martedì 22 marzo 2016

Importante intervista a Mons. Fellay

4 marzo 2016, Menzingen (Svizzera)
A che punto sono i rapporti della Fraternità San Pio X con Roma?
Da qualche settimana, diverse voci circolano sulla stampa a proposito di un eventuale riconoscimento canonico della Fraternità San Pio X da parte di Roma. Piuttosto che aggiungere commenti a queste voci, DICI ha preferito interpellare il Superiore generale della Fraternità, Mons. Bernard Fellay, per chiedergli di fare il punto sulle seguenti questioni:
  •  I rapporti della Fraternità San Pio X con Roma
  • Le nuove proposte romane
  • “Essere accettati così come siamo”
  • Il Papa e la Fraternità San Pio X
  • La giurisdizione accordata ai sacerdoti della Fraternità San Pio X
  • Le visite dei prelati inviati da Roma
  • Lo stato attuale della Chiesa
  • Cosa chiedere alla Santa Vergine?

1 - I rapporti della Fraternità San Pio X con Roma dall'anno 2000

I rapporti con Roma - in effetti - sono costanti, ma il termine non è proprio quello giusto…nel senso che non sono mai stati interrotti, soprattutto non sono mai stati rotti, anche se con frequenza variabile, un'intensità anche variabile… Si può dire che, dall'anno 2000, ci sono dei contatti con Roma. È Roma che ha chiesto questi contatti, con l'intenzione di arrivare a regolarizzare la situazione della Fraternità. Ci sono stati degli alti e dei bassi, come ho detto, ma a partire dal cardinal Castrillon Hoyos, nell'anno 2000, questi contatti - per un certo tempo - sono stati abbastanza sostenuti. Dopo che si sono bene stabiliti i nostri famosi preliminari, c'è stato un tempo… non voglio dire sospeso, ma quasi. Nel 2005 c'è stato un contatto. E dopo il 2009, cioè al momento del ritiro (quello che noi chiamiamo il ritiro delle scomuniche, diciamo: la correzione di questo decreto di scomunica), ci sono state delle relazioni più continue, soprattutto con le discussioni dottrinali, che erano richieste da entrambe le parti, e che sono durate circa due anni. In seguito c'è stata di nuovo, si potrebbe dire, una nuova fase, questa volta riguardo ad una proposta di soluzione che era duplice: c'era una dichiarazione dottrinale e c'era una soluzione canonica. Questo è durato più o meno un anno e non è stato portato a termine.
In seguito, durante due anni, queste relazioni sono state più distanziate, per ricominciare - penso che lo si possa dire - con il ritorno di Mons. Pozzo all’Ecclesia Dei. Sotto Mons. Di Noia ci sono stati dei contatti, è vero, ma sotto Mons. Pozzo c'è stata una nuova fase, anche questa volta duplice. Da una parte, delle discussioni che sono riprese, discussioni dottrinali, in una forma più morbida, dunque per nulla ufficiale, ma più che ufficiosa, visto che sono dei vescovi che sono stati mandati da Roma. Queste discussioni continuano. Penso che questo ne valga la pena. Nello stesso tempo, ad un altro livello, un po' in parallelo, c'è stata, dallo scorso luglio, una nuova proposta, un invito a riflettere per vedere come avremmo potuto arrivare ad una regolarizzazione canonica. E anche là, queste discussioni, queste riflessioni fanno la loro strada. Non c'è precipitazione, questo è certo. Si va veramente avanti? Penso di sì. Penso di sì, ma certamente molto lentamente.

