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giovedì 24 giugno 2021

Intervista a mons. Nicola Bux: «Messa in latino, contributo all’unità dei cristiani»

Tra continue ed autorevoli conferme e timide (e poco convincenti) smentite, il motu proprio «Summorum Pontificum» continua ad essere terreno di scontro tra le mura leonine che non accenna a placarsi.
Eppure la sua applicazione in questi tredici anni e mezzo sta portando frutti molto positivi e non sempre sufficientemente noti: ne parla mons. Nicola Bux in una intervista a Simone Ortolani pubblicata, in estratto, questa mattina anche sul quotidiano La Nuova Bussola Quotidiana e che noi - con il consenso dellautore, che ringraziamo - vi proponiamo integralmente.
Sullo stesso argomento, vi invitiamo a leggere l’emozionante lettera di Guido Villa Così grazie a Medjugorje ho scoperto la Messa antica, pubblicata sempre oggi sul quotidiano La Nuova Bussola Quotidiana.

L.V.

Summorum Pontificum ed ecumenismo con gli Ortodossi, mons. Nicola Bux: «La diffusione della forma straordinaria inarrestabile come il mare, segno di rinascita del Sacro nei cuori»

La valenza ecumenica del motu proprio fu sottolineata dal Patriarca ortodosso di Mosca Alessio II.

Mons. Bux, cosa pensa dei rumors – non smentiti dalla Santa Sede – sulla volontà di Papa Francesco di introdurre restrizioni alla libertà di celebrare la Messa tridentina?

In un saggio del 1959, Joseph Ratzinger osservava: «L’immagine della Chiesa moderna è caratterizzata essenzialmente dal fatto di essere diventata e di diventare sempre di più una Chiesa di pagani in modo completamente nuovo: non più, come una volta, Chiesa di pagani che sono diventati cristiani, ma piuttosto Chiesa di pagani, che chiamano ancora sé stessi cristiani ma che in realtà sono diventati da tempo dei pagani. Il paganesimo risiede oggi nella Chiesa stessa e proprio questa è la caratteristica della Chiesa dei nostri giorni come anche del nuovo paganesimo: si tratta di un paganesimo nella Chiesa e di una Chiesa nel cui cuore abita il paganesimo».
Forse anche per questo, da Papa, indisse l’Anno della fede. Dunque, la crisi di fede in cui si trova la Chiesa è il contesto dell’avversione al rito romano antico. Immagini che succederebbe se un Patriarca ortodosso ricusasse il rito bizantino. Il paradosso è che questo accade mentre il Papa postula un regime “sinodale”, come si usa dire, nel quale l’intera Chiesa dovrebbe avventurarsi, cominciando dalle “periferie”. Egli spesso si appella addirittura al sensus fidelium che è infallibile in credendo, come afferma il documento della Commissione Teologica Internazionale, Il sensus fidei nella vita della Chiesa, pubblicato durante il suo pontificato (10 giugno 2014). Conviene attingere ad esso, per capire meglio che cosa è in gioco. Da una parte, il sensus fidei fa riferimento alla personale attitudine che il credente possiede, all’interno della comunione ecclesiale, di discernere la verità della fede. Dall’altra, il sensus fidei fa riferimento all’istinto di fede della Chiesa stessa, per mezzo del quale essa riconosce il suo Signore e proclama la sua Parola. Questa convergenza (consensus fidelium) riveste un ruolo vitale nella Chiesa: è un criterio sicuro per determinare se una particolare dottrina o una prassi particolare appartengono alla fede apostolica. La sacra liturgia è materia di dottrina da cui dipende la fede, pertanto nemmeno il papa può modificarla, ma solo custodirla. Su ciò Benedetto XVI è stato chiaro.

Papa Francesco si scaglia spesso contro i «cristiani rigidi»: la rigidità soffocherebbe la libertà dello Spirito, un certo legalismo nei confronti della Legge scritta ci renderebbe incapaci di ascoltare le mozioni del Paraclito. Paradossalmente, l’atteggiamento recente di una parte del Vaticano nei confronti dei cattolici tradizionalisti non tradisce una certa eccessiva rigidità contro di loro?

