domenica 16 agosto 2015

Instrumentum laboris e Humanae vitae

di Don Alfredo Morselli

Nell’ Instrumentum laboris del prossimo sinodo sula famiglia, ai dubbi e le perplessità suscitate da affermazioni ambigue e fuorvianti - già presenti nella Relatio finalis del 2014 - , si aggiungono nuovi passaggi problematici.
Prendiamo qui in considerazione il § 137:
137. Tenendo presente la ricchezza di sapienza contenuta nella Humanae Vitae, in relazione alle questioni da essa trattate emergono due poli da coniugare costantemente. Da una parte, il ruolo della coscienza intesa come voce di Dio che risuona nel cuore umano educato ad ascoltarla; dall’altra, l’indicazione morale oggettiva, che impedisce di considerare la generatività una realtà su cui decidere arbitrariamente, prescindendo dal disegno divino sulla procreazione umana. Quando prevale il riferimento al polo soggettivo, si rischiano facilmente scelte egoistiche; nell’altro caso, la norma morale viene avvertita come un peso insopportabile, non rispondente alle esigenze e alle possibilità della persona. La coniugazione dei due aspetti, vissuta con l’accompagnamento di una guida spirituale competente, potrà aiutare i coniugi a fare scelte pienamente umanizzanti e conformi alla volontà del Signore.
Il problema qui affrontato è il giudizio morale dei coniugi, in ordine all'applicazione della dottrina cattolica sul matrimonio, come espressa nell'Enciclica Humanae vitae.
Sembra che l'autore del testo voglia da un lato scongiurare "scelte egoistiche" conseguenti al prevalere "del polo soggetttivo" e, dall'altro, evitare che gli sposi si sentano schiacciati "da un peso insipportabile, non rispondente alle esigenze e alle possibilità della persona".
La soluzione proposta è la coniugazione di "due poli":  "Da una parte, il ruolo della coscienza intesa come voce di Dio che risuona nel cuore umano educato ad ascoltarla; dall’altra, l’indicazione morale oggettiva..."

Dov'è l'equivoco?

La voce della coscienza non è un "polo da coniugare" ma è lei stessa la coniugazione della legge divina eterna con il caso particolare: infatti la coscienza è il giudizio della ragione che roconosce la qualità morale dell'atto; a questo punto essa è norma prossima dell'azione e voce di Dio.
Non è duque possibile "riconfrontare" ciò cha appare bene da farsi con "l'indicazione morale oggettiva", poiché ciò è già stato fatto: è stata propro la coscienza retta che ha valutato la moralità dell'atto particolare confrontandolo con i primi principi della sinderesi, con la legge eterna e con tutte le conoscenze morali del soggetto.

Un ulteriore "confronto" scivolerebbe in un'etica della situazione con la supervisione "di una guida spirituale competente".

Conclusioni 

Benché l'autore si presenti rispettoso della "ricchezza di sapienza contenuta nella Humanae Vitae", di fatto la aggira con un ingarbugliato sofisma: un riesame (sulla base di che non si capisce) di ciò che la coscienza retta, voce di Dio, ha già dichiarato moralmente buono o cattivo,