Con il sinodo sui giovani dal titolo "discernimento vocazionale" il Papa vuole arrivare a

domenica 28 marzo 2010

Echi (pre)tridentini in letteratura: i Carmina Burana

Tradizioni poetiche e musicali multicolori influenzano, nei primi secoli del secondo millennio, un’ampia produzione di poesie e canzoni dette “goliardiche”: canti gregoriani arcaici, tropi e sequenze, brani di trovatori e trovieri, minnesänger. Nelle Universitates Studiorum vanno e vengono i goliardi, giovani studenti vagabondi, di solito diaconi o suddiaconi, che conservano un rapporto molto problematico con le gerarchie ecclesiastiche. Il loro nome deriva da un mitico “Vescovo Golia” ritenuto loro patrono; ma l’etimo è tuttora assai controverso, altri fanno riferimento alla “gula”, il quinto dei vizi capitali. I goliardi risultano attivi in particolare fra l’XI e il XII secolo, e segnatamente sotto l’impero di Federico Barbarossa, che in più occasioni dimostra nei loro confronti attenzione e volontà di protezione. I loro canti spaziano fra temi diversi, quali l’amore, la primavera, il gioco d’azzardo, l’ebbrezza del vino; ma non di rado attingono argomenti religiosi, con esplicite derivazioni bibliche e agiografiche. La Chiesa non vede certo di buon occhio questi giovinastri, e la loro importanza comincia del resto a scemare intorno al 1225, anche a causa del prestigio acquisito nel frattempo da alcune grandi Università: agli studenti vagabondi cominciano a contrapporsi gli studenti stanziali.

Fra le composizioni di carattere goliardico assumono un rilievo di prim’ordine i cosiddetti Carmina Burana, raccolta di 327 testi (quasi tutti in lingua latina) trovata nel convento bavarese Benediktbeuern (Bura Santi Benedicti). Il manoscritto è conservato (dal 1803) nella biblioteca centrale di Monaco, risale alla prima metà del XIII secolo e distribuisce i testi in sei sezioni: Carmina ecclesiastica; Moralia et Satirica; Amatoria; Potoria; Ludi; Supplementum.

Nel manoscritto originale sono riportate anche alcune sia pur rudimentali trascrizioni musicali relative a 55 testi; il che ha consentito a studiosi e gruppi specializzati di proporre esecuzioni discografiche anche integrali, gustosissime e di grande interesse.

[Con queste melodie nulla ha da spartire l’operazione culturale del compositore tedesco del secolo scorso Carl Orff, che ha ripreso alcuni testi dei Carmina Burana, accuratamente tralasciando quelli di contenuto religioso e musicandoli in proprio, nel 1937, con uno stile non privo di fascino ma del tutto estraneo alle sonorità medievali. Molto conosciuto – soprattutto per le utilizzazioni pubblicitarie e cinematografiche spesso del tutto incongrue – è anche oggi il canto che apre e chiude l’operina di Orff, dal titolo “O Fortuna”.]

Fra i Carmina che privilegiano la chiave satirica spiccano le parodie dei canti e dei riti religiosi. Non mancano in essi, ovviamente, gli spunti irrispettosi e impertinenti, con qualche scivolata nel cattivo gusto e un certo spiritaccio anticlericale, quale ci si può aspettare, per l’appunto, da chierici vagabondi, un po’ orgogliosi un po’ invidiosi. E’ in questo ambito che, alla ricerca di echi liturgici pre-tridentini, ci siamo imbattuti in una serie di 14 canti chiamati “Officium lusorum”, cioè “Messa dei giocatori d’azzardo” (CB 215 e 215a).

Colpisce particolarmente che questa parodia, della prima metà del Duecento, segua con straordinaria fedeltà lo schema del “Proprio” della Messa che noi chiamiamo tridentina. Si parte con l’Introitus, accompagnato dal suo versetto finto-biblico. Di seguito abbiamo, dopo un esempio di “dialogo” celebrante-fedeli, Oratio, Epistola, Graduale e Tractus con Alleluia, Sequentia, Evangelium, Offertorium, Oratio, Communio e Postcommunio (qui chiamato Invocatio).

Il discorso potrebbe anche chiudersi qui, con la verifica di una continuità liturgica al di là di ogni dubbio, fra i secoli precedenti e quelli seguenti il Concilio di Trento. Ma per i più curiosi fra i nostri bloggers, con la chiara avvertenza che stiamo per entrare nel regno dell’irriverenza, proveremo a riportare qualche esempio, privilegiando soprattutto la Sequentia, divertente parodia della “Victimae paschali laudes”, dalla liturgia della Messa di Pasqua. Per comprendere i riferimenti essenziali, si tenga presente che il “Decius” invocato o (più spesso) maledetto è il “dio” del giocatore d’azzardo (“decem”, cioè “dieci” è il punteggio massimo in certi giochi molto diffusi); “deces”, al plurale, è sinonimo di “dadi da gioco”; analogamente viene esaltato il numero “ses” (sei), punteggio massimo nel gioco dei dadi; Bacco è naturalmente metonimia per “vino”; il “gioco dei tre dadi” potrebbe essere una variante del gioco delle tre carte; il riferimento alla “nudità” non ha nulla di sessuale, indica semplicemente il fatto che chi perde al gioco resta di solito (come diciamo noi) in mutande.

