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martedì 1 agosto 2023

Don Barthe: "Per una formazione tradizionale dei sacerdoti diocesani"

Ottime riflessioni di don Barthe.
QUI un'analisi sulla Comunità di S. Martino.
Luigi

Res Novae, 1-6-23
Uno dei principali segni dell’attuale crisi è il crollo nel numero delle vocazioni sacerdotali nelle diocesi. In altri contesti, tradizionali o molto conservatori, continuano a sbocciare. Anche in questo caso, come in altri ambiti già esaminati in precedenza – catechismo, liturgia, predicazione sui fini ultimi – si tratterebbe di riportare al centro della Chiesa ciò ch’è stato ricacciato alla periferia, nella fattispecie la formazione dei sacerdoti secondo un modello tradizionale.

Vivere nella dinamica del provvisorio

Nei diversi articoli, che abbiamo pubblicato per prender parte ad una riflessione su di una vera riforma della Chiesa, abbiamo insistito sul fatto che convenga puntare ad una situazione futura, ancora non avviata, cioè ad un processo di transizione verso un ritorno all’ordine (magisteriale, liturgico), a partire da una situazione attuale, in cui coloro che sono consapevoli del disordine, in nome dell’istinto della fede, sono stati costretti ad organizzarsi per salvare il salvabile (preservare il catechismo, la liturgia, le vocazioni).

Ma queste misure di salvaguardia devono essere assunte in vista del fine da raggiungere, una restaurazione nel pieno senso della parola. Per farlo, bisogna convincersi che per il momento ci si trova in una «dinamica del provvisorio». È l’espressione di Frère Roger di Taizé, la cui prospettiva, quella di un fumoso romanticismo ecumenico, non è evidentemente la nostra, salvo per quanto concerne la denuncia di un pericolo d’accomodamento, ch’è poi il suo argomento-chiave: a Taizé, si ha la convinzione che quanto ci caratterizzi «un giorno dovrà sparire», che i nostri attuali elementi organizzativi siano «strumenti, che ci permettono di mantenerci nella speranza», che non siano altro che «dati provvisori»[1].

Questo pericolo esiste oggi da parte di sacerdoti e vescovi, che gestiscono una Chiesa plasmata dallo spirito del Concilio e che non giungono ad immaginare che se ne possa uscire. Nel migliore dei casi, essi riducono i loro sforzi per superare la crisi a dei tentativi riformisti, senza una radicale messa in discussione (cercando cioè di andare alle radici della stessa crisi), tentativi, che, con la forza della rivoluzione, si rivelano sempre deludenti. Ma questo pericolo esiste anche in tutti coloro che, in varia misura, siano entrati nell’«opposizione» – liturgia, teologia, catechismi, scuole cattoliche, seminari – e che sembrano non immaginare – loro non più – che si possa un giorno uscire dalla situazione di marginalità, in cui viene confinata la loro azione, tanto che venga tollerata (FSSPX) quanto che venga ufficialmente validata, ma come realtà fuori dalla norma comune (istituti ex-Ecclesia Dei).

Va considerato come le comunità tradizionali (ed anche quelle conservatrici, come la Comunità Saint-Martin) dipendano di fatto storicamente dalla fondazione da parte di mons. Lefebvre a Friburgo, in Svizzera, nel 1969, poi a Ecône nel 1970-71, di una casa di formazione sacerdotale, causa ed elemento essenziale della costituzione di una comunità[2]. Il seminario era dunque il cuore di un’associazione sacerdotale (detta, vigente il vecchio Codice di Diritto canonico, «pia unione») di diritto diocesano, eretta nel 1970 nella diocesi di Friburgo e soppressa nel 1975. Con l’internazionalizzarsi di tale società, altri seminari sono stati fondati in Germania, Stati Uniti, Argentina. Quando, a partire dal 1988, sono stati creati gli istituti Ecclesia Dei come società apostoliche di diritto pontificio, esse hanno riprodotto questo schema, ciascuna con il suo proprio carisma, di società destinate principalmente alla formazione tradizionale (liturgia, filosofia, teologia) di sacerdoti in seminari concepiti per questo scopo, Wigratzbad, Gricigliano, Courtalain, ecc. in funzione della celebrazione della messa tradizionale.