2 - Le nuove proposte romane studiate dai superiori maggiori della Fraternità San Pio X

Abbiamo voluto coinvolgere un gran numero di confratelli, tra cui per primi, i superiori, nella riflessione sulle nuove proposte romane. Penso che sia importante. Abbiamo imparato alcune lezioni dall'anno 2012 che aveva causato delle frizioni all'interno della Fraternità. Penso che una delle ragioni sia stata una mancanza di comunicazione. Era un periodo un po' difficile. Dunque questa volta abbiamo scelto un altro cammino per abbordare queste questioni che richiedono molta riflessione.
Quando si guarda la situazione di Roma, della Chiesa, chiaramente non ci si sente spinti a fare qualcosa. L'invito di Roma arriva in modo comprensibile dal momento che noi costituiamo un problema per la Chiesa. Quando si vedono tutti gli sforzi in favore dell'ecumenismo - Dio solo sa per quale unità! - e quando si vede come siamo trattati all'interno della Chiesa, è evidente che noi costituiamo un problema. Siamo una grossa spina in tutto il sistema ecumenico attuale. Già solo questo potrebbe spiegare (il tentativo romano). Penso che non ci sia solo questo, ma, in ogni caso - senza considerare direttamente quali siano i motivi - esiste una mossa di Roma che cerca di risolvere questo problema.
D'altra parte, constatiamo la situazione drammatica della Chiesa, nella quale non c'è veramente granché che ci inviti ad andare avanti. Dunque è necessaria una riflessione approfondita e questo non si fa da soli. C'è bisogno di molti occhi per osservare bene, riflettere su tutti i dettagli di queste questioni. Per questo abbiamo voluto chiedere a tutti i superiori le loro riflessioni su tale materia.

3 - “Essere accettati così come siamo” senza ambiguità né compromessi

Bisogna assolutamente evitare ogni compromesso, ‘compromesso’ in due sensi. Nel senso del compromesso, dove ciascuno cede qualcosa per garantirsi un'altra cosa. È quello che, dall'inizio, avevo detto a Roma: ‘non voglio ambiguità. Se volete arrivare al consenso su un testo che ciascuna parte comprenda in modo diverso, vuol dire che sarà un caos dopo poco tempo’. Quindi ciò è assolutamente da evitare. È quasi ovvio, in partenza che, nella situazione attuale, viste le divergenze, il testo avrà questa tendenza all'ambiguità. E noi non lo vogliamo.
Evidentemente ciò ci rende rigidi, se si può dire. In ogni caso abbastanza rigidi e ciò rende la cosa più difficile, ma per noi non c'è soluzione facile. Si può dire: ‘sì, in teoria ce la soluzione della verità, ma è necessario che la verità sia piena e intera’.
È stato il primo approccio che ho voluto avere con Roma. Già dal primo testo dissi: ‘è ambiguo, non funzionerà, non lo vogliamo!’ Era il primo testo, nel 2011. Questa volta, mi sembra che sia molto meglio. C'è veramente un grande progresso da quel lato nei confronti dell'ambiguità precedente. Ciò non significa che tutta l'ambiguità sia stata tolta…
A parte la questione della chiarezza del testo, c'è un'altra questione molto più profonda, molto più importante, ed è questa: quale ampiezza, quale libertà ci sarebbe data o ci sarà data in caso di una regolarizzazione? A questo proposito, sono partito da una frase e dall'esigenza pratica di Mons. Lefèbvre che la considerava come una conditio sine qua non per una regolarizzazione, cioè sapere precisamente che noi siamo accettati tali quali siamo.
Per questo ho tenuto a dir loro (a Roma): ‘se ci volete, noi siamo così, bisogna che ci conosciate, perché non ci diciate in seguito che vi abbiamo nascosto qualcosa. Siamo così ed è così che noi resteremo’. Resteremo come siamo, perché? Non è una volontà propria, e non è che pensiamo di essere i migliori: è la Chiesa che ha insegnato queste cose, che ha preteso queste cose; non c'è solamente la fede, c'è anche tutta una disciplina che è in perfetto accordo con la fede ed è questo che ha fatto il tesoro della Chiesa, che ha fatto i santi in passato, e tutto ciò noi non lo rinnegheremo mai. Ho insistito molto con Roma per dire, dando anche degli esempi concreti: ‘ecco ciò che siamo, ecco ciò che pensiamo’ e se Roma pensa che queste idee, che questo atteggiamento debbano essere rettificate, debbano essere cambiate, allora bisogna che ce lo dicano subito. Precisando che, in tal caso, noi non andremo più avanti.

