venerdì 21 luglio 2017

Attilio Mordini di Selva: un ricordo a oltre cinquant’anni dalla scomparsa


Dagli amici di  Cultura e Identità  (nuovo fascicolo 16\2017) un ricordo del pensatore Attilio Mordini.
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Oscar Sanguinetti

Sullo scrittore cattolico Attilio Mordini, barone di Selva, scomparso il 4 ottobre 1966, dunque poco più di cinquant’anni fa, i dati biografici non abbondano: i “buchi” nella sua memoria sono parecchi e ciò che resta è senz’altro insufficiente per soddisfare i requisiti minimali di una vera e propria biografia. Le numerose schede o i molteplici cenni in cui pure ci s’imbatte cercando di lui — persino quelli di personaggi che ebbero familiarità con lui quando era in vita, quale per esempio il medievista Franco Cardini — sostanzialmente riportano tutti le medesime scarne informazioni.

1. Qualche ragguaglio biografico

Di Mordini non si sa molto. Le scarne notizie ricavabili dai suoi editori e prefatori e quelle rilevabili dal web dicono che nacque a Firenze il 22 maggio 1923. Cattolico praticante, formatosi presso scuole di religiosi, allo scoppio del secondo conflitto mondiale, nonostante una leggera menomazione riportata all’età di quindici anni, che ne rendeva il passo incerto, nel 1940 si arruolò in un corpo militare fascista, la MVSN, Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Nel 1943, alla caduta del fascismo, con un manipolo di giovani fiorentini, nella prospettiva di combattere a fianco di altri cattolici europei nella crociata anti-bolscevica lanciata da Adolf Hitler (1889-1945) invadendo l’Unione Sovietica, si arruolò ancora volontario nel battaglione pionieri della IV Divisione Panzer della Wehrmacht c’è chi dice delle Waffen SS —, impiegata in Ucraina; qui riportò il congelamento di un piede e fu ricoverato in ospedale a Monaco di Baviera. Tornato forzatamente in Italia, si arruolò nella Guardia Nazionale Repubblicana della Repubblica Sociale Italiana, lo Stato fondato da Benito Mussolini (1883-1945) dopo l’8 settembre 1943 sotto l’egida dell’occupante germanico, dove gli fu assegnato il grado di capitano e il ruolo di addetto alla stampa. Dopo la resa germanica in Italia e la caduta del regime neo-mussoliniano fu catturato dagli americani e internato nel carcere di Belluno, dove stette dal 1° maggio al 23 luglio 1945. Liberato per intercessione di un vescovo, dovette rendersi latitante, perché nuovamente ricercato dalla polizia per i suoi trascorsi oltranzisti. Peregrinò fra Mestre, Napoli, Pompei e infine Roma, dove fu ospitato in una casa dei gesuiti. Qui divenne collaboratore dell’allora padre Alighiero Tondi S.J. (1908-1979), il quale nel 1952 lascerà l’ordine ignaziano e la Chiesa per passare nelle fila del Partito Comunista Italiano, finendo a insegnare ateismo nella Germania comunista: morirà comunque riconciliato con la Chiesa. A Roma s’iscrisse alla Pontificia Università Gregoriana retta dai gesuiti; nello stesso periodo entrò nel Terz’Ordine francescano con il nome di “fratello Alighiero”. All’indomani del conflitto, in epoca di epurazione anti-fascista, tornato a Firenze, nell’ottobre del 1946 fu denunciato da un delatore e incarcerato alle Murate dove, per il regime duro e per le percosse subite, contrasse la tubercolosi. La malattia non venne curata a dovere e Mordini ne portò sempre i dolorosi strascichi. Dopo la liberazione — un anno dopo — passò qualche tempo in sanatorio, dopodiché si iscrisse a Magistero a Firenze, dove si laureò con lode discutendo una tesi sul poeta tedesco Stefan George (1868-1933), uno dei maggiori ispiratori della “rivoluzione conservatrice”. Germanista di vaglia, nel 1955 andò a insegnare italiano all’Università di Kiel, nella Germania federale. Di qui tornò in patria e, dopo un breve periodo d’insegnamento all’Istituto Orientale di Venezia, si ristabilì nella sua Firenze, dando avvio, pur in condizioni di salute cronicamente avverse, a una intensa attività di animatore intellettuale — riuniva i suoi amici e discepoli in un cenacolo culturale in via della Pergola e nel suo studio in via San Gallo —, di giornalista e di scrittore, che terminerà solo con la sua precoce e santa morte, avvenuta il 4 ottobre 1966, giorno di san Francesco, un mese esatto prima della grande alluvione dell’Arno che sommerse la città di Dante Alighieri (1265-1321) e di Niccolò Machiavelli (1469-1527).
Mordini fu uomo dalla sanguigna tempra toscana, portato alla polemica e non alieno, a quanto riferisce chi gli fu vicino, da un uso frequente del turpiloquio — quanto meno ad terrefaciendi causam, come precisava la vecchia teologia morale. Forte fu lo scontro che ebbe con il sindaco democristiano di Firenze, on. Giorgio La Pira (1904-1977), ora candidato alla beatificazione, dallo stile cristiano alquanto “originale” e dalle eclatanti iniziative pacifistiche. Si confrontò polemicamente anche con personaggi di punta del trionfante progressismo cattolico della sua città, autentica incubatrice del “cattolicesimo democratico” più sbilanciato “a sinistra”, come lo scolopio Ernesto Balducci (1922-1992): sia di quest’ultimo, sia di La Pira fu tuttavia estimatore e amico.

