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venerdì 19 agosto 2022

Il primato dell’Adorazione - parte 1^ di 5

Intraprendiamo la pubblicazione di un saggio di José Antonio Ureta, originariamente pubblicato, in inglese, negli Stati Uniti, articolato in cinque parti, e steso in risposta a Desiderio Desideravi, al fine di formulare una prima critica teologica al suo contenuto. Siamo lieti di proporvelo, a partire dalla prima parte, che pubblichiamo oggi, riprendendone la traduzione nella nostra lingua dal sito italiano della TFP.

Il primato dell’Adorazione (1/5)
di José Antonio Ureta

La necessità di un esame accurato

Negli ambienti tradizionalisti, i commenti all'Esortazione apostolica Desiderio Desideravi si sono finora limitati a deplorare la reiterazione della tesi che la Messa di Paolo VI sia l'unica forma del rito romano e a negare che il nuovo Ordinario della Messa sia una traduzione fedele dei desideri di riforma espressi dai Padri conciliari nella Costituzione Sacrosantum Concilium.

Nessuna critica teologica ai principi sviluppati da Papa Francesco nella sua meditazione sulla liturgia è giunta tra le mie mani (o, piuttosto, nello schermo del mio computer). Noto anche con preoccupazione che alcuni articoli, pur condannando i due difetti di Desiderio Desideravisopra citati, lasciano intendere che se i suoi principi e alcuni commenti del Papa fossero messi in pratica nelle parrocchie, il risultato sarebbe positivo. «In effetti, gran parte delle raccomandazioni liturgiche di Papa Francesco potrebbero essere lette come una bandiera di battaglia per il tradizionalismo liturgico», scrive un importante leader tradizionalista, che aggiunge, dopo aver citato alcune parti dell'esortazione sulla ricchezza del linguaggio simbolico: «Se i responsabili liturgici diocesani prendessero sul serio queste affermazioni, assisteremmo a una trasformazione universale della liturgia cattolica in senso tradizionale» [1]. I sacerdoti della diocesi di Versailles che celebrano nelle due forme del rito romano e che animano il Fatherblog hanno affermato, da parte loro, che «molti elementi della lettera hanno in comune elementi che non sono specifici del messale del 1962 o del messale del 1970», per concludere che «il meglio del messale di San Pio V troverà naturalmente il suo posto nell'approfondimento liturgico richiesto dal Santo Padre» [2]. Il cappellano della Messa tradizionale che frequento regolarmente (appartenente a una comunità Ecclesia Dei) sembra essere dello stesso parere, poiché alla fine di una recente predica ha suggerito di trascurare l'avversione per il paragrafo 31 di Desiderio Desideravi e di approfittare delle vacanze estive europee per nutrirsi spiritualmente leggendo il documento papale.

Temendo che questo atteggiamento benevolo si diffonda negli ambienti tradizionalisti, intendo mostrare nei paragrafi seguenti le deviazioni dottrinali che, a mio modesto parere, irrorano le meditazioni di Papa Francesco sulla liturgia, deviazioni che derivano dal nuovo orientamento teologico assunto nella costituzione Sacrosantum Concilium del Concilio Vaticano II. Lo farò confrontando la visione della liturgia insegnata nell'ultimo documento preconciliare sull'argomento, cioè l'enciclica Mediator Dei di Pio XII, con quella che emerge da Desiderio Desideravi. La conclusione sarà che quest'ultimo merita almeno la critica che il cardinale Giovanni Colombo fece alla Gaudium et Spes, e cioè che «questo testo ha tutte le parole giuste; sono gli accenti che sono fuori posto» [3]. Purtroppo, ciò che i lettori traggono dal recente testo del papa sono più gli accenti sbagliati che le parole giuste....

Il confronto tra la visione di Pio XII e quella di Francesco si concentrerà su quattro punti specifici: la finalità del culto liturgico, il mistero pasquale come centro della celebrazione, il carattere memoriale della Santa Messa e, infine, la presidenza dell'assemblea liturgica.

