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lunedì 1 maggio 2023

Come possono coloro che non rispettano la Lumen gentium, l’unica costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II, fingere di difendere lo stesso Concilio?

Vi proponiamo – in nostra traduzione – la lettera numero 933 pubblicata da Paix Liturgique il 28 aprile 2023, in cui si analizza lo stato dell’Episcopato francese partendo dal caso delle improvvise dimissioni presentate – non del tutto liberamente – da mons. Luc Ravel, Arcivescovo di Strasburgo (QUI).
Ne emerge un quadro nitidamente teso e contraddittorio, connotato da indebite ed ingiustificate ingerenze da parte della Santa Sede, in aperto contrasto con il diritto canonico e le disposizioni stesse del Concilio Vaticano II, in cui alcuni Vescovi stanno – con difficoltà e coraggio – resistendo alle pressioni romane.

L.V.


Lo strano clericalismo accentratore e autoritario contemporaneo o come la legge è scomparsa nella Chiesa post-conciliare

Nel suo comunicato del 20 aprile 2023, mons. Luc Ravel C.R.S.V., Arcivescovo di Strasburgo dal 2017, annuncia di aver presentato a Roma le sue dimissioni dalle sue funzioni. Non fornisce le ragioni che lo hanno indotto a dimettersi. Nel preambolo della sua breve presentazione, si accontenta del seguente aforisma: «la pace è il bene supremo ecc.», e il resto è quanto di meglio possa esserci.

Non sapremo nulla di più, ma ricevere da mons. Luc Ravel stesso l’ammissione che il suo modo di essere Arcivescovo a Strasburgo compromette la pace della sua Diocesi, e questo senza alcun mea culpa contrito che ne autentichi il rammarico, è, per i più anziani tra noi, sentire come uno schiaffo in faccia, in contrapposizione alla madeleine de Proust [sapore o profumo che evoca ricordi del passato: N.d.T.], il sapore mortale dei processi staliniani.

Mons. Luc Ravel aveva ricevuto degli ordini. Ci ha pensato, poi lo ha fatto. Nonostante, si dice qua e là, il sostegno amichevole del Presidente della Repubblica, che incitava l’Arcivescovo concordatario [in virtù del Concordato del 1801, l’Arcivescovo di Strasburgo è dal Presidente della Repubblica francese e riceve l’istituzione canonica da parte della Santa Sede: N.d.T.] a rimanere. A chi dava fastidio il prelato dimissionario, e in che modo l’esercizio delle sue responsabilità contravveniva alle disposizioni della costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium (capitolo III, paragrafi 18-27)?

Se si potesse imputare all’ex Arcivescovo qualche sordido scandalo o un danno crudelmente ingiusto nelle forze armate, la rimozione sarebbe stata comprensibile, persino auspicabile. In realtà, è il valzer dei Prefetti che sta prendendo piede sotto il papa regnante, e il Valse malinconico di Maurice Ravel non placa le nostre tormentate rappresentazioni.

L’azione del Principe, insomma. Niente di nuovo, se non nella Chiesa, dove, per lungo tempo, l’adagio «promoveatur ut amoveatur» ha permesso di rimuovere un ministro senza mortificare pubblicamente la persona che era stata spostata, in quanto promossa. All’età di 65 anni, mons. Luc Ravel si è messo in ginocchio. Sarà ringraziato per questo?

Scommettiamo che si tratta di una galoppata di allenamento. Ma un allenamento per cosa? Per testare la tolleranza dei media francesi all’aggressione romana. Una prova è stata tentata due anni fa a Pontcallec: una modesta suora domenicana è stata rapita, poi esiliata e i suoi voti pluridecennali revocati, senza l’ombra di un processo qualificato. Nessuna colpa canonica è stata indagata contro suor Marie Ferréol D.S.E. Al massimo le si rimprovera di esistere e di essere ciò che è. I media sono andati in fibrillazione per questo abuso?

Il dossier di mons. Luc Ravel è molto più carico? Perché sottoporsi, pur ostentando la sua pace di coscienza, al rischio di incoraggiare il disprezzo con cui il papa regnante detiene le prerogative episcopali, come definite dal Concilio Vaticano II, mentre il Vescovo di Roma si vanta di esserne il più lucido interprete?