2. Un cenno alle idee

Mordini fu un pensatore cattolico profondo e di rango. Assecondando la sua ispirazione spirituale di fondo, quella francescana — che, come detto, lo porterà a entrare nel Terz’Ordine —, sarà intenso cultore delle opere del santo assisano, cui affiancherà una conoscenza non comune della storia delle religioni e della filosofia e teologia di san Tommaso d’Aquino (1225-1274), nonché dei maggiori pensatori legati alla lettura tomistica della realtà e della fede. Il conservatorismo religioso e il forte anti-comunismo, che avevano in lui radici profonde e si leggevano in trasparenza anche nelle sue scelte giovanili, fatalmente lo portò a polemizzare con i gruppi di cattolici progressisti che, come accennato, erano particolarmente numerosi e bellicosi nella Firenze dei primi anni 1960, soprattutto durante e dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965). Mordini diverrà allora in certa misura l’intellettuale “di punta” dei circoli cattolici anti-progressisti, tradizionalisti, legittimisti — fu uno dei primi devoti alla memoria del futuro beato Carlo d’Austria (1887-1922) —, che vivacizzavano anch’essi la vita della comunità cattolica e, in generale, la cultura e la politica fiorentine. Sotto il suo influsso si formeranno giovani destinati a diventare negli anni successivi alla sua morte esponenti di rilievo della cultura di destra, fiorentina e non.
La sua posizione rigorosamente cattolica e la ricchezza e la qualità dei riferimenti religiosi, filosofici, storici e politici che la sostanziavano lo resero immune — e in tesi resero immune il suo entourage — dalle suggestioni dei “cattivi maestri” del progressismo cattolico, morti alla speranza teologale, ma lo salvarono anche dall’attrattiva delle “false luci”, testimonianza di un crepuscolo in atto, di quel falso tradizionalismo “pagano” allora in ascesa negli ambienti della destra italiana, particolarmente fra i giovani e gl’intellettuali della minoranza conservatrice che allignava all’interno del mondo missino, dove allora erano dottrina ufficiale il mazzinianesimo e il gentilismo, già ispiratori del fascismo.
Studioso di morfologia e storia delle religioni, grande conoscitore della cultura tedesca classica e contemporanea, linguista di valore, pensatore di impronta tomistica, attento alla storia e alla filosofia della storia, nei suoi libri offre un insieme di teorie e di spunti dottrinali in grado di comporre una critica seria e serrata della modernità in tutta la gamma della sua fenomenologia, dall’arte alla letteratura, dal pensiero alla sfera economica. Sferzante sarà quindi il suo giudizio sulle forme radicali che la modernità novecentesca assume nel secondo dopoguerra, sia in ambito secolare, sia nella cultura religiosa. Il suo sarà un tradizionalismo d’intonazione platonizzante, che, sulla scorta delle intuizioni della “patristica” contro-rivoluzionaria sette-ottocentesca, incarnata da Edmund Burke (1729-1797), Joseph de Maistre (1753-1821), Louis-Gabriel-Ambroise de Bonald (1754-1840), Juan Donoso Cortés (1809-1853) — ma anche da autori romantici —, privilegia la rivelazione primordiale, unica e normativa per tutti i popoli e per tutti i tempi e che trova fecondo sviluppo e definitivo compimento nella revelatio secunda, ossia nella vita e nell’insegnamento del Verbo Incarnato, così come ce li presentano il Vangelo e la Tradizione.