Cosa si deve intendere per rigidità: fermezza di adesione alla dottrina della fede e della morale? Sappiamo che a lui non piace l’identità in genere e quella cattolica in specie. Ha scritto che preferisce il pensiero incompleto, ovvero fluido, quindi debole. Così va a farsi benedire la virtù della fortezza, quindi la fermezza; e il sensus fidei è il nocciolo duro, fortemente sottolineato dal Concilio Vaticano II. Lo si può abbandonare proprio nel mezzo della tremenda confusione dottrinale e pastorale? La fede, dei laici in particolare, ha ricoperto un ruolo cruciale nel IV secolo, con la celebre controversia con gli ariani, che furono condannati al Concilio di Nicea (325), ove fu definita la divinità di Gesù Cristo. Invece, fra i vescovi continuò a esservi incertezza fino a quello di Costantinopoli (381). Ricorda Newman che in questo periodo, «la tradizione divina affidata alla Chiesa infallibile fu proclamata e conservata molto più dai fedeli che dall’episcopato». Quando più tardi scrisse On Consulting the Faithful in Matters of Doctrine (1859), mostrò che i fedeli (in quanto distinti dai loro pastori) hanno un ruolo proprio e attivo da svolgere nella custodia e nella trasmissione della fede. La Tradizione, egli afferma, «si manifesta in modo diverso nelle diverse epoche: talvolta per voce degli episcopati, talvolta dei dottori, talvolta del popolo, talvolta di liturgie, riti, cerimonie e costumi, di avvenimenti, controversie, movimenti e di tutti gli altri fenomeni che sono compresi sotto il nome di storia». E siamo arrivati all’oggetto del nostro discorso: la Santa Messa nella forma straordinaria: se la Chiesa è un soggetto unico, perché introdurre discontinuità e rottura tra la liturgia precedente e quella seguente il Concilio Vaticano II?

Quando Papa Benedetto XVI promulgò il documento, il Patriarca di Mosca Alessio II si congratulò con il Pontefice. In un’intervista rilasciata all’allora vaticanista del Giornale Andrea Tornielli il 29 agosto 2007, il capo supremo dell’ortodossia russa affermò che «il recupero e la valorizzazione dell’antica tradizione liturgica è un fatto che noi salutiamo positivamente. Noi teniamo moltissimo alla tradizione. Senza la custodia fedele della tradizione liturgica, la Chiesa ortodossa russa non sarebbe stata in grado di resistere all’epoca delle persecuzioni, negli anni Venti e Trenta del Novecento».

Si deve premettere: se la Chiesa intera, per l’opera dello Spirito Santo, è il soggetto o «l’organo» della Tradizione, i laici hanno un ruolo attivo nella trasmissione della fede apostolica. Il documento in oggetto aggiunge: «Il sensus fidei fidelis è una sorta di istinto spirituale che permette al credente di giudicare in maniera spontanea se uno specifico insegnamento o una prassi particolare sono o meno conformi al Vangelo e alla fede apostolica. È intrinsecamente legato alla virtù della fede stessa; deriva dalla fede e ne costituisce una proprietà. Lo si paragona a un istinto perché non è in primo luogo il risultato di una deliberazione razionale, ma prende piuttosto la forma di una conoscenza spontanea e naturale, una sorta di percezione (aisthêsis)». Ancora: «Si possono segnalare tre manifestazioni principali del sensus fidei fidelis nella vita personale del credente. Il sensus fidei fidelis permette a ogni credente: 1) di discernere se un insegnamento particolare o una prassi specifica che incontra nella Chiesa sono coerenti o meno con la vera fede per la quale egli vive nella comunione ecclesiale (cf. nn. 61-63); 2) di distinguere nella predicazione l’essenziale dal secondario (n. 64); e 3) di determinare e mettere in pratica la testimonianza da rendere a Gesù Cristo nel contesto storico e culturale particolare nel quale egli vive». Le Chiese ortodosse conservano questo senso della Tradizione, che la Chiesa cattolica arricchisce col Magistero. Infatti, il Patriarca russo riteneva l’atto di Papa Benedetto XVI un contributo all’unità dei Cristiani, che riceve linfa proprio dalla tradizione custodita: l’effetto è la resistenza alle persecuzioni, grazie alla fermezza della fede, che si alimenta proprio alla liturgia. Le storia delle Chiese orientali, impedite dal Comunismo ad esercitare la missione, hanno resistito grazie alla liturgia tradizionale assiduamente celebrata. Una liturgia di ferro e non di caucciù – come scrisse Civiltà Cattolica nel 2000 – è quella che può resistere e trasmettere la fede. Lo abbiamo visto anche durante il contagio da Covid19. Ben venga dunque la “rigidità”, ovvero la fortezza per l’attuale resistenza dentro e fuori la Chiesa.


L’antico rito romano e le liturgie di tradizione bizantina hanno caratteri comuni?

