Da una delle nostre letture ‘preferite’, l’arciprogressista Golias, traduciamo un recente articolo che affronta scenari inquietanti (per noi) e quindi consolanti per Golias: questo pontificato sarebbe dunque ad una svolta, a un’inversione di tendenza, ad un “tornante” per tradurre letteralmente il titolo originale? Certamente l’analisi di Golias non è attendibile fino in fondo; ma, almeno, ha il pregio di essere fattuale ed interessante e di riassumere alcuni recenti eventi che si fa fatica ad incasellare. Ad esempio lo strano revirement comportamentale del card. Canizares, o il ruolo assunto dal fino ad ora assai discreto mons. Scicluna, il cui tetragono autoritarismo è famigerato in Curia, così come l’influenza di cui può godere grazie al fatto d’essere compatriota-concittadino (Malta è piccola) del secondo segretario particolare del Santo Padre.
di Romano Libero
Dobbiamo credere ad un’inversione di marcia nel pontificato? Una svolta pronta a correggerne l’orientamento tradizionalista finora dominante o almeno saliente, in favore di un nuovo ricentramento che certo non può essere descritto come progressista, ma che comunque ci allontanerebbe da una restaurazione old style degna di questo nome. Molti nella galassia tradizionalista lo pensano. Sono delusi da un Benedetto XVI esitante nell’ abbracciare la causa della tradizione genuina e pronto a moltiplicare le iniziative in direzione opposta, sia per condiscenza, sia – il che sarebbe peggio, dal punto di vista tradizionale – per una indecisione di fondo (o fluttuazione nelle convinzioni). In ogni caso, la beatificazione di Giovanni Paolo II, l’ipotesi di un decreto applicativo che limiti il ritorno alla vecchia liturgia, e specialmente Assisi III, sono le ultima gocce che han fatto debordare il vaso. La fiducia è scossa. In aggiunta a questi tre punti fondamentali si aggiunge il sospetto circa le reali intenzioni del cardinale Antonio Canizares, prefetto della Congregazione per il Culto Divino, al quale si imputa il proposito di contenere, per quanto possibile la parentesi misericordiosa (per prendere in prestito una frase del vescovo francese Pierre Raffin [riferita alla Messa antica, ai tempi dell’indulto Ecclesia Dei Adflicta]).
Mons. Canizares apparterrebbe alla corrente cosiddetta dei “conservatori Paolo VI”: una corrente intrinsecamente ostile agli “abusi” liturgici e agli adeguamenti troppo liberi, ma che rifiuta nello stesso tempo un ritorno su larga scala alla liturgia di prima del Concilio. Questa tendenza preconizza una rigorosa osservanza della disciplina ecclesiastica nella sua forma attuale, ma senza passi indietro.
Sappiamo che la Curia romana e l’episcopato universale sono, per sommi capi, ripartiti in tre categorie, tre tendenze con sfumature diverse e, naturalmente, molti vasi comunicanti. La prima di queste tendenze, in netto calo, è quella cosiddetta progressista, che vede nella riforma liturgica un punto di partenza da cui proseguire oltre. Alcuni vescovi americani e francesi sono ancora attestati su questa linea. In passato avevano il sostegno discreto di Mons. Piero Marini, maestro delle cerimonie pontificie, scalzato da Benedetto XVI.
La seconda tendenza, largamente maggioritaria, riunisce tutti i vescovi legati ai cambiamenti del Concilio, ma che rifiutano ulteriori innovazioni, soprattutto se provenienti dalla base. Certo, alcuni prelati di questa tendenza lo sono soprattutto… per impostazione predefinita, essendo il loro interesse in materia liturgica molto limitato, e questo in particolare in Spagna o in Italia.
Una terza tendenza ha preso slancio negli ultimi anni, soprattutto dopo l’elezione di Benedetto XVI. Senza rimettere in causa – almeno ufficialmente – la nuova liturgia, essa vuole un certo ritorno all’antico e mira a più lungo termine alla “riforma della riforma”, vale a dire a un cambiamento della liturgia odierna attraverso un ravvicinamento a quella antica, che viene talvolta chiamata la tradizione. All’interno di questa tendenza troviamo i cardinali Raymond L. Burke (americano, ora in Curia) e Malcolm Ranjith (Colombo).
Giovanni Paolo II, un apostolo nell’anima e soprattutto interessato principalmente alla comunicazione, non dava troppa importanza alla liturgia, lasciando fare monsignor Marini. Alcuni lo hanno situato a metà strada tra la prima e la seconda tendenza. Per contro, Benedetto XVI è molto preoccupato di ridare maggiore sacralità al culto. Possiamo inserirlo tra i sostenitori moderati della terza tendenza. E il motu proprio del 2007, volto a legittimare maggiormente l’uso della forma straordinaria di celebrare la Messa (di San Pio V) ce ne dà la conferma. Anche se è con molta cautela che il nuovo Papa si è impegnato in questo senso, a causa dell’opposizione di molti vescovi, compresi peraltro anche moderati e conservatori (come il francese Vingt-Trois o lo spagnolo Rouco Varela); nonché a causa di una fronda latente nella stessa Curia, con a capo, si dice, il cardinale Giovanni Battista Re e l’arcivescovo Fernando Filoni, Sostituto (sorta di ministro degli interni). Si aggiunga a questo l’estrema riserva di prelati ratzingeriani sì, ma non su questo tema, come il cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Sembra da alcune recenti indiscrezioni che il Papa abbia finalmente acconsentito ad una sorta di ritirata strategica sulla posizione di base della seconda tendenza, pur nella forma più tradizionale possibile. L’indizio più decisivo sarebbe la sua rinuncia all’idea di celebrare pubblicamente la Messa nella forma straordinaria. E il cardinale Canizares, fino ad ora discreto circa le sue proprie convinzioni, farebbe di tutto per un chiarimento da parte del Vaticano circa la vecchia liturgia, nel senso della restrizione: si tratterebbe in fondo di un ritorno alla situazione precedente al 2007. La forma straordinaria sarebbe solo tollerata, mentre l’ideale sarebbe la rigorosa applicazione della liturgia ufficialmente in vigore, così come codificata nei libri, e priva di quegli adattamenti, e più ancora delle improvvisazioni giudicate inaccettabili. Fondamentalmente si tratta di una posizione “conservatrice”, che rifiuta di tornare a San Pio V ma anche rifiuta l’idea di una riforma della riforma in senso più tradizionale. Presa di posizione sostenuta per esempio a Bologna da molti anni da un ratzingeriano di ferro qual è il cardinale Giacomo Biffi.