Tale specificità attira sempre nuovi candidati ed in gran numero – almeno relativamente al contesto di crollo proprio dei seminari diocesani -, ma la loro identità liturgica, che ne è il cuore, li spinge anche ai margini, il che significa che i sacerdoti, formati in questi seminari, hanno un apostolato, certo, relativamente importante[3], tuttavia ben distinto dall’apostolato «ordinario» delle parrocchie e delle diocesi.

Sull’importanza delle zone di confine

Questa netta divisione in territori separati impedisce o ostacola considerevolmente una tradizionalizzazione liturgica, catechetica, dell’intero spazio ecclesiale, senza che ciò significhi l’adozione immediata nelle parrocchie ordinarie del rito antico. Ma questa tradizionalizzazione liturgica rappresenterà il cuore della transizione ecclesiale da promuovere. È, se si vuole, il grosso boccone da far digerire, essendo generalmente il resto – filosofia, teologia, omelie, catechesi tradizionale – «ciò che va con» la liturgia.

Ecco perché attualmente sono di maggiore interesse queste zone di frontiera: parrocchie personali dedicate alla liturgia tradizionale, che si integrano canonicamente nel paesaggio diocesano ed, in certi casi rari, possono essere anche affidate a sacerdoti diocesani; parrocchie «ordinarie», in cui preti diocesani hanno adottato la liturgia tradizionale, il più delle volte accanto alla liturgia nuova; diocesi in cui queste zone di frontiera si sono moltiplicate, come quella di Fréjus-Tolone in Francia, di Albenga in Italia, tra le più significative, ma l’una e l’altra sono state prese di mira con misure disciplinari. È inoltre in queste diocesi, che si è potuto e che si potrà trovare, in tempi di maggiore libertà, dei seminari disposti ad impegnarsi in questo cammino di tradizionalizzazione, come è avvenuto, ad esempio, nella diocesi di Ciudad del Este, in Paraguay, con il suo fiorentissimo seminario di San Giuseppe, aperto nel 2004, ma rimesso in linea dieci anni più tardi.

In ogni caso, occorre fare nel clero diocesano un’infusione – qualora la metafora non sembrasse inopportuna – di sacerdoti di formazione tradizionale. Un’evoluzione in questo senso suppone un duplice movimento, da parte dei vescovi e da parte delle comunità tradizionali o molto conservatrici.

Da parte dei vescovi, presuppone un’ufficializzazione di preti di questo tipo, formati e ordinati in comunità tradizionali oppure educati nelle diocesi ed auto-riciclatisi, per così dire, ma la cui pratica liturgica ha finora respinto o mantenuto ai margini. Allo stesso modo ciò presuppone un’autentica integrazione delle comunità tradizionali o delle comunità più conservatrici nell’apostolato ufficiale. Se è vero che, per entrare con decisione in un processo di transizione, la pratica dell’usus antiquior come forma eminente della liturgia rappresenterà un criterio per l’avvio di un risanamento, è altrettanto vero che una lex orandi perenne è il segno di una lex credendi immutata.

Ci si consenta di rinviare ad una piccola opera, La messe à l’endroit. Un nouveau mouvement liturgique[4] [La messa dalla parte dritta. Un nuovo movimento liturgico], in cui trattiamo gli elementi di una «riforma della riforma» ovvero di un processo graduale di passaggio, più o meno rapido, da uno stato «ordinario» della liturgia parrocchiale ad uno stato tradizionale (orientamento verso il Signore, ripresa progressiva dell’uso della lingua liturgica latina, comunione sulle labbra, utilizzo del canone romano, uso dell’offertorio tradizionale), il tutto aiutato dalla presenza parallela e considerata come normale – meglio, normativa – della forma tradizionale del rito romano.