4 - Il Papa e la Fraternità San Pio X: una benevolenza paradossale

Bisogna qui utilizzare il termine "paradossale", il paradosso di una volontà di andare avanti verso un qualche "Vaticano III”, nel senso peggiore che si potrebbe dare a questa espressione, e, dall'altra parte, la volontà di dire alla Fraternità: ‘siete i benvenuti’. È veramente un paradosso, quasi una volontà di unire gli opposti. Io non credo che sia per ecumenismo. Alcuni potrebbero pensarlo. Perché non penso che sia per ecumenismo? Perché basta guardare l'attitudine generale dei vescovi su questa materia dell’ecumenismo, hanno le braccia spalancate per tutti, tranne che per noi! Molto spesso ci è stato spiegato perché siamo ostracizzati, dicendo: ‘non vi si tratta come gli altri perché voi pretendete di essere cattolici. Ora, con ciò create una confusione tra noi, quindi non ne vogliamo sapere’. Abbiamo sentito diverse volte questa spiegazione che esclude l’ecumenismo. Allora, se questa disposizione che consiste nel dire: ‘accettiamo tutti in casa’ non vale per noi, chi rimane? Penso che rimanga il Papa.
Se già Benedetto XVI e ora Papa Francesco non avessero uno sguardo particolare sulla Fraternità, diverso da questa prospettiva ecumenica di cui ho parlato, penso che non ci sarebbe niente. Anzi, penso piuttosto che saremmo già di nuovo sotto i colpi delle pene, delle censure, della scomunica, della dichiarazione di scisma, che manifesterebbero chiaramente la volontà di eliminare un gruppo che dà fastidio. Allora perché Benedetto XVI, perché adesso Papa Francesco sono così benevoli verso la Fraternità? Penso che l'uno e l'altro non abbiano necessariamente la stessa prospettiva. Per quanto riguarda Benedetto XVI, credo che ciò derivasse dal suo lato conservatore, il suo amore per la liturgia antica, il suo rispetto per la disciplina anteriore nella Chiesa. Ho potuto constatare che molti, dico molti sacerdoti, e anche gruppi che avevano problemi con i modernisti nella Chiesa, e che avevano fatto ricorso a lui quando era ancora cardinale, hanno trovato in lui - dapprima come cardinale, in seguito come Papa - uno sguardo benevolo, una volontà di protezione, di aiutarli almeno quanto potesse.
Con Papa Francesco non si vede questo attaccamento né alla liturgia, né alla disciplina antica, si potrebbe anche dire che è proprio il contrario, manifestato tramite molte affermazioni contrarie, ed è questo che rende ancora più difficile, più complicata la comprensione di tale benevolenza. Penso che ci siano almeno diverse spiegazioni possibili, ma confesso di non avere l'ultima parola in questione. Una delle spiegazioni è lo sguardo di Papa Francesco su tutto ciò che è messo ai margini, ciò che chiama le "periferie esistenziali”. Non mi stupirebbe che ci considerasse come una di queste periferie alle quali dona palesemente la sua preferenza. E in quella prospettiva, usa l'espressione “compiere un percorso" con la gente in periferia, sperando che si arriverà a migliorare le cose. Dunque non è una volontà ferma di risolvere subito: un percorso va dove va… ma, alla fine, è abbastanza calmo, tranquillo, senza troppo sapere ciò che potrà risultare. Probabilmente, è questa una delle ragioni più profonde.
Un'altra spioegazione potrebbe provenire dal fatto che Papa Francesco pronuncia un'accusa abbastanza costante contro la Chiesa costituita, la parola inglese è establishment - si dice a volte anche da noi - Un rimprovero fatto alla Chiesa di essere autocompiaciuta, compiaciuta di se stessa, una Chiesa che non cerca più la pecora smarrita, quella che è nelle difficoltà, a tutti livelli, che sia per la povertà, o anche per un dolore fisico… Si vede con Papa Francesco che questa preoccupazione non è solamente, malgrado le apparenze, una preoccupazione materiale… Si vede bene che per lui, quando dice ‘povertà’, include anche la povertà spirituale, la povertà delle anime che sono nel peccato, dal quale bisognerà che escano, che bisognerà ricondurre a Dio. Anche se ciò non è sempre espresso in maniera chiara, si trovano un certo numero di espressioni che lo indicano. E in quella prospettiva egli vede nella Fraternità una società molto attiva - soprattutto quando la si paragona alla situazione dell’establishment -, molto attiva vuol dire che cerca, che va a cercare le anime, che ha questa preoccupazione del bene spirituale delle anime e che è pronta a rimboccarsi le maniche per questo compito.
Egli conosce Mons. Lefèbvre, ha letto due volte la biografia scritta da Mons Tissier de Mallerais, e questo mostra, senza alcun dubbio un interesse; penso che gli sia piaciuta. La stessa cosa si può dire riguardo ai contatti che ha potuto avere in Argentina con i nostri confratelli, nei quali ha visto spontaneità e anche franchezza, perché non gli è stato assolutamente nascosto niente. Certo, si cercava di ottenere qualche cosa per l'Argentina dove eravamo in difficoltà con lo Stato per quanto riguarda i permessi di soggiorno, ma non si è nascosto niente, non si è cercato di tergiversare, e penso che ciò gli piaccia. Può darsi che sia questo lato umano della Fraternità che lo attira, si vede che il Papa è molto umano, dà molto peso a queste cose, e questo potrebbe spiegare una certa benevolenza nei nostri confronti. Ancora una volta non ho l'ultima parola su questa questione e certamente dietro a tutto ciò c'è la Divina Provvidenza. La Divina Provvidenza che opera per mettere dei buoni pensieri in un Papa che, su molti punti, ci spaventa enormemente, e non solamente noi; si può dire che tutti quelli che sono più o meno conservatori nella chiesa sono sbigottiti da ciò che succede, da ciò che dice e, malgrado ciò, la Divina Provvidenza si adopera per farci passare attraverso questi scogli in un modo molto sorprendente. Molto sorprendente, perché è chiaro che Papa Francesco vuole lasciarci vivere e sopravvivere. Ha perfino detto, a chi lo vuole sentire, che non farebbe mai del male alla Fraternità. Ha anche detto che noi siamo cattolici. Ha rifiutato di condannarci per scisma, dicendo: ‘non sono scismatici, sono cattolici’, anche se dopo ha usato un termine un po' enigmatico, cioè che noi siamo in cammino verso la piena comunione. Questo termine ‘piena comunione’... sarebbe proprio bello una volta avere una definizione chiara, perché si vede che non corrisponde a niente di preciso. È un sentimento… è un non si sa troppo bene cosa. Anche molto recentemente, in un'intervista a Mons. Pozzo a nostro riguardo, egli riprende una citazione che attribuisce al Papa stesso - si può dunque prenderla come una posizione ufficiale - che ha confermato all’Ecclesia Dei che noi siamo cattolici in cammino verso la piena comunione. Mons. Pozzo precisa come questa piena comunione si può realizzare: con l'accettazione della forma canonica, che è una cosa abbastanza sconvolgente, una forma canonica risolverebbe tutti i problemi di comunione!
Un po' più avanti, nella stessa intervista, dirà che questa piena comunione consiste nell'accettare i grandi principi cattolici, cioè i tre livelli di unità nella Chiesa, che sono la fede, i sacramenti e il governo. E parlando della fede, egli parla qui piuttosto del magistero. Ma noi non abbiamo mai messo in discussione alcuno di questi tre elementi. E dunque non abbiamo mai messo in discussione la nostra piena comunione, ma l'aggettivo "piena” lo spazziamo via, dicendo semplicemente: "siamo in comunione secondo il termine classico utilizzato nella Chiesa; siamo cattolici; se siamo cattolici siamo in comunione, perché la rottura della comunione e precisamente lo scisma".

