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domenica 19 aprile 2009

Marco Respinti: "Aspettando le risposta dei 'lefebvriani'"

Da “il Domenicale. Settimanale di cultura”, 2009, n. 10, p. 4:

Inutile nasconderlo. L’iniziativa di Papa Benedetto XVI di revocare la scomunica comminata il 1° luglio 1988 da Papa Giovanni Paolo II ai vescovi scismatici della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), ordinati validamente ma illecitamente il 30 giugno dal “vescovo ribelle” mons. Marcel Lefebvre (1905-1991), è stata funestata dalle dichiarazioni inutili quanto spiacevoli di mons. Richard Williamson (uno degli ex scomunicati) sulla Shoah.

- Quinte, scene e regie -


Se infatti quelle sue “vecchie” gaffe (risalenti a novembre) sono state usate in modo strumentale da chi ha sapientemente lavorato di regia dietro le spalle del presule oltre che dietro le quinte della scena, la sostanza inaccettabile del suo dire ha ottenuto solo l’effetto da un lato di monopolizzare (eccola la regia e la quinta oscura) l’attenzione dei media su un aspetto laterale della questione, distraendola dal considerare adeguatamente la portata autentica e il senso vero del gesto di riconciliazione compiuto con sapienza e misericordia dal pontefice, dall’altro quello di appannare la sublimità e il significato dell’accaduto, coprendo tutto con una patina viscida di sospetto che, come la calunnia, impiega poi tempi enormi a levarsi e forse forse del tutto non si leva mai.
Insomma, che sia stata colpa intenzionale di mons. Williamson oppure di altri che hanno fatto uso ideologico di lui (anche con lui inconsapevole), il punto non è questo, è difficile guardare oggi alla revoca della scomunica con gli stessi occhi con cui vi avremmo guardato se solo mons. Williamson se ne fosse stato anzitutto zitto e in secondo luogo le cose che ha detto in pubblico non le avesse nemmeno, neanche per un attimo, in cuor proprio pensate.

- La strage degl’innocenti -

Certo, delle parole di mons. Williamson restano innocenti prima gli altri vescovi ex scismatici, poi i sacerdoti e soprattutto i fedeli “lefebvriani” (che dal giorno della scomunica dei presuli a quello della sua revoca si sono trovati nella situazione singolare di essere gregge non scomunicato di pastori scomunicati, fedeli solidali con il gesto scismatico di capi in cui si riconoscevano e in cui si riconoscono epperò personalmente non colpiti dalla più dura sentenza che possa cadere sul capo di un cattolico), dunque ancora di più, anzi in primis, Benedetto XVI, che solo la malafede più tentatrice può accusare di aver voluto reintegrare gli scomunicati della FSSPX appositamente per trovare il modo di “sdoganare” l’antisemitismo.
Ma, a parte i cultori della materia e del tatto necessario per muoversi in sale di cristalli fragili come queste (tutta gente di cui, francamente, non sembrano abbondare le redazioni dei media), la percezione che il fruitore medio della stampa, scritta o parlata, ha probabilmente oggi dell’intera vicenda è a dire il meno confusa, e comunque più o meno sempre ruotante attorno all’idea che una faccenda clericale di dubbia rilevanza per il mondo at large si è chiusa quando il Papa è tornato sui propri passi, riammettendo nel novero dei propri accoliti alcuni scapestrati che su ebrei e dintorni coltivano idee inconfessabili nella noncuranza, o peggio con la condivisione, del pontefice stesso.
Ecco perché è allora indispensabile riordinare le idee, ricordando che “i primi” a rimanerci male per le affermazioni di mons. Williamson sono stati i vertici stessi della FSSPX, freddati dal presule (o dal perfido utilizzo delle sue intemperanze) in un momento cruciale della loro storia.