Avendo studiato, insegnato e celebrato il rito bizantino, posso dire che gli studenti ortodossi si ritrovavano più nel rito romano antico che in quello nuovo post-conciliare, proprio perché hanno non pochi caratteri comuni: per esempio la preparazione del sacerdote e l’offertorio, in una parola il senso del sacro. Il punto è che pochi conoscono la liturgia bizantina: per esempio, non hanno mai visto la preparazione e la vestizione del sacerdote, o anche il suggestivo rito dell’offertorio. Chi invece conosce queste due fasi nel rito romano antico, e poi accede al bizantino, subito s’accorge delle somiglianze e capisce le ragioni del compiacimento del patriarca.

L’eventuale abolizione del motu proprio Summorum Pontificum avrà ripercussioni sul dialogo ecumenico con le Chiese orientali separate della comunione con Roma?

Da uno sguardo all’ecumenismo attuale, non sembra che si muova qualcosa, al di là degli abbracci e dei sorrisi. Quello che Lei ricorda è vero, ma proprio la Chiesa russa mostra “rigidità” dottrinale e morale, almeno in alcuni aspetti. Papa Francesco, in un briefing giornalistico ad alta quota, ebbe a lodare la tradizione liturgica degli Orientali; poco tempo dopo, indicò tra le tentazioni «il ripiegamento che va a cercare nelle forme del passato le sicurezze perdute; e la pretesa di quanti vorrebbero difendere l’unità negando le diversità, umiliando così i doni con cui Dio continua a rendere giovane e bella la sua Chiesa» (Discorso alla 66 Assemblea generale della CEI, 19 maggio 2014). Non so a chi si riferisse, visto che il target di coloro che frequentano la Messa nella forma straordinaria è composto prevalentemente da giovani, e che l’unità e la diversità sono costituite da tradizione e innovazione: dunque si contraddisse. Il nucleo dello spirito della liturgia è la fede cattolica trasmessa dagli Apostoli, che è teocentrico; pensa che la tradizione non vada custodita perché sarebbe cenere: in verità codesta è la deludente liturgia antropocentrica, cenere sotto cui cova la brace di quella autentica che riprende vigore, perché ha un ruolo fondamentale nella conversione di tanti giovani e adulti, che emergono dalle ceneri del secolarismo occidentale, dagli Stati Uniti all’Europa. La stessa cosa sta avvenendo nei paesi ex comunisti e persino in Cina. I convertiti sono attratti dall’antica liturgia; e che dire delle numerose vocazioni sacerdotali e religiose che ne scaturiscono?


L’arcivescovo Marcel Lefebvre, fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, nutriva una profonda diffidenza nei confronti di non pochi uomini del Vaticano, che riteneva totalmente condizionati dall’ideologia progressista che aveva plasmato la loro formazione oltreché moralmente incapaci di mantenere gli impegni presi. Egli era profondamento persuaso che un eventuale riconoscimento canonico della sua Congregazione avrebbe creato il presupposto della sua successiva distruzione da parte della Santa Sede.
Recentemente alcuni istituti legati al Rito antico sono stati soppressi, come nel caso di Familia Christi, o commissariati, come in quello dei Frati Francescani dell’Immacolata; la stessa Pontificia Commissione Ecclesia Dei – istituita da San Giovanni Paolo II come dicastero autonomo, fondato per proteggere le aspirazioni dei fedeli tradizionalisti e dialogare con la Fraternità San Pio X – è stata a sua volta abolita da Papa Francesco e le sue funzioni attribuite ad una sezione della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Nel caso della abolizione del motu proprio Summorum Pontificum, il Vaticano non rischierebbe di squalificare la sua immagine pubblica dando un’impressione di inaffidabilità, di poca stabilità, di contraddittorietà, di incapacità di legiferare in modo serio e coerente?

