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lunedì 16 gennaio 2023

Quando Francesco cacciò mons. Georg Gaenswein, sia dall'appartamento sia dal suo incarico #benedettoxvi

Riprendiamo da Il Sismografo di ieri la doppia cacciata di Mons. Georg, dai suoi alloggi di Prefetto (2016) e dai suoi stessi incarichi (2020).
[Benedetto XVI disse]«Sembra che Papa Francesco non si fidi più di me e desideri che lei mi faccia da custode!». Gli ho risposto, sorridendo anch’io: «Proprio così…, ma dovrei fare il custode o il carceriere?»
La Chiesa della finta misericordia: e non aveva ancora scritto alcun libro...
Luigi

Dal libro di mons. Gänswein "Nient'altro che la verità". La vicenda dell'appartamento del Prefetto nel 2016

(a cura Redazione "Il sismografo") Ormai è noto che mons. Georg Gänswein, entro mercoledì 1° febbraio al massimo, dovrà lasciare l'appartamento che occupava per stare vicino al Papa emerito J. Ratzinger nel Monastero Mater Ecclesia. L'ordine o richiesta, come sempre, è arrivato dall'alto, vale a dire dal Papa stesso, il quale - curiosamente - da sempre interviene personalmente nella questione dell'assegnazione degli alloggi, in particolare quando si tratta di membri dell'alta gerarchia. L'intervento del Papa si fa sentire anche quando si tratta di far sloggiare dal Vaticano qualcuno che non è più nelle sue grazie. E' accaduto con diversi dei suoi collaboratori allora molto importanti. Quasi sempre a questo punto si fa viva con l'intteressato la Gendarmeria vaticana.

Va ricordato tra l'altro che le vicende vaticane riguardanti appartamenti, cominciano con lo stesso Pontefice che decise dopo la sua elezione (13 marzo 2013) di non vivere nel Palazzo Apostolico e prendere invece un piccolo appartamento della Casa Santa Marta.

Nel contesto di questi fatti poco conosciuti e sopra ricordati, ci è sembrato interessante questo passaggio del libro di Mons. Gänswein "Nient'altro che la verità":

"Al mattino del 22 luglio 2016 attendevo come di consueto Papa Francesco a San Damaso, dove si prende l’ascensore Nobile. Lui scese dall’automobile e subito mi disse: «Ho sentito che lei ha l’appartamento nel Palazzo apostolico». Io precisai che si trattava dell’appartamento del prefetto della Casa pontificia, assegnato temporaneamente a me per ragioni d’ufficio. «Per favore, non ne prenda possesso ora», aggiunse. Quando lo informai che era normale che il prefetto risiedesse lì, per poter svolgere bene il suo compito – poiché, anche se al momento vivevo nel Monastero con il Papa emerito, questa era comunque una residenza provvisoria –, lui replicò: «Attenda, prima devo parlare con i miei stretti collaboratori; non faccia nulla finché non riceverà da me una risposta». La cosa mi dispiacque perché intuii che dietro c’era qualcuno che stava manovrando per appropriarsi di quell’appartamento.

Il 2 settembre successivo, nella medesima circostanza, il Pontefice mi disse: «Lei attendeva da me una risposta e ora le dico di lasciar stare. Quando avrà bisogno di un appartamento ci penserò io». Alla mia espressione di grande meraviglia, mi spiegò che gli era stato fatto notare che nel Palazzo apostolico abitavano il segretario di Stato (il cardinale Pietro Parolin) e il sostituto della prima Sezione per gli Affari generali (all’epoca l’arcivescovo Giovanni Angelo Becciu), ma non il segretario della seconda Sezione per i rapporti con gli Stati. Concluse con fermezza: «Ho deciso»; e infatti, qualche tempo dopo, vidi che in quell’appartamento era appunto andato ad abitare l’arcivescovo Paul Richard Gallagher.

Nel 2018 però ritenni opportuno ricordare a Papa Francesco la sua promessa, cosicché lui diede disposizioni a monsignor Vérgez e alla fine mi venne assegnato un appartamento nella vecchia Santa Marta, al confine con l’aula Paolo VI. L’allontanamento fisico dal Palazzo apostolico rappresentò comunque il preannuncio degli sviluppi successivi.
A fine gennaio 2020, sempre per restare nel paragone letterario, mi ritrovai infatti a essere un “prefetto dimezzato”, parafrasando il titolo della famosa opera di Italo Calvino "Il visconte dimezzato". Dopo quei torridi giorni di polemiche attorno al libro del cardinale Sarah, lunedì 20 chiesi a Papa Francesco di potergli parlare e lui mi diede appuntamento per fine mattinata, al termine delle udienze. Gli fornii nel dettaglio i particolari su quanto era accaduto e gli chiesi consiglio su come agire in futuro, poiché non sempre mi era facile riuscire a prevenire problemi come quello che si era appena verificato. Lui mi guardò con espressione seria e disse a sorpresa: «D’ora in poi rimanga a casa. Accompagni Benedetto, che ha bisogno di lei, e faccia scudo».
Restai scioccato e senza parole. Quando provai a replicare, dicendogli che lo facevo ormai da sette anni, per cui potevo continuare ugualmente anche per il futuro, chiuse seccamente il discorso: «Lei rimane prefetto, ma da domani non torni al lavoro». In modo dimesso replicai: «Non riesco a capirlo, non lo accetto umanamente, ma mi adeguo soltanto in obbedienza». E lui di rimando: «Questa è una bella parola. Io lo so perché la mia esperienza personale è che “accettare in obbedienza” è una cosa buona». La mia preoccupazione fu riguardo al modo in cui si sarebbe comunicata la notizia all’esterno, poiché sarebbero certamente stati sollevati interrogativi sulla mia assenza, ma il Pontefice affermò che non era necessario fare nulla e andò via.
Tornai al Monastero e durante il pranzo lo raccontai alle Memores e a Benedetto, il quale commentò, tra il serio e il faceto, in modo ironico: «Sembra che Papa Francesco non si fidi più di me e desideri che lei mi faccia da custode!». Gli ho risposto, sorridendo anch’io: «Proprio così…, ma dovrei fare il custode o il carceriere?». Poi ho aggiunto che presumibilmente era un pretesto in correlazione con la spinosa vicenda Sarah, poiché non era cambiato nulla da un giorno all’altro.
Come avevo preventivato, dopo alcuni giorni di assenza pubblica cominciai a ricevere mail e messaggi nei quali mi veniva domandato che fine avessi fatto, e ovviamente non risposi a nessuno. Sabato 25 gennaio scrissi un biglietto di poche righe a Papa Francesco, comunicandogli che stavo ricevendo queste richieste di informazione e suggerendo che ormai erano passati diversi giorni di sospensione, dunque potevo eventualmente riprendere il lavoro. Il 1° febbraio mi rispose per iscritto: «Caro fratello, grazie tante per la sua lettera. Per il momento credo che è meglio mantenere lo status quo. La ringrazio per tutto quello che fa per Papa Benedetto: che non gli manchi nulla. Prego per lei, per favore lo faccia per me. Che il Signore la benedica e la Madonna la custodisca. Fraternamente, Francesco»".

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