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giovedì 25 agosto 2022

Controstoria del movimento liturgico #43 - "La riforma della settimana santa, mons. Leon Gromier" di A. Porfiri

Interessante sintesi e accenno alla complessa questione della riforma della settimana santa. Oggi proponiamo la figura di Mons. Gromier, contrario alle ipotesi di riforma avanzate da mons. Montini e da Mons. Bea e scettico sul progetto ormai avviato. Cercò di porre un freno ma inutilmente. 

Qui gli articoli precedenti.
Roberto.

 
La riforma della settimana santa: 
Léon Gromier (1879-1965)

Noi siamo abituati a pensare alla riforma della liturgia come qualcosa che è scaturita direttamente dal Vaticano II. In realtà già anni prima, sotto Pio XII, si era cominciata una certa riforma della liturgia prendendo i riti della settimana santa. In effetti questo era riconosciuto da Paolo VI, quando nella costituzione apostolica del 1969, Missale Romanum, affermava: “Primo passo di tale riforma è stata l'opera del Nostro Predecessore Pio XII con la riforma della Veglia Pasquale e del Rito della Settimana Santa (Cf. S. CONGREGRAZIONE DEI RITI, Decr. Dominicae Resurrectionis, 9 febbraio 1951: AAS 43, 1951, pp. 128 ss.; Decr. Maxima redemptionis nostrae mysteria, 16 novembre 1955: AAS 47, 1955, pp. 838 ss., che costituì il primo passο dell'adattamento del Messale Romano alla mentalità contemporanea”. Alcuni possono domandarsi se esiste una vera continuità tra la riforma del 1955-56 e quella successiva, da cui è scaturito un rito che alcuni non vedono affatto in continuità con il precedente. Don Nicola Bux nel suo libro sulla riforma liturgica di Benedetto XVI afferma: “È vero che il papa Paolo VI intendeva restaurare semplicemente il rito di san Pio V ovvero la liturgia di san Gregorio, ma, purtroppo gli esperti in una prima fase presero il sopravvento fabbricando un’altra cosa. Quando il Papa se ne accorse, abbiamo visto cosa accadde; intanto, come si suol dire, i buoi erano scappati dalla stalla. Proprio questo svarione ha prodotto la frattura perché ha svelato che non tutto era andato per il verso giusto”. Insomma, sul ruolo di Paolo VI nella riforma liturgica ci sono opinioni contrastanti.

Ma torniamo alla riforma della settimana santa di una ventina di anni prima. 
La riforma in effetti iniziò nel 1949, e dovette subire le pressioni degli episcopati dell’Europa centrale che a quanto sembra invocavano riforme abbastanza radicali. Stefano Carusi (unavoce-ve.it) ci parla di questa commissione in questi termini: “La Commissione lavorava in segreto ed agiva sotto la pressione degli episcopati centro-europei, non è chiaro se per arginarli o per assecondarli; tanto era il segreto che l'improvvisa e inattesa pubblicazione dell' "Ordo Sabbati Sancti instaurati", ai primi di marzo del 1951, "colse di sorpresa gli stessi officiali della Congregazione dei Riti", come riferisce il membro della Commissione Annibale Bugnini. È lo stesso Padre Bugnini a metterci al corrente del modo singolare col quale i risultati dei lavori della Commissione sulla Settimana Santa erano riferiti al Papa: quest'ultimo era "tenuto al corrente da Mons. Montini, e, più ancora, settimanalmente, dal P. Bea, confessore di Pio XII. Grazie a questo tramite si poté giungere a risultati notevoli, anche nei periodi nei quali la malattia del Papa impediva a chiunque di avvicinarlo". Il Papa era afflitto da una grave malattia allo stomaco che lo obbligava ad una lunga convalescenza, non era quindi il Cardinale Prefetto dei Riti, responsabile della commissione, ad informarlo, ma l'allora Mons. Montini e il futuro Card. Bea, che tanta parte ebbe nelle riforme posteriori. I lavori della commissione si protrassero fino al 1955, quando il 16 novembre fu pubblicato il decreto "Maxima redemptionis nostrae mysteria", che doveva entrare in vigore per la Pasqua dell'anno successivo. L'episcopato accolse in maniera diversa le novità e, aldilà del trionfalismo di facciata, non mancarono le lamentele per le novità introdotte e persino si moltiplicarono le richieste di poter conservare il rito tradizionale, ma ormai la macchina della riforma liturgica era stata messa in moto ed arrestarne il corso si sarebbe rivelato impossibile e soprattutto inconfessabile, come la storia successiva dimostrerà”. Non tutti erano quindi d’accordo.