Concedendo le sue dimissioni, in nome della pace, bene supremo, mons. Luc Ravel crea un precedente e tende a indebolire la situazione della vera bestia nera del papa argentino, mons. Dominique Marie Jean Rey Comm. l’Emm. Il gioco di ruolo diventa allora un’ipotesi molto plausibile. Se il Vescovo di Fréjus-Tolone, che ha il coraggio di rifiutare le dimissioni che Roma gli chiede per «mancanza» di brillanti successi nella Diocesi del Varo [fiume principale della Diocesi: N.d.T.], è perché la pace, soprannome del suo personale scantonamento, non è ai suoi occhi il bene supremo. Tuttavia. Un berretto da guerriero è un coup de Jarnac [colpo inaspettato all’avversario: N.d.T.]. Questa è l’impostura di mons. Luc Ravel. Se la pace esige che allarghiamo il nostro collare alla spada del nemico, senza pretendere un giusto processo, le nostre Diocesi e le nostre famiglie sono consegnate alle bestie selvatiche. La pace, diceva Sant’Agostino, è la tranquillità dell’Ordine. Non la caccia alle anatre dichiarate zoppe.

Vittima consenziente, mons. Luc Ravel, o esperto di carambola a tre sponde [ironicamente, strategia per raggiungere i propri obiettivi in modo indiretto: N.d.T.]? A seconda del nuovo incarico del nostro pacifista inviato, seguirà la risposta. Tutto è buono, infatti, per fiaccare la resistenza del colosso di Fréjus-Tolone, che non si lascia ingannare dalla dialettica dell’agnello sacrificale e dalla trappola dell’unità di facciata. L’odio bergogliano per i Vescovi fedeli al sacerdozio plenario che è stato loro conferito deriva dal fatto che non confondono l’arca della salvezza delle anime e delle società con le sale polivalenti della fraternità universale. La costituzione dogmatica Lumen gentium li dichiara responsabili di fronte al Signore stesso della gestione del gregge. Non davanti ad ascoltatori o agenti di influenza transitori.

Per neutralizzare, o tentare di farlo, l’eclatante ritorno della terra provenzale alla Fede di sempre, e alla lex orandi che la esprime al meglio, sarebbe previsto un Vescovo coadiutore (ausiliare con diritto di successione), alla maniera di Antonio Quarracino / Jorge Mario Bergoglio S.I. a Buenos Aires, mutatis mutandis. A questo scopo sarebbe stato interpellato mons. Joseph de Metz-Noblat, Vescovo di Langres. Colui che la rivista Golias chiama «il fannullone» (sic![«le glandeur», gioco di parole con «le grandeur»: N.d.T.] avrà il temperamento necessario per indebolire il folle incombente? Non c’è bisogno di vaticinare su questo punto. Una simile nomina, che porterebbe alla guerra civile, sarebbe un insulto alla carità e all’amicizia sacerdotale. Il Romano Pontefice blasfemo sarebbe responsabile di ogni danno. E l’ambizioso complice percepito come burattino di interessi superiori a quelli dei fedeli del Varo rischierebbe molto, e molto, nell’avventura. Non escludiamo prematuramente un accordo gradito. Si è visto.

Mons. Dominique Marie Jean Rey deve quindi essere oggetto di ogni sostegno, e rifiutare l’abuso pontificio consistente nel privarlo di un giusto processo canonico, se c’è una questione penale. Il suo equilibrio personale, e la coerenza percepita dal suo gregge, è a questo prezzo.

Il tribunale canonico competente, adito nel modo richiesto, non poteva non fare riferimento alla costituzione dogmatica Lumen gentium e alle attribuzioni devolute dal Concilio Vaticano II agli Ordinari, a cominciare dalla prerogativa di appello al sacerdozio. In caso contrario, ci penserebbe l’avvocato difensore. Altrimenti, la Chiesa cesserebbe di essere uno Stato di diritto canonico, in vista della salvezza delle anime, per diventare appannaggio di un autocrate, e un indegno avatar della Città della Paura.

Al di là della persona di mons. Dominique Marie Jean Rey, formato dalla Comunità dell’Emmanuele, e che negli anni ha riscoperto le virtù dell’usus antiquor, è il ritorno a una liturgia dichiarata obsoleta che è intollerabile per il Vescovo di Roma. Che chi ha conosciuto e praticato il Novus Ordo si rivolga al rito designato come straordinario, percependone nell’uso la sorprendente coerenza e la successiva fecondità, è l’abominio della desolazione per i promotori di un rinnovamento fittizio, oltremodo sterile, ma ancora ufficialmente tabù.

Quando la costituzione dogmatica Lumen gentium (paragrafi 18-27) ipostatizza i Vescovi come «vicari e legati di Cristo», conferisce loro «l’autorità e la sacra potestà», conferma per loro una «potestà, che personalmente esercitano in nome di Cristo, propria, ordinaria e immediata», in comunione con il Romano Pontefice, dobbiamo intendere che queste prestigiose affermazioni sono state fatte per inquadrare la riforma in atto, con la massima autorità al servizio delle novità? Oppure si trattava soprattutto di consolare gli Ordinari per non godere di un’infallibilità che solo l’elezione alla Sede di Pietro avrebbe conferito a uno, e uno solo, di loro, secondo e dopo il Concilio Vaticano I?