- Scacco, in poche mosse -

Tempestivamente, infatti, cioè ad horas dalla revoca della scomunica e dalla diffusione delle parole di mons. Williamson, lo stesso giorno in cui su Shoah e presule “lefebvriano” Benedetto XVI ne pronunciava di ben altre (sulla stampa apparse il 2 febbraio) e precedendo solo di un soffio la nota ad hoc emessa dalla Segreteria di Stato vaticana (4 febbraio), mons. Fellay, vescovo reintegrato e Superiore Generale della FSSPX, ha rilasciato una intervista al settimanale cattolico francese Famille Chrétienne in cui rimanda al mittente le illazioni di mons. Williamson all’insegna di un perfetto «spiritualmente siamo tutti semiti» desunto dal magistero di Papa Pio XI (così benservendo pure chi accusa di antisemitismo l’intera Tradizione cattolica).
Inoltre, mons. Williamson è stato subito sollevato dalla guida del seminario “lefebvriano” di La Reja, in Argentina, e “costretto” a studiare l’Olocausto, così come la FSSPX ha immediatamente espulso dai propri ranghi don Floriano Abrahamowicz, trevigiano di origine ebraica responsabile dei “lefebvriani” del Nordest italiano, che, annusata l’aria, si era librato ancora più stratosfericamente nell’empireo delle balordaggini antisemite.
Ma la cosa più importante è quella che riguarda la sorte della FSSPX e ciò che essa storicamente ha prima rappresentato e dopo – cioè oggi – rappresenta.

- The answer, my friend... -

Tutto considerato, e a valle del lungo cammino svolto dalla Chiesa Cattolica per insegnare l’“ermeneutica della continuità” (il “pallino” di Benedetto XVI) fra Tradizione e Concilio Ecumenico Vaticano II (il casus belli della rivolta “lefebvriana”), dopo l’offerta unica e irripetibile da parte della Santa Sede (la revoca delle scomuniche) spetta ancora ai “lefebvriani” rispondere a tono.
Sia per un verso (la dimostrazione di “buona condotta” della FSSPX, elemento non estraneo alla revoca delle scomuniche) sia per l’altro (la risposta della FSSPX alla Santa Sede che ancora deve venire) fa ora testo anche un libro importante, che fotografa un momento specifico della vicenda: “Tradizione. Il vero volto” di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro (Sugarco, Milano, pp.162, € 14,50), una intervista a mons. Fellay. Eppure è ancora tutto talmente in corso che tutto diventa immediatamente datato.
Nel libro c’è tutta la logica del “lefebvrismo”, quel fenomeno storicamente importante che se solo vuole sa e può trovare in sé i termini della riconciliazione piena con Pietro. Un inizio di quella risposta che il mondo tanto attende? Insomma, la vicenda non è mica finita.

Marco Respinti

8 commenti:

  1. Sempre lo stesso ritornello di Marco Respinti, e per interposta persona del suo maestro Massimo Introvigne: il "lefebvrismo", termine orribile perchè evoca una ideologia, deve cambiare, deve dare delle risposte, in fin dei conti, deve chiedere scusa.
    In questo articolo i toni appaiono, bisogna ammetterlo, un po' più attenuati e qualche timido elogio viene riservato alla figura di mons. Fellay che oggettivamente, me ne sto sempre più convincendo, si sta sempre più rivelando un gigante del Cattolicesimo moderno, per come ha gestito in quindici anni di guida, la vicenda della FSSPX. Il suo ruolo mi appare forse ancor più rilevante di quello di mons. Lefebvre stesso per l'autorevolezza delle analisi e la pazienza con la quale ha seguito e stimolato gli eventi.
    Ma tornando a Respinti naturalmente egli si guarda bene dal parlare dei veri scogli che ancora intralciano la piena riconciliazione fra Roma e la FSSPX: i documenti conciliari.
    L'ermeneutica della continuità è una bella cosa, tutti saremmo disposti a condividerla ma... bisogna dimostrare, ripeto, dimostrare carte alla mano, che essa è POSSIBILE. Non basta un discorso alla Curia Romana nel quale si indica questa direzione per rendere automaticamente chiaro ciò che chiaro non è assolutamente.
    L'ostacolo è essenzialmente di tipo comunicativo ma dietro a questo si nasconde tutto il cosiddetto "spirito" del Concilio. In altre parole: se si vuole giungere ad una effettiva ermeneutica della continuità occorreranno nuovi documenti, interpretativi certo ma documenti magisteriali a tutti gli effetti, nei quali, con un linguaggio rigoroso ed univoco verrà fissata la corretta interpretazione dei testi conciliari. Ebbene: ciò che davvero temono i conciliaristi è proprio il linguaggio preciso, rigoroso ed univoco. Il segreto del loro "successO" quarantennale è stato proprio nel riuscire a far dire tutto e niente, a tenere buoni i veri cattolici con testi che potevano forse essere ANCHE interpretati bene ma ANCHE malE e da quì si è originata tutta la crisi.
    Se ne rende conto Marco Respinti o la risposta a questi problemi deve venire solo dai "lefebvristI"?