5 - La giurisdizione accordata ai sacerdoti della Fraternità San Pio X: conseguenze canoniche

Se si guarda il diritto della Chiesa, non ci può essere un soggetto di un potere ordinario di giurisdizione nella Chiesa se non chi è perfettamente in regola, quindi che non è colpito da alcuna censura. Roma ha sempre detto e ritenuto che i nostri sacerdoti sono sotto la censura della sospensione, perché non sono incardinati. Noi affermiamo che i nostri sacerdoti sono incardinati nella Fraternità che è stata ingiustamente o invalidamente soppressa all'epoca dal non rispetto delle leggi della Chiesa, ma comunque Roma ha considerato e considera ancora oggi che ci sarebbe una sospensione per i nostri sacerdoti. La sospensione cosa vuol dire? È precisamente la proibizione per il sacerdote di esercitare il suo ministero, sia che si tratti della Messa, sia che si tratti degli altri sacramenti, tra cui la confessione. E dunque accordare una giurisdizione ordinaria per confessare, non in modo eccezionale, come sarebbe per esempio il caso di un pericolo di morte. La Chiesa, in effetti, prevede questo caso: se qualcuno è in pericolo di morte, se sta morendo sulla strada, qualunque prete, poco importa il suo stato, anche scomunicato, anche un ortodosso che non è nemmeno cattolico, ma che è validamente prete, può in quel momento non solo validamente, ma lecitamente, ascoltare questa confessione e dare l’assoluzione. Questi sono dei casi eccezionali. Non è un potere ordinario. Qui noi parliamo di un potere ordinario. Per poter beneficiare ed esercitare un potere ordinario di giurisdizione bisogna, ancora una volta, essere liberi da ogni censura. Dal momento che il Papa dichiara che ci dà un potere ordinario, implica di per sé la cancellazione, la soppressione della censura. È il solo modo di comprendere secondo il diritto - non solamente secondo la lettera di tale o tal altro canone, ma secondo lo spirito del diritto della Chiesa - questa disposizione.

6 - Le visite dei prelati inviati da Roma: delle questioni dottrinali aperte?