3. Le opere

Mordini non è stato un pensatore solitario, ma un intellettuale pienamente inserito nel dibattito culturale e politico della sua età. Collaborerà con i migliori ambienti della destra culturale italiana e scriverà su numerose testate d’indirizzo cattolico-conservatore, fra le quali la rivista fiorentina L’Ultima, fondata da Giovanni Papini (1881-1956); L’Alfiere di Napoli, diretta da Silvio Vitale (1928-2005); Il Ghibellino di Messina, e poi di Palermo, di Giovanni Allegra (1935-1989); Carattere. Rivista di fatti e di idee di Verona, fondata da Primo Siena; Adveniat Regnum di Roma, promossa da Fausto Belfiori; Kairós, diretta da Mathias Vereno ed edita dai benedettini di Salisburgo; e Antaios, di Ernst Jünger (1895-1998) e Mircea Eliade (1907-1986), pubblicata a Stoccarda.
Fra le sue opere principali si possono menzionare: Il segno della carne (scritto con lo pseudonimo di Ermanno Landi), La Fronda, Firenze 1956; Il Tempio del Cristianesimo, CET. Centro Editoriale Torinese-Dell’Albero, Torino 1963 (poi Settecolori, Roma 1979; quindi il Cerchio, Rimini 2006); Dal Mito al materialismo, Il Campo Editore, Firenze 1966; Verità del linguaggio, Volpe, Roma 1974; Il Mito primordiale del Cristianesimo quale fonte perenne di metafisica, Scheiwiller, Milano 1976; Il mistero dello Yeti alla luce della tradizione biblica, Il Falco, Milano 1977; Francesco e Maria, Cantagalli, Firenze 1986; e Verità della Cultura, Il Cerchio, Rimini 1995.
Per la sua morte precoce, il pensiero di Mordini non avrà l’opportunità di completarsi e di sistematizzarsi. E, direi anche, di depurarsi da non poche scorie: diversi sarebbero infatti i rilievi che da una prospettiva cattolica integrale e contro-rivoluzionaria odierna si potrebbero fare alle sue idee, in primis alle sbavature rappresentate dalla sua troppo indulgente lettura del fascismo italiano e del Terzo Reich, nonché dalla presenza nei suoi scritti, come del resto in buona parte degli autori di destra italiani, cattolici e non, di quell’epoca, di un certa patina di Spätromantizismus, di tardo romanticismo, o “decadentismo”, probabilmente mutuato dall’amato germanesimo, che si rifletterà nella sua simpatia per la lotta “eroica” e individualistica e per il culto del beau geste, ossia per una testimonianza senz’altro lodevole, ma elitaria e intellettualistica e, in ultima analisi, scarsamente efficace. Idem dicasi per le troppo frequenti scorrerie in altri ambiti culturali e religiosi alla ricerca di origini comuni e di sinergie che talora rischiano di contaminare di sincretismo le sue conclusioni.