La finalità del culto liturgico

Mediator Dei [4] stabilisce con solare chiarezza che il culto cattolico ha due scopi principali che si intrecciano e si sostengono a vicenda: la gloria di Dio e la santificazione delle anime. Ma, evidentemente, il primato spetta all'omaggio reso al Creatore.

Dopo aver spiegato che «Il dovere fondamentale dell'uomo è certamente quello di orientare verso Dio sé stesso e la propria vita» (n°. 18), riconoscendoGli la suprema maestà e rendendoGli «mediante le virtù della religione, il debito culto» (n. 19), Pio XII ricorda che la Chiesa fa questo continuando la funzione sacerdotale di Gesù Cristo (n. 5) e conclude con la seguente definizione: «La sacra Liturgia è pertanto il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre, come Capo della Chiesa, ed è il culto che la società dei fedeli rende al suo Capo e, per mezzo di Lui, all'Eterno Padre: è, per dirla in breve, il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra».

Anche il fine secondario (e anzi primario da un altro punto di vista) della santificazione delle anime ha come fine ultimo la gloria di Dio: «Tale è l'essenza e la ragione d'essere della sacra Liturgia: essa riguarda il Sacrificio, i Sacramenti e la lode di Dio; l'unione delle nostre anime con Cristo e la loro santificazione per mezzo del Divin Redentore, perché sia onorato Cristo, e per Lui ed in Lui la Santissima Trinità: Gloria al Padre, al Figliolo e allo Spirito Santo» (n. 215).

Sotto l'influenza dei teologi del cosiddetto "movimento liturgico", le cui idee furono raccolte nella Sacrosantum Concilio, questo rapporto tra la glorificazione di Dio e la santificazione delle anime nella liturgia fu invertito. Lo spiega in modo molto pedagogico il teologo gesuita P. Juan Manuel Martín-Moreno nei suoi Apuntes de Liturgia [5] per il corso che tenne alla Pontificia Università di Comillas (della Compagnia di Gesù) negli anni 2003-2004:

«All'atto liturgico è sempre stata riconosciuta una duplice dimensione. Da un lato ha come obiettivo la glorificazione di Dio (dimensione ascensionale o anabatica) e dall'altro la salvezza e la santificazione degli uomini (dimensione discensionale o catabatica) (...).

«La teologia liturgica prima del Vaticano II si basava sul concetto di culto concepito in modo anabatico. La liturgia era innanzitutto la glorificazione di Dio, l'adempimento dell'obbligo della Chiesa, in quanto società perfetta, di adorare Dio in pubblico e quindi di attirare le benedizioni di Dio.

«Per il Vaticano II, invece, la dimensione discendente ha la precedenza. La Trinità divina si manifesta nell'Incarnazione e nella Pasqua di Cristo. Il Padre, donando nell'Incarnazione il suo Figlio al mondo e il suo Spirito nella pienezza della Pasqua, ci comunica la sua comunione trinitaria come un dono. Questo doppio dono della Parola e dello Spirito ci viene dato nel servizio liturgico per la nostra liberazione e santificazione (...).

«La concezione anabatica della liturgia era incentrata sul servizio dell'uomo a Dio, mentre la concezione catabatica si concentra sul servizio offerto da Dio all'uomo. La critica al culto, inteso come servizio dell'uomo a Dio, si basa sul fatto che Dio non ha realmente bisogno di tali servizi da parte dell'uomo (...).

«Se la liturgia fosse fondamentalmente culto, sarebbe superflua. Ma se la liturgia è il modo in cui l'uomo può entrare in possesso della salvezza di Dio, il modo in cui l'azione salvifica diventa realmente presente qui e ora per l'uomo, è chiaro che l'uomo ha ancora bisogno della liturgia» [6].