Queste visite sono state molto interessanti. Chiaramente da un certo numero dei nsotri sono state percepite con una certa diffidenza: ‘che vengono a fare da noi questi vescovi?’ Questo non era il mio punto di vista. L'invito è venuto da Roma, forse a seguito di un'idea che avevo dato loro, e che era questa: ‘voi non ci conoscete; noi discutiamo qui in ufficio a Roma, venite a vedere sul posto; non ci conoscerete veramente se non ci vedrete’. Non è una dichiarazione - che faccia o no rumore su Internet - né un comunicato che ci possono far conoscere così come siamo; perché, la maggior parte delle volte, in questi comunicati siamo obbligati a prendere posizioni e perfino, eventualmente, di condannare l'una o l'altra frase o tale atto accaduto nella Chiesa di oggi, ma la nostra vita di cattolici non si esaurisce lì. E si potrebbe anche dire che l'essenziale e altrove. L'essenziale è nella volontà di vivere il nostro cattolicesimo seguendo i comandamenti di Dio, lavorando per santificarci, evitando il peccato, per vivere secondo tutta la disciplina della Chiesa. Le nostre scuole, i nostri seminari, i nostri sacerdoti, la nostra vita sacerdotale, tutto questo forma un insieme che è la realtà, la vera realtà della nostra Fraternità.
Dunque ho molto insistito, ho detto più volte: ‘venite dunque a trovarci’. Non hanno mai voluto. Poi, tutto d'un tratto, c'è stata questa proposta di inviare dei vescovi per incontrarci. Quale che fosse l'intenzione originaria che ha avuto Roma, da parte mia l'ho considerata una buona idea. Perché? Perché così, effettivamente, ci vedranno così come siamo. È stata proprio la parola d'ordine che ho dato ovunque venissero: ‘noi non cambieremo niente, noi non cercheremo di abbellire le cose, noi siamo come siamo e che ci vedano così!’ E, di fatto, un cardinale, un arcivescovo e due vescovi sono venuti a vederci, a visitarci, in circostanze differenti, nei seminari, anche in un priorato. Le prime impressioni, i commenti fatti durante queste discussioni, durante questi incontri e dopo, sono molto interessante e penso che confermino che ho avuto ragione di sostenere questo invito romano.
La prima cosa che ci hanno detto, tutti (era una parola d'ordine o un loro sentimento particolare? Non lo so, ma è un fatto), tutti hanno detto: "queste discussioni si svolgono tra cattolici; questo non ha niente a che vedere con delle discussioni ecumeniche; siamo tra cattolici". Quindi, dall'inizio, si spazzano via tutte queste idee come: "non siete completamente dentro la Chiesa, siete a metà, siete fuori - Dio sa dove! - scismatici…” No! Noi discutiamo tra cattolici. È il primo punto che è molto interessante, molto importante. Malgrado quello che, in certe istanze, si dice ancora a Roma oggi.
Il secondo punto, - penso ancora più importante -, è che le questioni affrontate in queste discussioni sono le questioni classiche sulle quali si inciampa. Che si tratti della libertà religiosa, della collegialità, dell’ecumenismo, della nuova messa, o anche dei nuovi riti dei sacramenti… Beh! Tutti ci hanno detto che queste discussioni avevano per oggetto delle questioni aperte. Penso che sia una riflessione fondamentale. Fino a qui hanno sempre insistito per dire: dovete accettare il concilio. È difficile rendere esattamente la portata reale di questa espressione "accettare il concilio". Cosa vuol dire? Perché è un fatto che i documenti del concilio sono totalmente diseguali, e che la loro accettazione si fa secondo un criterio graduale, secondo una scala di obblighi. Se un testo è un testo di fede c'è un obbligo puro e semplice. Ma quelli che, in un modo completamente sbagliato, pretendono che questo concilio è infallibile, costoro obbligano a una sottomissione totale a tutto il concilio. Allora se "accettare il concilio" vuol dire questo, diciamo che non accettiamo il concilio. Perché, precisamente, noi