4. Una parentesi autobiografica

Mi sia consentita, solo per arricchire il profilo di Mordini, una breve rievocazione sul filo della memoria personale. Di formazione prima liberale e anti-comunista, spostatomi poi — durante il liceo a Milano, grazie al lavaggio del cervello svolto con acribia un insegnante di lettere azionista, fondatore del Partito Radicale — verso prospettive nazional-conservatrici “laiche”, sebbene alquanto vaghe, che allora trovavano un certo spazio nella galassia missina: intorno ai vent’anni ignoravo del tutto l’esistenza di Mordini. Avvertivo tuttavia da tempo la mancanza di una lettura meno rapsodica — o almeno estesa come quella delle ideologie che combattevo — del reale e della storia — un reale e una storia in rapido cambiamento in quel frangente —, che affliggeva fatalmente la cultura anti-comunista di allora, alla fine degli anni 1960, inficiata da nostalgismo neo-fascista e da residui di risorgimentalismo neo-idealistico, più o meno “sociale”. Qualche idea non banale riuscivo a rinvenire solo in autori attivi principalmente in ambito giornalistico piuttosto che ideologico, come Piero Buscaroli (1930-2016) — nella sua fase “nazionale”, quella migliore, e non ancora quella volutamente e caparbiamente “neo-fascista” — e alcuni altri scrittori dell’entourage del longanesiano il Borghese. Una prima tentazione nella mia ricerca di un approdo fu per me la lettura di qualche pagina — non molte per la verità —, di Julius Evola (1898-1974), principalmente Rivolta contro il mondo moderno, sebbene non leggessi mai René Guénon (1886-1951), un altro tradizionalista acattolico, forse il più ammaliante, almeno per alcuni. Però c’era qualcosa nel rifiuto del mondo moderno di questo neo-paganesimo dai risvolti esoterici, che vedevo trasformarsi nel rifiuto di elementi buoni e benefici della tradizione dell’Occidente, in primo luogo del cattolicesimo, in realtà l’ultimo e decisivo “involucro” e baluardo della tradizione religiosa primordiale più genuina: sembrava quasi che il barone siciliano e i suoi sodali buttassero via il classico bimbo, Gesù Cristo, con l’altrettanto classica acqua sporca del bagnetto, la modernità.
Così, quando un caro amico, che animava allora le riunioni di ciò che restava del Fronte Universitario di Azione Nazionale (FUAN), l’organizzazione universitaria missina che frequentavo e — che era stata espulsa dell’Università statale di Milano, dalla “prodigiosa ascesa” del Movimento Studentesco e degli altri gruppuscoli rivoluzionari filo-maoisti iniziata nel 1968 — nel 1971 mi suggerì la lettura de Il tempio del cristianesimo. Per una retorica della storia di Mordini, trovai finalmente quello che mi pareva il lido sicuro cui approdare.
Ricordo che divorai avidamente quelle pagine durante le vacanze estive. Fu per me una grande scoperta e una iniezione di tonico di rara efficacia cogliere per la prima volta che esisteva un fil rouge che legava le vicende della nascita e della progressiva agonia della civiltà cristiana occidentale, marcata dalla Rivoluzione francese e dal Risorgimento, e forniva, senza strappi con la fede, nitide ragioni per comprendere la condizione via via più liminale del conservatorismo anti-comunista in quel periodo buio della politica italiana marcata dalla travolgente ascesa del vetero- e del neo-comunismo e dalla endemica corruzione intellettuale di stampo nichilistico, che in quell’epoca post-sessantottina si diffondeva osmoticamente nella cultura e nella politica italiane. In altre parole, Mordini offriva — accanto alla calda rivalutazione del Medioevo cristiano e alla riproposta di modelli d’impegno religioso e umano, emblematizzati dalla figura del cavaliere e dell’ultimo imperatore cristiano —, una filosofia e una teologia della storia. Una lettura senz’altro, con il classico “senno di poi”, largamente imperfetta e non priva di possibili derive pericolose, tuttavia reale, esplicativa e genuinamente cattolica.
Visto il temperamento intellettuale e la passione politica che fin da allora mi contrassegnavano, fu giocoforza che questa chiave di lettura finalmente conquistata si ribaltasse in una opzione favorevole al tradizionalismo cattolico, inducendomi a saltare salutarmente a piè pari le lusinghe dello schematismo delle ideologie progressiste e le troppo facili e pericolose ricette esistenziali evoliane e neo-pagane. Una deriva che non si limitò alla sfera intellettuale, ma che generò in me un rinnovato interesse — anche se qualcosa, a contatto con amici credenti, aveva già cominciato a muoversi —, non solo per la Weltanschauung cattolica, ma anche per la pratica religiosa che avevo conservato solo in maniera sporadica dai circa diciannove anni e che poi, a misura del procedere della mia intossicazione da “cibi intellettuali avariati”, anche abbandonato e criticato. Devo quindi anche a Mordini se, nella vigilia del Natale del 1971, tornai ad accostarmi al confessionale.
Di lì partì un percorso di crescita spirituale, non sempre facile ma costante, scandito e “oliato” da una sempre più intensa e regolare vita liturgica come quella che si viveva nei ranghi di Alleanza Cattolica, l’associazione di apostolato civico e sociale fondata da Giovanni Cantoni cui optai di appartenere. Una crescita potentemente propulsa e stabilizzata dagli esercizi ignaziani, che feci per la prima volta nell’estate del 1975, proprio nella mordiniana Firenze e, se non ricordo male, anche a fianco di qualcuno che ebbe familiarità con il nostro.
Il mio interesse per Mordini non si limitò all’opera che ho citato come “chiave”, ma si dilatò subito, sì da spingermi a cercare di approvvigionarmi di tutto quanto fino ad allora era apparso di suo, non solo il volume Dal mito al materialismo, ma anche i suoi articoli di rivista, che acquistai pressoché tutti, ottenendoli in fotocopia dal Centro Studi Attilio Mordini di Roma —, un circolo di cultori dello scrittore fiorentino, legato alla galassia del mondo monarchico giovanile, e che lessi con estrema soddisfazione.
Poi, quasi accidentalmente, in contemporanea con la scoperta di Mordini — pochi mesi dopo —, venne l’incontro prima con Agostino Sanfratello e poi, quando il primo partì per il seminario, con Giovanni Cantoni, ossia, in quel tempo, con i rifondatori in Italia del tradizionalismo cattolico meno romantico e più “scientifico”, che mi portò in breve tempo ad accostare altri autori e letture più compiutaente critiche del fenomeno della modernità e della Rivoluzione, mi evidenziò i limiti delle teorie mordiniane, fece sbiadire alquanto il fascino del suo attraente immaginario e mi chiamò all’impegno organizzato per combattere con efficacia il processo rivoluzionario, che allora sotto forma di comunismo e di nichilismo dava il tono e segnava le sorti del mondo in cui la Provvidenza aveva deciso dovesse snodarsi la mia esistenza.

