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giovedì 28 aprile 2022

Controstoria del Movimento liturgico #26: Il genio del rito romano: Edmund Bishop (1846-1917)

 26º appuntamento della rubrica sulla storia del Movimento Liturgico a cura del M° Aurelio Porfiri.

Qui i precedenti medaglioni.

Roberto

Il genio del rito romano: Edmund Bishop (1846-1917)

In scritti precedenti, già è stato toccato il ruolo che studiosi ed artisti inglesi hanno avuto nell’evoluzione della liturgia e non solo recente. Pensiamo ai saggi consigli sull’inculturazione che san Gregorio magno diede ad Agostino di Canterbury proprio in riferimento agli Angli. Il cattolicesimo ha avuto una storia gloriosa in Inghilterra e anche drammatica, se si pensa alla svolta impressa da Enrico VIII e alla creazione di una comunità di fede detta anglicana, separata da Roma.

Eppure il contributo britannico agli studi liturgici fu anche significativo, pensiamo per esempio ad Edmund Bishop, una vita da impiegato e convertito al cattolicesimo nel 1867, che coltuvava una vocazione benedettina che lo porterà ad avvicinarsi al Monastero di Downside, dove fu accettato ma senza poter divenire monaco vista la sua salute delicata. Si dedicò agli studi storici e liturgici, anche in collaborazione con don Francis Aidan Gasquet (1846-1929), creato cardinale nel 1914.

Edmund Bishop raccoglie nel 1918 i suoi studi in una raccolta chiamata Liturgica Historica. Papers on the Liturgy and Religious Life of the Western Church. In questa raccolta il primo capitolo, ripreso da una conferenza, si indirizza a trattare del tema del genio del rito romano. In esso fa una interessante osservazione che tocca il tema dell’innesto di influenze esterne nel rito romano: “Che il carattere romano non esca da nessuna parte più chiaramente, più puramente, che nel messale che solo sappiamo essere stato effettivamente in uso a Roma alla fine dell'ottavo secolo-il messale comunemente chiamato gregoriano, da san Gregorio Magno. Ci sono, quindi, ottime ragioni per dire che, fino a questa data, il rito di evoluzione nativa romana si era conservato a Roma con pochissima mescolanza straniera. Ma anche così, la Messa romana contenuta in questo libro porta, come credo, segni dell'influenza costantinopolitana. L'adozione del Kyrie dall'est è già stata menzionata. Papa Gregorio Magno, che prima della sua elevazione al soglio pontificio era stato rappresentante del Papa e della Chiesa Romana nella città imperiale di Costantinopoli, fu accusato da alcuni zelanti di aver manomesso la liturgia romana, nell'intento di avvicinarsi a quella greca. San Gregorio si scusa abilmente, ma non dice che l'accusa è falsa e infondata; e c'era, mentre leggevo i fatti, una ragione per l'accusa. Le litanie che introdusse a Roma, e alle quali diede tanto risalto, le sdolcinate deprecazioni per la misericordia, la misericordia, la misericordia, erano, come quel grande elemento delle prime litanie, il Kyrie un'importazione a Roma dall'estero. La litania non è un pezzo di manifattura romana. Ma Gregorio - uno di quei grandi Romani Pontefici dotato, come dice Newman, del dono dell'origine - fu anche romano, anima e corpo, in tutto e per tutto; e non è da Gregorio, o da un libro che porta il suo nome, che possiamo aspettarci alterazioni che tendano a cancellare o ad offuscare i caratteri essenzialmente romani del libro della Messa della sua Chiesa a causa del genio romano, in tutta la sua chiarezza, e semplicità, e precisione, e ordine, e senso pratico, ma anche in quella che si può chiamare la severità delle sue linee, e la sua libertà da tutto ciò che può essere chiamato sentimento ed effusione, o immaginazione, o mistero” (mia traduzione). Insomma, si può innestare qualcosa quando si è profindamente radicati nel genio romano della liturgia. Del resto è quello che Gregorio magno dice ad Agostino nella lettera citata sopra, di ritenere ciò che era buono negli usi locali, visto che Agostino era radicato negli usi di Roma e avrebbe saputo discernere.

Ne parla Plinio Corrêa de Oliveira in un articolo facendo riferimento a sant’Agostino di Canterbury e a san Giusto, suo compagno: “Se i templi pagani erano ben costruiti e adeguati per il culto, i cattolici potevano approfittarne. Il Papa dava anche una ragione psicologica: la gente era abituata ad andarci. L’abitudine di frequentare un luogo di culto aiuta a superare le difficoltà che comunque sorgono quando si passa da una religione a un’altra. Potete vedere la sana intransigenza di San Gregorio sull’essenziale e insieme la sua grande duttilità su cose secondarie che non compromettono i principi. Attenzione: questo non significa che si debba essere intransigenti sui principi primari e accomodanti sui principi secondari. Sarebbe sbagliato. Nessuna concessione sui principi. Ma c’è una parte della realtà che non fa parte dei principi e che dev’essere affrontata con uno spirito aperto. Vediamo che San Gregorio consiglia anche di erigere tende intorno alle chiese, dove la gente possa mangiare insieme in allegria. A questo punto si potrà insegnare loro a ringraziare Dio per queste cose. Era un modo per attirare le persone semplici. Amavano mangiare in compagnia. In Germania si dice che Dio ha creato la mela e il tedesco ne ha fatto lo strudel di mele, che ama mangiare con i suoi amici. Per uno spirito cattolico, è una gioia legittima. Anche l’inglese amava mangiare in compagnia. Era nato in mezzo alle feste popolari”. Purtroppo oggi è difficile ritrovare questo equilibrio tra flessibilità e intransigenza, visto la situazione di continua precarietà liturgica in cui ci troviamo.

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