Tra questi viene spesso ricordato mons. Lêon Gromier, formato al Seminario francese di Roma e poi attivo a Roma per tutta la sua vita nella città eterna in vari ruoli, tra cui quello di consultore per la Congregazione dei Riti e Canonico della Basilica di san Pietro in Vaticano. Egli tenne una conferenza nel 1960 sulla settimana santa restaurata in cui manifestava le sue perplessità sulle riforme a cui aveva assistito, conferenza poi tradotta in italiano recentemente da Francesco Tolloi e resa disponibile su alcuni siti tra cui rerumliturgicarum.blogspot.com. Nell’interessante introduzione del Tolloi troviamo alcuni punti della critica del Gromier: “Che la settimana santa del 1955 muova da criteri squisitamente pastorali è dichiarato nello stesso decreto generale Maxima Redemptionis del 1955 che promulga il nuovo Ordo, e – ancora con maggiore enfasi e conseguente nitore – nell’istruzione per la sua attuazione pratica. Eminenti commentatori, come il cardinale Giacomo Lercaro, confermano detta impostazione, affermando - senza mezzi termini - che “La preoccupazione pastorale determinò dunque la riforma e ne fu il criterio fondamentale […]” ciò in modo da rendere i riti, in cui si commemorano e si celebrano le più importanti verità della fede, più fruibili (orario) e partecipabili (semplicità). Purtroppo un atteggiamento autoreferenziale comportò, senza dubbio, una certa indifferente trascuratezza verso i principi e la coerenza, attentando (come vedremo) anche a usi antichissimi e venerabili, formulando in modo malfermo, impreciso e talvolta contraddittorio le rubriche, spesso riformando per il mero gusto di riformare e porre premesse per riforme a venire. Questa è la “pastorale” che Gromier stigmatizza, una pastorale che inverte il principio per la quale essa deriva e si impernia sui principi della liturgia e non pretende piuttosto di formarli. Vedremo come, il prelato francese, non manchi di chiamare in causa gli autori di queste riforme – che chiama i pastoraux – evidenziando le loro lacune e mostrando come spesso si sono posti in imbarazzanti situazioni di autocontraddizione. Tale situazione si inquadra in una precisa fase del “movimento liturgico” che - formalizzata la sua costituzione nel 1909 al congresso di Malines - passa dall’anelito di favorire la “pietà liturgica” imperniando la devozione alla liturgia, al voler prendere le redini e porsi alla testa di un moto riformistico. La settimana santa nella sua forma “tradizionale” è senza dubbio uno scrigno che serba i tratti più arcaici – e se vogliamo caratteristici - del rito romano, che mostra, a chi si sofferma con sguardo attento, rispettoso e scevro di pregiudizio, testimonianze di un’antichità particolarmente remota e il lento stratificarsi dei secoli. Questo è il portato della Tradizione; i pastorali, secondo Gromier, non hanno prestato il dovuto ossequio a questa realtà finendo per ritenerla sacrificabile. La tradizione aveva portato inevitabilmente allo stratificarsi e contestualmente a una selezione e conseguente decadimento di determinati usi; nella riforma si denota, invece, uno zelo connotato da filologismo archeologicizzante votato al recupero di elementi il più possibile arcaici il tutto teso a una elaborazione astratta che supporti l’indirizzo pastoralistico della liturgia”. Interessante questo riferimento al pastoralismo identificato dal Gromier come un pervertimento dell’autentica pastorale liturgica. Ricorda quanto anche detto decenni dopo dall’ora scomparso mons. Antonio Livi, che vedeva nel sovvertimemto di dogma, teologia e pastorale una delle cause della difficile situazione in cui siamo immersi da oramai troppi anni.

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