Introitus: «Lugeamus omnes in Decio, diem mestum deplorantes pro dolore omnium lusorum: de quorum nuditate gaudent Decii et collaudant filium Bacchi.
Maledicant Decio in omni tempore; semper fraus eius in ore meo.»
(Piangiamo tutti per Decio, dolendoci in questo giorno di lutto e di dolore per tutti quelli che si dedicano al gioco d’azzardo. I dadi godono delle loro nudità e onorano il figlio di Bacco.
Possano, essi, maledire Decio eternamente; la sua falsità rimarrà sempre sulle mie labbra.)

«Fraus vobis.
Tibi leccatori.»
(La truffa sia con voi.
E anche con te, buono a nulla.)

Oratio: «Ornemus! Deus, qui nos concedis trium Deciorum maleficia colere; da nobis in aeterna tristitia de eorum societate lugere.»
(Scommettiamo! Dio nostro Signore, che ci hai dato in sorte di ammirare i malefìci del gioco dei tre dadi, fa’ che possiamo piangere in eterno per la loro nefasta combinazione.)

Sequentia:
«Victime novali zynke ses
immolent Deciani.
Ses zynke abstraxit vestes
equum, cappam et pelles
abstraxit confestim
a possessore.
Mors et sortita duello
conflixere mirando,
tandem tres Decii
vicerunt illum.
Nunc clamat: “O Fortuna,
quid fecisti pessima?
Vestitum cito nudasti
et divitem egeno coequasti.
Per tres falsos testes
abstraxisti vestes.
Ses zynke surgant, spes mea!
Precedant cito in tabulea!”
Credendum est magis soli
ses zynke quatter veraci
quam dri tus es
ictu fallaci.
Scimus istos abstraxisse
vestes lusoribus vere.
Tu nobis, victor ses,
miserere!»
(Consacrino alla vittima, gli amici dei dadi, l’offerta di un cinque o di un sei. Il cinque e il sei tolgono gli abiti, e cavallo cappa e mantello tolgono, al possessore. Morte e fortuna combatterono un duello mirabile, ma infine tre dadi lo sconfissero. Ora esclama: O Fortuna, che hai fatto, disgraziata? Mi hai privato degli abiti e hai reso uguale il povero al ricco. Con tre lanci fasulli mi hai spogliato. Vengano ora un sei e un cinque, mia speranza, presto, sul tavoliere da gioco! Noi dobbiamo credere solo al sei, al cinque e al quattro, veritieri; malefico è invece il lancio del tre, del due e dell’asso. Questi tre numeri, lo sappiamo bene, in verità portano via le vesti ai giocatori. Tu, numero sei, vincitore, abbi pietà di noi.)

Invocatio (post Communio): «Omnipotens sempiterne Deus, qui inter rusticos et clericos magnam discordiam seminasti, presta, quaesumus, de laboribus eorum vivere, de mulieribus ipsorum uti et de morte dictorum semper gaudere.»
(Onnipotente ed eterno Dio, che hai gettato grande discordia fra i contadini e noi chierici, concedici, te ne preghiamo, di poter vivere alle loro spalle, godere le loro donne e rallegrarci in eterno della loro morte.)

*

Riportiamo, per un riscontro, testo e traduzione di due dei brani liturgici qui sopra parodiati: l’Introito della Messa di Ognissanti e la Sequenza di Pasqua (quest’ultima risale al secolo XI ed è attribuita a Vipone, cappellano degli imperatori Corrado II ed Enrico III):

Introitus: «Gaudeamus omnes in Domino, diem festum celebrantes sub honore Sanctorum omnium: de quorum solemnitate gaudent Angeli, et collaudant Filium Dei».
Dal salmo 33, 2: «Benedicam Dominum in omni tempore: semper laus eius in ore meo».
(Godiamo tutti nel Signore celebrando questa festa in onore di tutti i Santi, della cui solennità godono gli angeli e lodano il Figlio di Dio.
Benedirò il Signore in ogni tempo, sempre la sua lode sarà sulle mie labbra.)