neghiamo il suo valore infallibile. Se ci sono certi passaggi del concilio che ripetono quello che la Chiesa ha detto altre volte, e in un modo infallibile, è evidente che questi passaggi sono e restano infallibili. E noi li accettiamo, non c'è nessun problema. È per questo che quando si dice "accettare il concilio" bisogna ben distinguere cosa si intende. Nonostante questo, anche con questa distinzione, fino ad ora si è sentita da parte di Roma un'insistenza: ‘dovete accettare questi punti, fanno parte dell'insegnamento della Chiesa e dunque dovete accettarli’. E si è sentito fino ad oggi - non soltanto da Roma, ma anche dalla grande maggioranza dei vescovi - questa ammonizione, questo grande rimprovero che ci fanno: ‘non accettate il concilio’.
Ed ecco che, tutto d'un tratto, su questi punti che sono i punti di inciampo, gli inviati di Roma ci dicono che si tratta di questioni aperte. Una questione aperta è una questione su cui si può discutere. E quest'obbligo di adesione è fortemente attenuato e anche, forse, del tutto eliminato. Penso che sia un punto fondamentale. Bisognerà poi vedere in seguito se ciò si confermerà, se veramente si potrà discutere liberamente, diciamo onestamente, con tutto il rispetto che bisogna avere verso l'autorità, per non aggravare ancora di più la situazione attuale della Chiesa che è talmente confusa, precisamente sulla fede, su quello che bisogna credere, e là noi chiediamo questa chiarezza, questa chiarificazione, alle autorità. Noi la chiediamo da molto tempo. Diciamo: ‘ci sono dei punti ambigui in questo concilio e non sta a noi chiarirli. Noi possiamo esporre il problema, ma chi ha l'autorità per chiarirli è proprio Roma’. Non di meno, ancora una volta, il fatto che questi vescovi ci dicono che sono delle questioni aperte è per me fondamentale.
Le discussioni propriamente dette si sono svolte, secondo la personalità dei nostri interlocutori, con più o meno facilità, perché ci sono stati anche degli interessanti confronti dove non eravamo necessariamente d'accordo… Comunque l'apprezzamento, credo, è unanime, dalla parte di ciascuno di questi interlocutori: essi sono rimasti soddisfatti delle discussioni. Soddisfatti anche delle loro visite. Ci hanno fatto i complimenti per la qualità dei nostri seminari, dicendo: ‘sono normali (meno male! Bisogna cominciare da là…), non è della gente striminzita, ottusa, ma che vive bene, aperta, gioiosa, normale, semplicemente’. Questo è stato un commento espresso da tutti. È il lato umano, è innegabile, ma non bisogna mai dimenticarlo.
Per me, questo discussioni, o più esattamente questo aspetto più facile delle discussioni, è importante. Perché uno dei problemi e la sfiducia. Questa sfiducia, è certo che noi l'abbiamo. E penso che si possa anche dire per certo che Roma ce l'ha nei nostri confronti. Fintanto che regna questa sfiducia, la tendenza naturale è di interpretare male o di considerare la peggiore delle soluzioni possibili su quello che si dice. Fintanto che siamo in questo contesto di sfiducia, non andremo molto avanti. Bisogna arrivare a una fiducia minima, a un clima di serenità, per eliminare queste accuse a priori. Penso che sia ancora il contesto nel quale noi ci troviamo, nel quale si trova Roma. E ciò prende del tempo. Bisogna che le due parti arrivino ad apprezzare correttamente le persone, le loro intenzioni, per arrivare a dissipare tutto ciò. Penso che ci vorrà del tempo.
Ciò richiede anche degli atti dove si manifesti una buona volontà che non sia quella di distruggerci. Ora c'è sempre un po' quell'idea tra noi, che si è sparsa in maniera abbastanza rapida: ‘se ci vogliono, è per soffocarci, ed eventualmente distruggerci, assorbirci completamente, disintegrarci’. Questa non è un'integrazione, è una disintegrazione! Evidentemente, fintanto che c'è questa idea, non ci si può aspettare niente.

