Da La Gazzetta del Mezzogiorno, via Papa Ratzinger blog:
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«Mi chiamo M. Carolina Bellusci e scrivo come portavoce di un gruppo stabile di fedeli cattolici della città di Foggia, che amano la forma straordinaria del Rito romano… »: comincia così il ricorso che un gruppo di fedeli (24 firme) della parrocchia di san Luigi presentò circa un anno fa contro il trasferimento del parroco, don Guglielmo Fichera. Il ricorso fu indirizzato alla Commissione Ecclesia dei, l’organismo incaricato di far applicare il Motu Proprio di Papa Benedetto XVI sulla celebrazione della messa in latino. Un destinatario scelto perchè don Guglielmo Fichera, da circa un anno trasferito da San Luigi a Monteleone di Puglia, celebrava a Foggia la messa di S. Pio V: «Dal 14/9/07, data che segna l’entrata in vigore del Motu Proprio – riassume il ricorso – fino al 24/10/09 (data del trasferimento di don Fichera ndr), al suddetto gruppo stabile è stata garantita ininterrottamente e quotidianamente la partecipazione alla messa secondo il Rito romano antico, nella parrocchia di S. Luigi Gonzaga, messa di San Pio V celebrata dal parroco, don Guglielmo Fichera, tutti i giorni, feriali e festivi». La partecipazione alla messa raggiungeva, dice il ricorso, «punte di 80-90 persone».
E la messa in latino, da Foggia andava anche in trasferta «in missioni in molte città e regioni italiane, dovunque sia stata chiesta la celebrazione della messa di San Pio V». Poi, «lo “strappo” operato dal Vescovo», di cui si riferisce la presunta «notoria posizione pregiudiziale ed ostile al Motu Proprio», che ha «indebitamente suggestionato ed influenzato tutta la Diocesi e la mentalità di tutti i preti diocesani». Da questo, per i ricorrenti, è derivato il trasferimento di don Gugliemo: «La vera motivazione dello spostamento di don Guglielmo, seppur equivocamente ben mascherata da motivi tecnico-formali ed ufficiali – si specifica nel ricorso – è tuttavia da ricercare essenzialmente e principalmente nell’ansia, nella fretta e nell’ostinata volontà di impedire la celebrazione della messa di S. Pio V nel centro della Diocesi, a Foggia, lì dove era ampiamente seguita ed apprezzata». Nel ricorso si dice anche, tra l’altro, che l’intero Consiglio episcopale diocesano è composto da membri ostili alla messa in latino, che il Motu Proprio non è mai stato presentato nella Diocesi, che ripetutamente è stata fatta richiesta ufficiale al presule di ristabilire a San Luigi la celebrazione della messa secondo l’antico rito, che per questo sono state raccolte anche 500 firme, che «non è vero che Don Guglielmo era l’unico a cui scadeva il mandato (ad altro parroco, che scadeva insieme a lui, è stato prolungato il mandato per un anno). E non è vero che era l’unico che poteva andare a Monteleone di Puglia». Rilievi circostanziati, affermazioni sostenute da prove cartacee, filmate e anche da… certificati medici e radiografie. Quali? Quelli prodotti dai ricorrenti nel settembre 2010, a integrazione del ricorso all’Ecclesia dei, dai quali risulta che l’anziano parroco di Monteleone sostituito da don Guglielmo, il 24 luglio 2009 (referto radiografico) non aveva nulla; il 25 luglio 2009, cioè il giorno successivo, aveva «una condizione di salute catastrofica», come attesta un certificato medico «senza essere accompagnato da nessun riscontro di esami clinici». Sulla vicenda non c’è stata alcuna decisione: la Ecclesia dei non è intervenuta, l’arcivescovo Tamburrino non ha mai incontrato i ricorrenti, don Gugliemo resta a Monteleone e, fatto singolare, la messa in latino non si celebra più, nè a San Luigi, tanto meno in altre parrocchie cittadine. Eppure è un rito voluto dal Papa: possibile ignorarlo? |