Infatti, la dimensione catabatica ha anche lo scopo anabatico di condurre le persone a Dio e di farle glorificare. Ma nella Desiderio desideravi[7], Papa Francesco sottolinea quasi esclusivamente questa concezione primariamente catabatica della liturgia e lascia in ombra la glorificazione di Dio, che per Pio XII è il suo elemento primario.

La sua meditazione inizia con le parole iniziali del racconto dell'Ultima Cena - «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi (Lc 22,15)» - sottolineando che esse ci danno «la sorprendente possibilità di intuire la profondità dell’amore delle Persone della Santissima Trinità verso di noi» (n° 2). «Il mondo ancora non lo sa, ma tutti sono invitati al banchetto di nozze dell’Agnello (Ap 19,9) (n. 5)», aggiunge il pontefice. Tuttavia, «Prima della nostra risposta al suo invito – molto prima – c’è il suo desiderio di noi: possiamo anche non esserne consapevoli, ma ogni volta che andiamo a Messa la ragione prima è perché siamo attratti dal suo desiderio di noi». (n° 6). La liturgia, dunque, è innanzitutto il luogo dell'incontro con Cristo, perché «La Liturgia ci garantisce la possibilità di tale incontro» (n. 11).

Il senso catabatico e discendente della liturgia - entrare in possesso della salvezza - è molto ben sottolineato. Ma il fatto, messo in rilievo da Pio XII nel testo già citato, che la prima funzione sacerdotale di Cristo è quella di adorare il Padre Eterno in unione con il suo Corpo Mistico, è stato completamente omesso.

Questa unilateralità è rafforzata in un altro paragrafo che tratta specificamente l'aspetto anabatico ascendente, cioè la glorificazione della divinità da parte dei fedeli riuniti. Questo testo insinua che la gloria di Dio è secondaria, in quanto non aggiunge nulla a ciò che già possiede in cielo, mentre ciò che è veramente importante è la sua presenza sulla terra e la trasformazione spirituale che essa produce: «La liturgia dà gloria a Dio non perché noi possiamo aggiungere qualcosa alla bellezza della luce inaccessibile nella quale Egli abita (cfr. 1Tm 6,16) o alla perfezione del canto angelico che risuona eternamente nelle sedi celesti. La Liturgia dà gloria a Dio perché ci permette, qui, sulla terra, di vedere Dio nella celebrazione dei misteri e, nel vederlo, prendere vita dalla sua Pasqua: noi, che da morti che eravamo per le colpe, per grazia, siamo stati fatti rivivere con Cristo (cfr. Ef 2,5), siamo la gloria di Dio» (n. 43).

Le parole sono giuste, perché è vero che l'uomo aggiunge a Dio una gloria che è solo "accidentale", ma è stato Dio stesso a volerla ricevere da lui quando lo ha creato. Ma gli accenti, con la loro unilateralità, inducono i fedeli in una posizione sbagliata, che facilmente degenera nel culto del vitello d'oro, cioè «in una festa che la comunità offre a sé stessa, e nella quale si conferma», atteggiamento denunciato a suo tempo dall'allora cardinale Joseph Ratzinger [8].

Note




[4] Le citazioni dell'enciclica e la loro numerazione corrispondono alla versione pubblicata sul sito web della Santa Sede:https://www.vatican.va/content/pius-xii/es/encyclicals/documents/hf_p-xii_enc_20111947_mediator-dei.html


[6] Op. cit., p. 47-48.

[7] Le citazioni dell'esortazione apostolica e la numerazione corrispondono alla versione pubblicata sul sito web della Santa Sede:

[8] Joseph Ratzinger, El Espíritu de la liturgia – Una introducción, Eds. Cristiandad, Madrid, 2001, p. 43.


Attribuzione immagine: By Fczarnowski - Own work, CC BY-SA 3.0, Wikimedia


Fonte: Onepeterfive, 8 agosto 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.