7 - Lo stato presente della Chiesa: inquietudini e speranze

Faccio molto fatica a vedere una linea di condotta in quello che ora sta succedendo. Quello che vedo è una confusione crescente, una confusione che viene precisamente da elementi contraddittori, da diluizione della dottrina, della morale, della disciplina. Si arriva a un regime di "ciascuno per sé". I vescovi dicono quello che vogliono, in contraddizione gli uni con gli altri. Non ci sono richiami all'ordine ufficiali, chiari, neanche dei richiami a una linea, qualunque sia, da una parte o dall'altra. Ancora qualche anno fa, c'era una linea. Era la linea modernista. Era questo famoso spirito del Vaticano II. Oggi si vede un profondo disaccordo tra i vescovi e perfino a Roma su queste questioni. Quale linea vincerà, quale linea si imporrà? Per il momento, non ne vedo nessuna.
Si può, evidentemente, appoggiarsi su alcune riflessioni, su alcuni indizi, dicendo che è evidente che, più si va avanti, più i modernisti si indeboliscono o sono indeboliti. Non hanno fedeli, non hanno vocazioni, è una Chiesa che deperisce. Ed è vero. Dall'altro lato, si vede tra i giovani un certo numero - difficile dare una valutazione corretta, ma è sufficientemente consistente perché possa essere notato -, di giovai che vogliono una chiesa molto più seria, e a tutti i livelli, in particolare a livello della dottrina. Dei giovani, dei seminaristi che vogliono san Tommaso, che vogliono un ritorno a una filosofia sana, a una teologia chiara, sana, la scolastica, quella di san Tommaso. Si vede tra questi giovani inoltre il desiderio di una liturgia… non la chiamerei ‘rinnovata’, ma un ritorno alla liturgia tradizionale. E questo numero sembra essere impressionante. Per noi è difficile da stimare, ma quando si sentono le voci dei sacerdoti che si occupano di questi giovani nei seminari moderni, certi arrivano fino a dirci che il 50% in Francia, in Inghilterra, dei nuovi seminaristi aspirano alla Messa tradizionale. Mi sembra molto, e spero che sia vero.
Comunque si vede molto bene questa linea tratteggiarsi, è una linea che cresce, e si vede, lungo gli anni, che questa tendenza aumenta. Solo un esempio: dall'anno scorso, con il problema del sinodo sul matrimonio, sulla famiglia cattolica, si è vista un'opposizione più decisa di prima tra i due campi. Penso che ciò venga da un rafforzamento dei conservatori, di cui, se non il numero, in ogni caso l'intensità è cresciuta, senza alcun dubbio. E dall'altra parte la maggioranza, che è ancora chiaramente dominante, ma che perde forza, che non arriva più a imporsi, perlomeno a imporsi completamente come prima.
Così, dunque, queste due linee esistono. Qual è il nostro futuro in questa situazione? Per prima cosa, tenere duro. C'è una grande confusione. Chi vincerà? Non si sa. E questo rende le nostre relazioni con Roma estremamente difficili, perché parliamo con un interlocutore senza sapere mai se, l'indomani, il testo sul quale siamo arrivati - dopo molte discussioni - a metterci d'accordo, sarà effettivamente il testo definitivo. Abbiamo potuto constatare, nel 2012, come un testo è stato corretto, modificato da una interferenza…da parte di una delle autorità più alte, ma che non era quella del Papa. Anche lì: chi governa la Chiesa? direi che è una domanda molto interessante che resta senza risposta. Sono delle forze… indeterminate.

