogni sacerdote dovrebbe avere il diritto di celebrare la Messa da solo», si legge nel documento, aggiungendo che dovrebbero essere messi a disposizione un tempo, un luogo e un’assistenza per facilitare «una singola celebrazione». Il Codice di diritto canonico del 1983 ha eliminato l’obbligo per un sacerdote di celebrare con un servitore o un’altra persona, ed è possibile che la proliferazione di Messe private celebrate senza un’altra persona abbia favorito l’insistenza sulla concelebrazione (N.d.R.: il sacerdote in realtà non celebra la Messa «da solo», perché c’è sempre la partecipazione dei cori degli angeli e della comunione dei santi, e naturalmente la presenza del Signore stesso).

Nessun obbligo

Padre Stéphane Drillon ha detto che il canone 902 del codice di diritto canonico afferma questa libertà di celebrare Messe private. Stabilisce che «a meno che l’utilità dei fedeli non richieda o non consigli diversamente, i sacerdoti possono concelebrare l’Eucaristia», ma che rimane intatta «la libertà di celebrarla in modo individuale», anche se «non nello stesso tempo nel quale nella medesima chiesa o oratorio si tiene la concelebrazione ».

Ha anche osservato che la concelebrazione non è incoraggiata nel canone, denotando un passo indietro rispetto allistruzione sul culto del mistero eucaristico Eucharisticum Mysterium ma più fedele alla costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium. Ha anche sottolineato che la libertà di celebrare individualmente è «chiaramente affermata» nel canone e «non limitata, se non da una prescrizione liturgica».

Ma padre Stéphane Drillon ha sottolineato che questa libertà non è attualmente rispettata, e dà la colpa a una «lacuna legislativa e disciplinare» che, ha detto, «deve essere colmata». È «molto difficile», ha aggiunto, applicare il canone 902 del codice di diritto canonico «concretamente», come hanno dimostrato i recenti mandati. Il canone «afferma certamente questa libertà, ma senza specificare le condizioni legali e concrete in cui può essere esercitata», ha detto.

Come soluzione, il canonista francese ha auspicato una nuova legislazione che sottolinei il valore della concelebrazione e renda concreto il diritto e la libertà del sacerdote di celebrare Messe private individuali.

Ha inoltre proposto di invocare il canone 1378 del codice di diritto canonico sugli «abusi di potere» in difesa di quei sacerdoti a cui è stato negato il diritto di celebrare Messe in privato. Ha inoltre sottolineato come la concelebrazione possa rendere alcuni sacerdoti che desiderano celebrare privatamente e individualmente «di fatto estranei e tagliati fuori dalla “comunità” e dal “presbiterio”».

Padre Stéphane Drillon ha anche evidenziato la lettera enciclica sulla sacra Liturgia Mediator Dei del venerabile Papa Pio XII che mette in guardia contro coloro che proibiscono le Messe individuali su diversi altari allo stesso tempo con la motivazione che «dissociano la comunità e ne mettono in pericolo lunità».

La risposta di altri canonisti

Non tutti i canonisti ritengono però che il canone 902 debba essere modificato.

Il prof. Edward Neal Peters, docente di diritto canonico presso il Sacred Heart Major Seminary dell’Arcidiocesi di Detroit, ha dichiarato al Register che secondo lui il canone «va bene così com’è» in quanto «protegge in generale il diritto di un sacerdote di impegnarsi nel suo atto di culto principale – celebrare l’Eucaristia – nel modo che ritiene più appropriato in un determinato momento».

Ha aggiunto che le Messe in cui la concelebrazione è liturgicamente richiesta, ad esempio la Messa crismale, «sono molto poche», ma in generale, ha detto, «i sacerdoti sono canonicamente, e dovrebbero essere in pratica, liberi di concelebrare, o meno, come preferiscono».

«Al di fuori dei pochi casi previsti dalla legge liturgica, esigere la concelebrazione è una violazione dei diritti dei sacerdoti», ha detto il prof. Edward Neal Peters.

Padre Gerald E. Murray J.C.D., avvocato canonista e Parroco della Holy Family di New York, ha dichiarato al Register di aver accolto con favore l’«amplificazione» del canone 902 da parte di padre Stéphane Drillon, ma ha aggiunto che il fatto che vengano celebrate meno Messe a causa della concelebrazione è una «questione controversa».

«Ogni concelebrante è autorizzato a offrire la Messa concelebrata per un’intenzione di sua scelta», ha detto, «quindi ognuno applica il frutto della Messa a un’intenzione diversa da quella del celebrante principale. Mi sembra che questo significhi che ogni sacerdote celebra la propria Messa all’interno della struttura della concelebrazione».

I liturgisti, tuttavia, sottolineano che sebbene un sacerdote possa applicare un’intenzione e richiedere uno stipendio quando concelebra, c’è solo una Messa, non tante Messe quanti sono i concelebranti.

Anche il card. Raymond Leo Burke ha messo in guardia da un numero eccessivo di Messe concelebrate, affermando che le Messe singole sono la norma e che se la concelebrazione diventa eccessiva, può oscurare il ruolo unico dei sacerdoti nella sacra liturgia. Gli esperti di liturgia sostengono anche che la «concelebrazione infinita» ha avuto un effetto negativo sulla percezione che molti sacerdoti hanno del proprio senso di offrire la Messa. La concelebrazione ha posto problemi anche ai sacerdoti religiosi che si aspettano o sono costretti a concelebrare una Messa conventuale (la Messa comunitaria quotidiana) invece di offrire la propria Messa privata quotidiana.

Nel suo discorso, padre Stéphane Drillon, sottolineando i frutti del sacrificio della Messa, ha detto di ritenere importante che vengano celebrate il maggior numero possibile di Messe, dato che l’uomo è imperfetto e limitato nel ricevere il suo valore infinito. Inoltre, ha rilevato una possibile perdita di reddito in una Diocesi a causa della proibizione delle Messe private individuali, e un minor numero di Messe celebrate per i defunti.

«La Chiesa di Dio possiede un tesoro: la Redenzione», ha detto padre Stéphane Drillon, «che permette al Sangue di Cristo di scorrere sulla Chiesa e sul mondo intero in ogni Messa».

1 commento:

  1. Certo, perché bisogna attaccare su tutto.
    Quello che ci va bene (vedi celebrare col messale pre Pacelli) si porta avanti senza guardare in faccia a nessuno, quello che non ci va bene (che dei sacerdoti sedicenti cattolici facciano quello che fanno tutti gli altri sacerdoti cattolici) lo si combatte a colpi di distinguo, conferenze, interventi e cavilli.

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