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  2. se tutti i documenti fossero chiari o perlomeno lo fosse la conseguente ermeneutica non ci sarebbero oggi gli enormi problemi emersi dal post-concilio

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  3. Proprio per questo è necessario che il problema sia affrontato in prima persona dal Papa, che spero non ripeta l'errore di Giov. Paolo II, rimettendosi al parere del card. Levada per cui il fallimento delle trattative è pressoché scontato.

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  4. Ah, le Concile! Les «lefebvristes»!
    Gaudium et Spes!
    Paul VI s’en allait déposer sa tiare, accompagné, à sa droite, par le cardinal Ottaviani qui pleurait…
    Quelle idée, de pleurer, quand l’univers entier se réjouit, «gaudium»!
    Un vieux gâteux, cet Ottaviani.
    Quelque temps plus tard, devant un parterre d’éminences satisfaites, le Saint-Père offrait son anneau à l’archevêque de Canterbury, qu’accompagnait Madame.
    Plus de condamnations, plus d’anathèmes.
    Tout le monde s’embrassait.
    Même les communistes étaient devenus gentils.
    Les maçons, fréquentables.
    Les rabbins n’insultaient plus la Très Sainte Vierge et son Fils.
    Les musulmans n’égorgeaient plus personne.
    On avait définitivement laissé au vestiaire les mitraillettes et les couteaux.
    Ah, «la civilisation de l’amour»!
    On s’y dirigeait à grands pas, on y était presque, que dis-je? elle était déjà là.

    L’Église n’avait plus d’ennemis!
    Le Paradis, déjà? Mais oui! Fantastique!
    Le loup et l’agneau dormaient ensemble.
    Le lion protégeait la gazelle.
    Requins et crocodiles étaient devenus végétariens.
    Les athées, tous bienveillants.
    D’ailleurs il n’y avait plus d’athées, il n’y avait plus, pour quelques temps encore, que des agnostiques, c’est-à-dire des croyants qui s’ignorent.
    Des croyants en l’avenir, bien entendu.
    Teilhard de Chardin remplaçait avantageusement Thomas d’Aquin.
    Le point oméga! La phylogénèse! Wow!
    Plus de barrières entre les hommes!
    Tous ces particularismes obsolètes! Toutes ces frontières stupides! Tous ces rites différents!
    Fini, tout ça!
    Le passé était mort.
    L’Europe allait enfin s’unir.
    Tout commençait.
    Tout convergeait.
    Un même parlement pour tout le monde.
    Un même gouvernement pour le monde.
    Une même église.
    Un même temple.
    Une même mosquée.
    Une même synagogue.
    On offrait des fleurs aux indouistes.
    De l’encens aux bouddhistes (et même des tabernacles).
    On donnait même les dalmatiques aux antiquaires, qui en faisaient des tapis, des dessus de table, des coussins.
    On fraternisait sur de la belle dentelle.
    On buvait dans des calices d’or, d’argent, de vermeil!
    Manipules, manuterges… Les femmes s’en faisaient des parures.
    Tout le saint-frusquin y passait.
    Même les soutanes.
    Les jeans et le T-shirt, c’est tellement mieux!
    On vidait les églises.
    On démolissait les autels.
    Place nette au culte nouveau, à la forme ordinaire. Très ordinaire.
    On présidait en chemise de nuit.
    De la guitare électrique, du saxo, des claquettes, de la danse!
    Carafes de rouge, grosses miches de pain, chapeaux de paille sur la tête.
    La fête, quoi!
    On communiait à qui mieux-mieux.
    On chamboulait le calendrier.
    On expurgeait les psaumes.
    On vidait les flacons.
    Bill Clinton s’invitait au pique-nique, mâchait son hostie en rigolant.
    Le prieur de Taizé devenait catholique sans cesser d’être protestant (ou le contraire?).
    Après tout, le cardinal Lustiger s’était bien fait baptiser sans cesser d’être juif.
    On n’abjurait plus rien.
    On ne convertissait plus personne.
    Les francs-maçons avaient droit aux grandes orgues, à Notre-Dame de Paris.
    Il n’y avait plus de fanatiques, plus d’hypocrites, plus d’infâmes.
    La tolérance coulait à flot, nettoyait tout, emportait tout.
    Aux chiottes Pie IX et son Syllabus de merde!
    Il n’y avait plus de menteurs, plus de fourbes, plus de corrompus, plus de voleurs, plus de luxurieux, plus d’impudiques, plus d’obscènes…
    À la messe du Pape, en Nouvelle-Guinée, une universitaire vêtue d’une simple ceinture de rafia, venait lire l’épître en ballotant ses formes.
    Sofia Loren dans toutes sa splendeur n’avait jamais offert en sacrifice d’appâts plus alléchants!
    On en voyait de bien belles, et pas seulement en Papouasie!
    Le Pape fermait les yeux.
    Inculturation!
    Dépravation!
    Prostituition!
    Des mots, tout ça!
    Tout était rendu à son innocence première.
    Il n’y avait plus de péché.
    Plus d’indécence.
    Plus de confession.
    Plus de pardon.
    Plus d’excuse.
    Nouvel âge, new age, Nostra ætate!
    «Ce qui nous unit est plus important que ce qui nous sépare.»
    Ben voyons! Mais c’est l’évidence même!
    Comment n’y avait-on pas pensé plus tôt?
    Nos pères n’avaient pas compris ça?
    Quels idiots!
    Et tous ces Papes réactionnaires!
    Tous ces Grégoire XVI, tous ces Léon XIII, tous ces Pie IX, Pie X, Pie XI, Pie XII et j’en passe.
    Toutes ces guerres pour rien, quand on aurait pu, avant de tirer le premier coup, s’embrasser!
    D’ailleurs, nos pères avaient-ils jamais compris quoi que ce soit à l’existence?
    Au bonheur d’être ensemble?
    À la vie?
    Nous leur apprenions, nous, enfin, comment on doit vivre.