Punto di allarme: «Quantunque i vescovi, presi a uno a uno, non godano della prerogativa dell'infallibilità, quando tuttavia, anche dispersi per il mondo, ma conservando il vincolo della comunione tra di loro e col successore di Pietro, si accordano per insegnare autenticamente che una dottrina concernente la fede e i costumi si impone in maniera assoluta, allora esprimono infallibilmente la dottrina di Cristo». In effetti, anche se ci sono voluti tredici anni (1982/1995) perché la Chiesa «che è in Francia» si commuovesse per gli eccessi poco cristiani e ancor meno infallibili di mons. Jacques Gaillot, questo privilegio dell’unità non è sfuggito all’attenzione della Conferenza episcopale di Francia.


Durante l’assemblea plenaria di Lourdes del 2012, mons. Éric Marie de Moulins d'Amieu de Beaufort, Arcivescovo metropolita di Reims e Presidente della Conferenza episcopale di Francia, ha ufficialmente rielaborato lo spirito del documento, o ha sottilmente sfruttato la lacuna, come segue: Dio garantisce le affermazioni unificate di oggi, per oggi. Da qui la costrizione all’uniformità. Lo Spirito fa conoscere ciò che Dio vuole per l’oggi, e ciò che Dio vuole per l’oggi è ciò che l’episcopato unificato afferma in Suo nome… Dovevano osare, e l’hanno fatto. L’accusa è diventata più sobria, ma anche più ampia. Fallimento dell’unità? Nonostante e dopo, verbalizziamo.

Quando René Descartes, nelle Meditationes e poi nel Discours de la méthode, afferma che Dio garantisce l’evidenza di idee chiare e distinte, è solo l’evidenza di una, prodotta dalla sostanza riflessiva del soggetto pensante. Da qui l’individualismo di chi ha rifiutato le idee ricevute, cioè condivise… Al contrario, il deposito della Fede è affidato alla Chiesa, per la salvezza di ciascuno. Ma il deposito non è lasciato al solo consenso attuale dei ministri attuali. La Fede cattolica è stata ricevuta dagli Apostoli e la gnosi del papa regnante non ha valore se non è in accordo con le definizioni precedenti e perenni. In altre parole, l’uniformità «spaziale» di oggi non è nulla senza la fedeltà a venti secoli di unità storica. René Descartes, è vero, ammetteva che un pensiero ricevuto, cioè pensato da altri, può diventare, dopo una critica metodica, un pensiero personale, per appropriazione. La Conferenza episcopale di Francia non può correre questo rischio. Pensare da soli, che orgoglio…

Quando qualche dissenziente si presenterà in forze per chiedere un Ordinario più di suo gradimento, gli emissari revisori non potrebbero cominciare col far loro notare il disposto del paragrafo 25: « I vescovi che insegnano in comunione col romano Pontefice devono essere da tutti ascoltati con venerazione quali testimoni della divina e cattolica verità; e i fedeli devono accettare il giudizio dal loro vescovo dato a nome di Cristo in cose di fede e morale, e dargli l’assenso religioso del loro spirito». Questo potrebbe accadere, ma non accade. Dobbiamo riconoscere che la prassi della Roma bergogliana seppellisce il Concilio Vaticano II più efficacemente di un discepolo del defunto Georges de Nantes [sacerdote noto come «abbé de Nantes», accusò San Paolo VI di eresia, scandalo e scisma e fu sospeso a divinis: N.d.T.]. Il tabù viene aggirato, ignorato, calpestato. È quindi necessario decidere se far rivivere la costituzione dogmatica Lumen gentium o renderla nulla, a meno che non siano nulle tutte le sentenze e le azioni prese senza riferimento ad essa. Nel frattempo, preghiamo che mons. Dominique Marie Jean Rey legittimi la sua resistenza, diritto canonico alla mano, con l’aiuto del suo presbiterio, servendo così la Chiesa reale, contro le follie della Chiesa legale.

3 commenti:

  1. La Chiesa di Francia non ha proprio bisogno di queste prepotenze perchè ha già un'infinità di problemi per conto suo.Avrebbe bisogno di serenità ed invece.....

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  2. Il comunicato dell'Arcivescovo è molto dignitoso, a differenza di questo post.

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  3. Ma non sono 4 le costituzioni dogmatiche del Concilio Vaticano II?

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