Ma è importante anche che i gruppi, gli istituti, le comunità, mantenuti ai margini, accettino i rischi di perdita della propria identità, che inevitabilmente comporta il fatto d’esser ricondotti «al centro». Questi rischi sono molto reali, l’esperienza lo prova: la normalizzazione non sia scipitezza.

Queste comunità tradizionali, insistiamo, sono sorte concretamente dalla crisi attuale come sorta di palliativi. È chiaro che la stragrande maggioranza dei giovani, che si rivolgono ad esse per entrare nel clero, normalmente sarebbe entrata nel clero diocesano e questa osservazione vale anche per le comunità più conservatrici fondate dopo il Concilio. Qualora, dunque, si considerino queste comunità come vivai di preti formati in modo tradizionale, esse possono essere in grado di alimentare le diocesi e le parrocchie con tali sacerdoti, a condizione che si stabilisca un alto grado di fluidità. Tali comunità potrebbero aiutare eventualmente i preti diocesani, che lo desiderino, a completare o rettificare la propria formazione, essere in una parola luoghi di… riciclaggio. Ed anche in un secondo tempo, come fecero in passato le congregazioni specializzate nella formazione del clero diocesano (la Compagnia di San Sulpicio) o le congregazioni in grado di svolgere questo servizio (Eudisti, Spiritani, Lazzaristi), farsi carico dei seminari diocesani, facendo sì che la correttezza dottrinale si coniughi con la coltura di una competenza scientifica adeguata dal punto di vista teologico, storico, esegetico.

* * *

L’evocare i figli di M. Olier, di san Jean Eudes, di Claude Poullard des Places, di M. Vincent rimanda alle comunità, che hanno animato questa parte essenziale – il cuore del suo cuore – della Controriforma ossia la formazione del clero e l’inquadramento dei seminari. Evidentemente la «temperatura» cristiana del nostro tempo non potrebbe, ahimé!, essere paragonata al fuoco ardente del «secolo dei santi», secondo l’espressione di Padre Amelote, biografo di Condren. Tuttavia è chiaro come le intuizioni di questi grandi fondatori, che non sono state necessariamente seguite fino in fondo e che possono essere ampliate, restino di grandissimo interesse. È il caso della formazione dei seminaristi in una comunità di preti legati ad una parrocchia, quella di Saint-Nicolas-du-Chardonnet d’Adrien Bourdoise e quella di Saint-Sulpice de Jean-Jacques Olier. Non è forse l’idea, che aveva animato la creazione da parte del cardinal Lustiger di un sistema specifico di formazione dei seminaristi – idea che peraltro non era più stata interamente sviluppata – in luoghi annessi alle parrocchie, con corsi seguiti in una scuola avente il rango di università? Poiché, se è evidente che la formazione dei preti dev’essere oggi sostanzialmente quella spirituale, filosofica, teologica voluta dalla riforma tridentina, bisognerà anche adattarla in funzione di un contesto completamente differente, non solamente dal XVII e XVIII secolo – o anche da periodi ancora ricchissimi dal punto di vista delle potenzialità ecclesiali, quali furono gli Anni Trenta e Cinquanta del XX secolo -, bensì differenti addirittura dalla situazione dell’immediato post-Concilio, quando, in pieno incendio, l’urgenza della salvaguardia prevalse su qualsiasi altra considerazione.

Don Claude Barthe

2 commenti:

  1. Quello che auspica don Barthe è una formazione tradizionalista. La formazione che offre la Chiesa è già tradizionale.

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  2. Col tempo tante volte si è scoperto che certe mode dichiarate irreversibili sono invece effimere.Francesco non si risparmia ma a che serve tutto questo attivismo?

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