Bisogna ammettere che, anche in regime di motu proprio Summorum Pontificum dal 2007 ad oggi, non è stato facile per i fedeli dei gruppi stabili, ottenere la Messa in forma straordinaria, nonostante i ricorsi alla Commissione Ecclesia Dei. A mio avviso, a causa della perdita di autorità dei Dicasteri rispetto ai Vescovi, oltre che dell’elefantiasi delle prerogative delle Conferenze episcopali, nonostante i limiti ricordati da San Giovanni Paolo II nel motu proprio Apostolos Suos, rispetto ai primi e alle seconde. La revisione o accorpamento della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, mi pare fosse in progetto già di Papa Benedetto XVI. Qui però conviene capire il comportamento da adottare nel caso di restrizioni del motu proprio Summorum Pontificum. Il documento della Commissione Teologica Internazionale recita: «Avvertiti dal proprio sensus fidei, i singoli credenti possono giungere a rifiutare l’assenso a un insegnamento dei propri legittimi pastori se non riconoscono in tale insegnamento la voce di Cristo, il buon Pastore». «Le pecore lo seguono [il buon Pastore] perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei» (Gv 10,4-5). Per san Tommaso un credente, anche privo di competenza teologica, può e anzi deve resistere in virtù del sensus fidei al suo Vescovo se questo predica cose eterodosse. Ma che succede se questa autorità superiore, cioè il vescovo – quella suprema è il Papa – promuove tutto ciò? «I fedeli in generale, i pastori e i teologi hanno ciascuno il proprio ruolo da giocare; occorre che diano prova di pazienza e di rispetto nei rapporti reciproci se vogliono giungere a un chiarimento del sensus fidei e realizzare un vero consensus fidelium, una conspiratio pastorum et fidelium». Di fronte a una predicazione o ad una celebrazione materialmente «autorizzata» ma che lo turba, senza che ne possa spiegare esattamente la ragione, il fedele prende le distanze, sospende il proprio assenso e si appella interiormente all’autorità superiore della Tradizione della Chiesa. Come avviene tra coniugi, ci si separa, pur restando in piedi il vincolo, e si attende il kairòs.

Il motu proprio del 2007 era intervenuto dopo che fu constatato che il precedente indulto del 1984 – che consentiva la celebrazione del Sacrificio eucaristico secondo le rubriche del Messale romano del 1962 con l’autorizzazione del Vescovo locale – era stato applicato in modo insufficiente nelle diocesi, nonostante lo stesso San Giovanni Paolo II avesse invitato i presuli ad una larga generosità, in documenti e discorsi ufficiali, troppo spesso inascoltati.
Il documento di Papa Benedetto XVI ha prodotto una certa riconciliazione liturgica, consentendo di coesistere pacificamente ecclesiastici e laici che pregano secondo la tradizione liturgica più remota ed ecclesiastici e fedeli che seguono i riti riformati dopo il Concilio Vaticano II.
Perché interrompere questa pace liturgica?

Si ricordi che «la fede di cui il magistero è al servizio è la fede della Chiesa vivente in tutti i fedeli. È dunque sempre nella vita di comunione della Chiesa che il magistero esercita il suo fondamentale ministero di vigilanza». Il legame tra il sensus fidelium e il magistero si trova in maniera particolare nella liturgia. L’espressione spesso ripetuta da Papa Francesco sentire cum Ecclesia: sentire, provare e percepire in armonia con la Chiesa, ha bisogno di un’aggiunta: di tutti i tempi. Papa Benedetto XVI disse in Francia, che aveva inteso favorire la comunione e la pace nella liturgia, col motu proprio Summorum Pontificum. Se oggi si proibisce quanto fino a ieri era considerato sacro, chi assicura, che ciò che oggi insegna la Chiesa rimanga vero anche domani? Nella sacra liturgia è in gioco la fede, e «in materia di fede i battezzati non possono essere passivi […] così che il magistero deve prestare attenzione al sensus fidelium, che è la viva voce del popolo di Dio. I battezzati non solo hanno il diritto di essere ascoltati, ma le loro reazioni a ciò che viene proposto come appartenente alla fede degli apostoli devono essere considerate con la più grande attenzione, poiché è per mezzo della Chiesa intera che la fede apostolica è sostenuta nella potenza dello Spirito».

Padre Gabriele Amorth aveva sottolineato l’importanza dell’uso del rito degli esorcismi previsto dal Rituale romanum promulgato dopo il Concilio di Trento nel 1614.
Intervenendo a Radio Maria, il celebre esorcista aveva anche elogiato la possibilità di amministrare il battesimo con il vecchio rito, esprimendo apprezzamento per questa possibilità offerta da Papa Benedetto XVI. Perché?