8 - Cosa chiedere alla Santa Vergine?

Ah! Tante cose. Prima di tutto la salvezza. La salvezza per noi, per ciascuna delle anime che si avvicinano alla Fraternità, che vogliono affidarsi a lei, ai suoi sacerdoti, in seguito chiediamo la fedeltà per la Fraternità. Fedeltà alla Chiesa. Fedeltà a tutto questo tesoro della Chiesa che - Dio sa perché, Dio sa come - si ritrova nelle nostre mani, il patrimonio straordinario che è il tesoro della Chiesa, che non ci appartiene e per il quale non abbiamo che un solo desiderio, che ritrovi il suo posto, il suo posto vero nella Chiesa.
Chiediamo il trionfo della Santa Vergine. Ella stessa l'ha annunciato. Direi che si fa attendere, siamo perfino, può darsi, un po' impazienti, soprattutto vedendo tutto quello che succede, che sembra in contraddizione, ma non è una contraddizione, è semplicemente uno sviluppo che Dio permette; un gioco spaventoso, terribile: la mancanza di corrispondenza della libertà umana, perfino tra i cristiani, a quello che chiede il Cielo, questa volontà, a Fatima, del Cielo - cioè di Dio - di introdurre la devozione al Cuore Immacolato di Maria nei cuori dei cristiani, e che fa così fatica a imporsi. Non è così difficile, è così bello, così consolante! Si vede questo grande combattimento tra il demonio e Dio, il campo di battaglia sono le anime, le anime che Dio ha voluto libere, e che Egli vuole vincere, ma non con la forza. Avrebbe potuto imporre la sua maestà in una maniera tale che gli uomini sarebbero prostrati a terra, ed è quello che succederà alla fine del mondo, ma sarà troppo tardi allora; è adesso che bisogna combattere questa battaglia.
Dunque chiedete a Dio di concedere delle grazie di conversione per anime che collaborino a questo progetto. Gli si chiedono in questo modo molte cose; gli si chiede che la Chiesa ritrovi tutto quel patrimonio che costituisce la sua missione: salvare le anime. La prima cosa, la sola che conta per la Chiesa è di salvare le anime!
Per conservare il carattere proprio di questa intervista, è stato mantenuto lo stile parlato.
(Intervista video realizzata da DICI il 04/03/2016 - Trascrizione DICI del 21/03/16)