    Dans la coulisse, Satan se frottait les mains: tout allait si bien… Tout allait de mieux en mieux…

    Quand un inconnu, nommé Marcel Lefebvre, est sorti d’on ne sait quelle brousse africaine et a tout foutu par terre!

    Alors, Satan, entrant soudain en convulsion, l’écume aux lèvres:

    «Oh la canaille! Oh le chien! Oh le schismatique! Oh l’hérétique! Oh le rebelle! Oh le fils du mensonge! Oh l’homicide! Oh l’ingrat! Oh l’ordure! Oh le désobéissant! Crapule! Abruti! Sale monarchiste!»
    Et, se tournant vers la foule: «Que ne l’a-t-on pendu à Nuremberg! Que ne l’a-t-on vendu aux Turcs! Que ne l’a-t-on fait bouillir! Que ne l’a-t-on écorché comme Bragadin! Tiens, je te crache au visage!»
    Et, se tournant vers lui, il lui crache effectivement au visage.
    Marcel Lefebvre essuie le crachat en silence et sort de scène.

    Un peu de temps passe, quelques années, et, sur la Place Saint-Pierre en liesse, un homme vêtu de blanc inscrit d’une voix tranquille Marcel Lefebvre au Catalogue des Saints.

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  5. Raoul de Gerrx, bellissimo, formidabile, grazie.
    Oh come vorrei esser capace a tradurre e rendere in italiano questo testo nella sua profondità !
    Grande lingua il francese in certi casi !
    Da salvare e conservare oltre che meditare.

    Merci

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  6. pour Raoul de Gerrx: excusez mon franòais, c'est tout très beau, mais la conclusion, c'est à dire Mons. Lefèbvre saint, je ne sais si jamais sera possible le voir..

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  7. Merci, Raoul, une prose émouvante et d'une rare beauté et profondeur; mais que dis-je: comme affirmerait le M. Jourdain de Molière, c'est de la poesie, plus que de la prose.

    Mais, au juste, qu'est que c'est que le "point oméga"?

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  8. A la Redazione de Messainlatino.it. :

    Le point Oméga? Je vois que vous n'avez jamais lu Teilhard de Chardin! La «noosphère», la «phylogenèse», l'«hominisation»…
    Ce sont les termes-clés de sa gnose…
    Ne perdez pas votre temps avec ces sottises qui en ont déboussolé plus d'un…

    Amitiés.

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