Mi sembra che quelle riflessioni fossero legate specialmente all’uso della lingua latina nell’esorcismo e nel battesimo. I Padri conciliari non immaginavano che la lingua sacra della Chiesa occidentale sarebbe stata rimpiazzata dal vernacolo. L’istruzione della Santa Sede Liturgiam authenticam del 2001 ricorda che è necessario preservare il carattere sacro della lingua liturgica nella traduzione vernacola. Ma che dire, infine, a chi obbietta che la lingua latina non permette la comunicazione e la partecipazione alla liturgia? Che il latino, quale lingua ‘sacra’ ha una potenza comunicativa, in quanto è adoperata all’interno di un atto sacro; inoltre, le caratteristiche di eredità della tradizione, universalità e immutabilità – che sono parallele a quelle del nucleo della fede – la rendono particolarmente adatta alla liturgia, che tratta delle res sacrae aeternae: così, il latino risponde alla missione della Chiesa di Roma. Di qui l’efficacia degli antichi Rituali degli esorcismi e del battesimo. Potremmo parlare di un “potenziale sacro”, che con l’uso si è accumulato nel tempo, simile a quello insito nelle reliquie dei santi: chi le tocca, dice san Basilio, riceve la sostanza di santificazione che in esse si trova. Per capire questo bisogna avere la fede e sapere cos’è il sacro. Come è noto, le lingue volgari si evolvono, e questo non è senza conseguenze sul significato dei termini, che col mutare della lingua scivola verso altri. Bisogna interrogarsi seriamente, circa la disobbedienza verso il Concilio ecumenico Vaticano II, per aver abolito, di fatto e del tutto, il latino nella liturgia e nei sacramenti, fraintendendo il senso della “participatio actuosa” e riducendo al livello locale la portata cosmica della liturgia. Inoltre, rispetto a cinquant’anni fa, la situazione è molto più grave: “è in questione la fede” e “l’unità del rito romano” che la esprime (cfr SC 37-38).


Il motu proprio Summorum Pontificum viene universalmente considerato come uno dei principali atti di governo di Papa Benedetto XVI.
Abolire questo suo documento giuridico – che egli ha voluto promulgare con la volontà di servire l’unità della Chiesa – non rappresenterebbe una violenza morale contro un anziano così illustre e – almeno a parole – così stimato anche da tanti presuli e porporati?

Il motu proprio Summorum Pontificum sottintende il fatto che i soggetti del sensus fidei sono i membri della Chiesa che celebrano un «culto razionale» e che accettano il ruolo della ragione illuminata dalla fede nelle loro convinzioni e nelle loro pratiche. Nella Chiesa odierna, invece, c’è chi intende il culto divino un intrattenimento umano, a sfondo sociologico. Siamo davanti a un culto irrazionale. Ecco il dissenso sulla liturgia. Poi, prescindendo dalle inchieste che dimostrano il continuo inesorabile sviluppo della forma straordinaria del rito romano, non si deve dimenticare che nella storia della Chiesa spesso non è stata la maggioranza, ma piuttosto una minoranza a vivere autenticamente la fede a renderle testimonianza; si pensi ai movimenti francescano e domenicano, agli stessi gesuiti, cominciati come piccoli gruppi guardati con sospetto da taluni vescovi e teologi. Ricorda ancora il documento sul sensus fidei, «che l’esperienza della Chiesa dimostra come alle volte la verità della fede sia stata conservata non dagli sforzi dei teologi né dall’insegnamento della maggioranza dei vescovi, ma nel cuore dei credenti». Perciò tutti i fedeli «in modo proporzionato alla scienza e al prestigio di cui godono» hanno dunque «il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli». Occorre di conseguenza che i fedeli, e particolarmente i laici, siano trattati con rispetto e considerazione dai pastori della Chiesa, e che siano adeguatamente consultati in vista del bene della Chiesa. Dunque, giustamente, il Concilio Vaticano II ha posto in una nuova luce l’idea della Tradizione, secondo la quale tutti i battezzati sono provvisti di un sensus fidei e tale sensus fidei è una risorsa fra le più importanti per la nuova evangelizzazione. Il pericolo odierno è che la Messa, la spiritualità, diventino antropocentriche e finiscano per farci celebrare noi stessi, come è avvenuto tra i protestanti. La diffusione della forma straordinaria, come ogni vera riforma, è inarrestabile come il mare, è il segno della rinascita del sacro nei cuori. In questo Papa Benedetto XVI è stato preveggente. La “riforma della riforma” è la ripresa di quella brace che covava sotto le ceneri di una liturgia antropocentrica. E questo fa bene al Novus Ordo, lo arricchisce affinché torni ad essere teocentrico. È lo spirito della liturgia: stare davanti a Lui, centro del cosmo e della storia, come afferma San Giovanni Paolo II nella enciclica Redemptor hominis: questo si dovrebbe estendere alla Chiesa universale. Restituendo il sacro alla liturgia, si mette al centro la presenza di Cristo Signore, la sua regalità.

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