Il cardinale Canizares auspicherebbe in qualche modo rimettere un po’ d’ordine nella liturgia. Sanzionando le devianze di sinistra, ma anche limitando al massimo ogni possibile concessione ai tradizionalisti. Il suo alleato in questa battaglia sarebbe un prelato maltese della Segreteria di Stato, monsignor Charles Scicluna. Lo stesso Scicluna che gode della fiducia di Benedetto XVI, per il suo rifiuto di ogni compromesso nel dossier molto esplosivo sui costumi del fondatore dei Legionari di Cristo, Padre Maciel. Scicluna diventerebbe il nuovo segretario della Congregazione per il Culto Divino al posto dell’arcivescovo americano Joseph Augustine Di Noia, un domenicano [quello che ha appena bidonato gli organizzatori del pontificale di Washington], che diverrebbe Penitenziere Apostolico nell’ attesa di esser creato cardinale nel prossimo Concistoro. Mons. Scicluna, giovane (52 anni) e intrepido diverrebbe l’artefice di una sorta di stretta di vite senza precedenti… ma anche a danno dei sostenitori della vecchia liturgia. Sarebbe “l’intera riforma liturgica, nient’altro che la riforma liturgica”. Abbastanza per preoccupare coloro che rimangono attaccati alla messa di San Pio V! Un passo indietro di Benedetto XVI, per quanto riguarda tutto ciò che ha scritto sulla questione da più di un quarto di secolo. Canizares e Scicluna sembrano determinati ad imporre in ogni modo ai sacerdoti e alle comunità che si sentono legati alla vecchia liturgia di celebrare anche quella nuova riformata. Iniziando col concelebrare insieme al Vescovo locale.
Un segnale di questo revirement – che non esclude un ripensamento in senso inverso da parte di Benedetto XVI – viene dal rifiuto del cardinale di Madrid, cardinale Antonio Maria Rouco Varela, di concedere il permesso per la celebrazione di una Messa in forma straordinaria prevista per il 10 marzo, nella chiesa di San Manuel y San Benito di Madrid, allorché gli organizzatori avevano ricevuto assicurazioni dal parroco, Padre José Ignacio Alonso Martínez. In effetti, l’arcivescovo di Madrid, ha sostenuto che la Messa tradizionale poteva essere celebrata in un luogo solo, un monastero, e non altrove.
Molti tradizionalisti, e naturalmente gli integralisti della Fraternità San Pio X, si son detti preoccupati per questa marcia indietro di un pontificato che si era annunciato più favorevole. Mons. Bernard Fellay, già consacrato vescovo da monsignor Lefebvre e Superiore della Fraternità, indice una crociata contro Assisi III. Ha detto che la “vera dottrina cattolica” non dovrebbe permettere una tale farsa. Secondo Fellay, che ne è rattristato, Benedetto XVI “intende l’ecumenismo allo stesso modo”, di Karol Wojtyla, il che nella sua bocca è tutt’altro che un complimento. Mons. Fellay dà la colpa di questa svolta alle pressioni che avrebbe subito il Papa. Secondo le nostre fonti, si tratterebbe piuttosto di un certo disagio morale del Pontefice (i casi di pedofilia, la persecuzione contro i cristiani …), che lo porterebbe a concentrarsi sugli elementi essenziali dell’annuncio cristiano (da qui il disinteresse sulla liturgia) e avvicinarsi alle scelte di Karol Wojtyla.
Di fronte a queste nubi che non sono ancora nere, ma vi si avvicinano, il Superiore dell’Istituto del Buon Pastore (IBP), l’abbé Philippe Laguérie, propone nel suo blog un lungo testo, nel suo tipico stile, su tre soggetti importanti: la beatificazione di Giovanni Paolo II, il decreto di attuazione del Motu Proprio e Assisi III. Piuttosto che riconoscere direttamente un cambiamento che si annuncia nel Pontificato, Laguérie, benché avesse definito in precedenza Benedetto XVI come “Papa tradizionalista”, suggerisce ora che il pontificato attuale non è mai stato nei fatti quello del gran ritorno alla tradizione: “Io sono disposto ad ammettere tutte le svolte possibili, quando mi avrete convinto che c’è un punto di svolta. Il che vorrebbe dire che prima eravamo nella direzione pienamente dritta, no? Concluderei invece dicendo che non vi è nulla di nuovo sotto il sole, perché altrimenti dovrei dire che, a partire dal pontificato di Benedetto XVI, tutto andava per il meglio nel migliore dei mondi possibili. Suvvia, se così fosse stato, l’avremmo saputo”.
In effetti, l’abbé Laguérie fa lui una bella piroetta. Che ci permettiamo di interpretare paradossalmente come un riconoscimento del fatto che non osa confessarsi la delusione sempre più grande nel campo tradizionalista. E della sua crescente inquietudine, mentre si prepara Assisi III.