5. Conclusioni

In definitiva — ma tanto altro si potrebbe aggiungere, che il sottoscritto non conosce e che troppi suoi amici e discepoli hanno omesso di raccontare —, Mordini è stato un pensatore di rango, che ha inaugurato una prospettiva di rilievo nella cultura cattolica di destra e ha segnato anche una svolta per molti della mia generazione e anche per il mio modesto personale Bildungsroman. Ciononostante, anche se le sue pagine sono affascinanti, Mordini è un autore che è bello leggere, ma che, senza meno, va “superato” e va superato proprio “a destra”. L’utilità, odierna e perenne, di una sua lettura tuttavia sta, a mio avviso in buona misura nel propiziare la “transizione”, sempre comunque nel quadro di una opzione lato sensu “di destra”, da prospettive tradizionalistiche neo-pagane o semplicemente reattive, al più maturo conservatorismo cattolico contro-rivoluzionario del Novecento e del Terzo Millennio. Egli può altresì essere di aiuto nella più generale “battaglia delle idee” contro i dogmi e i paradigmi della modernità, quelle prospettive immanentistiche, anche in conflitto fra loro, che implacabilmente semina la cultura scolastica superiore.
Possiamo dire che il suo insegnamento, se recepito, “sposta a destra” nella misura in cui incarna un’opzione religiosa corretta; assume l’Incarnazione e la Croce come il punto centrale e il cardine su cui ruota l’intera vicenda umana, passata e futura; legge la storia contemporanea come crisi e decadimento; demitizza il Risorgimento — il vero spartiacque fra destra e sinistra in Italia —; propone come terminus a quo di ogni paradigma antagonista della modernità la cristianità medievale e come fine ultimo di ogni militia christiana, laicale e non, la restaurazione integrale del Sacro Romano Impero, ancorché nelle forme storiche che la Provvidenza vorrà che essa assuma in quel tempo.
Anche la sua non facile e non lunga vita, sebbene le sue opzioni concrete siano oggi improponibili — e anche al suo tempo non poco discutibili —, è testimonianza di un desiderio d’impegnare la propria esistenza al servizio dell’ideale cristiano e può essere un valido sussidio per stimolare i giovani a una vita cristiana da contemplativus in actione.


Non solo non è ozioso, ma mi pare anzi doveroso, dunque, ricordarlo a poco più di mezzo secolo dal suo ritorno al Padre, il vero “ritorno ad Ascesi”, il nome originario di Assisi, di cui parlava francescanamente in uno dei suoi articoli più belli.

3 commenti:

  1. Mordini, un gigante cattolico purtroppo quasi sconosciuto. "Il TEMPIO DEL CRISTIANESIMO" è un vero gioiello. Chi ha avuto o avrà la fortuna di leggerlo, anzi di meditarlo, ha potuto o potrà rendersi conto del disastro in cui è piombata la Chiesa cattolica da sessant'anni a questa parte.

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  2. Grazie per il contributo. Devo approfondire meglio Mordini, ho letto solo qualcosa in superficie.

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