Sequentia: «Victimae Paschali laudes
immolent christiani.
Agnus redemit oves,
Christus innocens Patri
reconciliavit peccatores.
Mors et vita duello
conflixere mirando:
dux vitae, mortuus, regnat vivus.
“Dic nobis, Maria,
quid vidisti in via?”.
“Sepulcrum Christi viventis
et gloriam vidi resurgentis,
angelicos testes,
sudarium et vestes.
Surrexit Christum, spes mea,
praecedet suos in Galilaeam”.
„Credendum est magis soli
Mariae veraci
quam Judaeorum
turbae fallaci.
Scimus Christum surrexisse
a mortuis vere,
tu nobis, victor rex, miserere”.»
(Alla vittima del sacrificio pasquale i cristiani rendano lodi. L’agnello ha redento le pecore, Cristo innocente ha riconciliato col Padre i peccatori. Morte e Vita si scontrarono in mirabile duello: il condottiero della Vita, già morto, ora regna, vivo. “Di’ a noi, Maria [Maddalena], che cosa hai visto per via?”. “Il sepolcro di Cristo, ho visto la gloria della sua resurrezione, gli angeli testimoni, il sudario e le vesti. E’ risorto Cristo, la mia speranza, precede i suoi in Galilea”. “Molto meglio è prestar fede a Maria, sincera e verace, piuttosto che alla turba menzognera dei Giudei. Lo sappiamo bene: Cristo è veramente risorto dai morti. Tu, re vincitore, abbi pietà di noi”.)

[Risalgono a epoca successiva (secolo XV, ma sempre prima del concilio tridentino) due Missae de Potatoribus (messe dei bevitori), che presentano lo stesso identico schema del “Proprio”, dall’Introito alla Benedizione finale, partendo, in uno dei due casi, dalle preghiere ai piedi dell’altare, sempre ovviamente parodiate: “Introibo ad altare Bachi. Ad eum qui letificat cor hominis... Confiteor reo Bacho omnipotanti”, ecc.]

[Gerson, teologo di Auxerre, vissuto alla metà del secolo XV: “Le botti di vino esploderebbero se di tanto in tanto non si allentassero i cocchiumi. Bene, anche noi siamo delle vecchie botti e per di più mal sigillate: il vino della salvezza ci farebbe esplodere se lo conservassimo esclusivamente e ininterrottamente per servire Dio. Perciò alcuni giorni l’anno noi lasciamo fuoruscire l’aria accumulata abbandonandoci al più esuberante piacere, alla follia, onde ritornare subito dopo, con rinnovato zelo, ai nostri studi e alle pratiche della divina religione”. (Citazione tratta da un breve saggio di René Clémencic, che accompagna la raccolta discografica qui di seguito suggerita).]

[Un’edizione attendibile dei Carmina Burana è nel catalogo BUR, Milano, a cura di E. Bianchini. Fra le esecuzioni discografiche dell’Officium Lusorum suggerisco quella del Clémencic Consort (con strumenti d’epoca), edita col titolo Carmina Burana da Harmonia Mundi France.]

Giuseppe

9 commenti:

  1. Ma questi sono echi vaticansecondini......

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  2. Filippo Burighel28 marzo 2010 19:25

    Non dire: mica hanno scimmiottato l'offertorio di Bugnini! :-P

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  3. Lugeamus omnes in Domino,
    turpissimam rem deprecantes
    a barbaro Hannibale B. perpetrata;
    de cuius putredine plorant omnes christiani
    et Filio Dei precantur:
    Quo usque tandem, Domine,
    quo usque tandem?

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  4. Optime fecisti, Josephe! Sed in casum accusativum "perpetrata" muta.  ;)  

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  5. Luis Moscardò29 marzo 2010 09:35

    ... conosco i Carmina Burana da musicista appassionato di medioevo (e la loro "popolarità" nell'ambiente è paragonabile a quella di Battisti per uno che fa pianobar...). Soprattutto quelli moralia sarebbero ben adatti alla critica del clero del nostro tempo.
    Però invito a non giudicare questi "contrafacta" liturgici, (dico dell'Officium lusorum) con mentalità corrente, perché ciò peccherebbe d'anacronismo: in una società in cui tutto era riconducibile al sacro, era spontaneo parodiare le cose più alte, quali la liturgia e ciò lo si faceva tenendola come canovaccio ampiamente noto alla collettività (dato su cui riflettere assai); ma in definitiva, non c'è niente di veramente blasfemo. E' certo che tra i vari autori dei Carmina c'era il fior fiore degli intellettuali e dei chierici del tempo; non c'è infatti un carattere popolaresco e grassoccio: tutt'altro, sovente si tocca l'alta poesia.
    Oggi tutto ciò si presterebbe a malintesi, a comprensione equivoca nel lettore o nell'ascoltatore che non sarebbe in grado di capire l'effetto ironico del ricalcare le varie fasi liturgiche ma percepirebbe solo un offensivo dileggio del sacro.
    Per questo dopo aver meditato a lungo, ho sempre scansato l'idea di realizzare uno spettacolo sull'officium lusorum ... e evito di inserire nei programmi i Carmina (se non alcuni tra i più belli e meno noti) che rappresentano un repertorio ormai saccheggiato nelle cd. rievocazioni, colonna sonora per gabbioni e finti strumenti di tortura... povero "medio evo"!

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  6. Perfidam miseriacciam infamem!
    Sapebam quem orridum sballium scappaturum fuisset!

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  7. Isidro de Sevilla26 luglio 2010 08:08

    Quoto Luis e aggiungo che oggi neppure ai chierici è dato conoscere gli originali quindi sarebbero i primi a scandalizzarsi...

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