Con il sinodo sui giovani dal titolo "discernimento vocazionale" il Papa vuole arrivare a

giovedì 25 febbraio 2010

Echi tridentini in letteratura: Giuseppe Gioachino Belli (3)

Nella Roma del Belli la quaresima era una cosa seria: un controllo sociale molto stretto imponeva digiuni e astinenze anche a coloro che non avessero tanta voglia di osservare i precetti della Chiesa. Ma era una cosa “seria” anche il carnevale, che consentiva ai singoli – certo, a proprio rischio e pericolo, materiale e spirituale! – di operare scelte anche trasgressive, con una sorta di sospensione del controllo. Per un periodo ben delimitato, naturalmente: nella notte fra martedì grasso e il mercoledì delle Ceneri il carnevale finiva, senza proroghe o dilazioni.
“Chi ha ffatto ha ffatto”, ammonisce il titolo di un sonetto del 17 gennaio 1833, che non lascia spazio all’immaginazione su quel che s’intendeva col generico verbo “fare”:

E ccurri, e bballa, e bbeve, e ffotte, e bbacia!
Ggià ssò ttutti scottati: ma stasera
da la padella cascheno a la bbracia.
Domani è la manguardia de le Messe
co la pianeta pavonazza e nnera,
domani ar Mementò-cchià-ppurvissesse.


[Siamo all’ultima notte: domani ci sarà “l’avanguardia”, cioè la prima delle Messe di quaresima, in paramenti violacei: “Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris”.]

Le conseguenze di tanto “divertimento”, ammonisce sorridente il sonetto “La mammana in faccenne” (cioè: la levatrice affaccendata; 31 gennaio 1837), si vedranno di qui a nove mesi:

«Chi ccercate, bber fijjo?» «La mammana».
«Nun c’è: è ita a le Vergine a rriccojje».
«Dite, e cquanto starà? pperché a mmi’ mojje
je s’è rrotta mó ll’acqua ggiú in funtana».
«Uhm, fijjo mio, quest’è ’na sittimana
che jje se ssciojje a ttutte, je se ssciojje.
Tutte-quante in sti ggiorni hanno le dojje:
la crasse arta, la bbassa e la mezzana».
«E cche vvor dì sta folla?» «Fijjo caro,
semo ar fin de novemmre; e ccarnovale
è vvenuto ar principio de frebbaro.
Le donne in zur calà la nona luna
doppo quer zanto tempo, o bben’o mmale
cqua d’oggni dua ne partorissce una».


[La levatrice non c’è, ridacchia una vicina di casa: è andata in via delle Vergini a “raccogliere”, cioè ad esercitare l’arte sua. Semplicemente, si trattava di una via (e di una zona di Roma) che prendeva il nome da un antico convento di suore: ma non sfugga l’accostamento beffardo, irriverente e maldicente.]

Gli obblighi del digiuno e dell’astinenza non riguardavano solo la quaresima: ce lo ricorda il sonetto “Le quattro tempora” (15 agosto 1833), in cui il popolano ammonisce il suo interlocutore che non ci sono scuse: siete proprio un bell’originale, voi: un peccato è peccato, fosse pure per colpa di una fetta di salame: credete che Dio sia sempre lì, armato di bilancia?

Sete curioso voi! Avevio fame
e nnun c’era antro da maggnà, nnun c’era!
Queste nun zò rraggione pe jjerzera!
De tempora un par d’ova in ner tigame?!
Nò, nnò, mmanco una fetta de salame.
Iddio nun porta in mano la stadera.


Le cerimonie religiose, d’altra parte, racconta il popolano del Belli, ti danno a volte un’emozione che ti fa sentire tutto orgoglioso d’essere romano. Per esempio, i riti della Settimana Santa, con quel “Miserere” (di Allegri) eseguito senza strumenti d’accompagnamento:

Tutti l’ingresi de Piazza de Spaggna
nun hanno antro che ddí ssi cche ppiacere
è de sentí a Ssan Pietro er miserere
che ggnisun’istrumento l’accompaggna.
Defatti, cazzo!, in ne la gran Bertaggna
e in nell’antre cappelle furistiere
chi ssa ddí ccom’a Rroma in ste tre ssere
Miserere mei Deo sicunnum maggna?
Oggi sur maggna ce sò stati un’ora;
e ccantata accusí, ssangue dell’ua!,
quer maggna è una parola che innamora.
Prima l’ha ddetta un musico, poi dua,
poi tre, ppoi quattro; e ttutt’er coro allora
j’ha ddato ggiú: mmisericordiam tua.


[“Er Miserere de la Sittimana Santa”, 31 marzo 1836. (Non sfugga il doppio senso della parola “magna”, che in dialetto romanesco assume – com’è noto – un significato del tutto diverso rispetto al latino).]

Nei sonetti belliani – ce ne siamo già accorti – non circola una gran simpatia nei confronti degli uomini di potere, politico o religioso che sia. In questo “L’incoronazzione de Bbonaparte” (24 ottobre 1835) il popolano protagonista ce l’ha sia con Napoleone, autore di uno sgarbo intollerabile all’autorità papale, sia col Papa stesso (Chiaramonti, cioè Pio VII), colpevole – ai suoi occhi – di averlo trattato con troppa benevolenza: per affrettarsi a Parigi si fece venire il fiatone! E invece, quel maledetto – il diavolo lo frigga! – dopo il “Deus in adiutorium meum intende – Domine ad adiuvandum me festina”, s’incoronò da sé: “Deo gratias, Amen”.

E ddoppo che cquer povero cojjone
de Chiaramonti abbandonò er governo
pe annà a Ppariggi in ner cor de l’inverno
currenno tanto che cciarzò er fiatone,
er zu’ fijjo, er zu’ caro Napujjone,
ch’er diavolo lo frigghi in zempiterno
ne la peggio padella de l’inferno,
je fece bbontà ssua sta bbell’azzione.
Tra un Deus, un ajjo, un toro, e Mmeo m’intenne,
e un Dommino a jjuvanni e mme festina,
s’incoronò da sé!, ddeograzzia ammenne.
Che rrazza de creanze, eh? cche mmodestia!
Eppoi ppe ggionta, je vortò la schina
senza dijje né asino né bbestia.


Non c’è, comunque, da fidarsi di nessuno, in alto come in basso. Nel sonetto “La magnera de penzà” (5 gennaio 1836) il solito popolano anonimo si rivolge a una conoscente che è troppo credulona nei confronti dei preti: io, da parte mia, credo che dicano il vero solo quando ammettono, percuotendosi il petto: “Domine, non sum dignus”.

Io lo conosco er vostro sintimento,
sora Carlotta, e de che ggusto sete.
Abbasta che vve vienghi avanti un prete
voi ve n’annate in èstisi ar momento.
Perché vvoi, fijja cara, ve credete
c’a un omo che smaneggia er zagramento
je se possi co ttutto er fonnamento
mette in mano la vita e cquant’avete.
Ecco, a l’incontro io povero infilice
me penzo che sta gran bona connotta
sii tutto un coloretto de vernice.
Ar prete, in quant’a mmé, ssora Carlotta,
io nun je credo mai che cquanno dice:
«Dommino nun zò ddiggno» e sse scazzotta.


La nostra ricerca di echi tridentini nei sonetti del Belli si chiude qui, con questo riferimento al rito della Comunione nella Santa Messa. Con un’appendice, tuttavia, bella e doverosa, trattandosi di un sonetto che è un vero capolavoro e della citazione di una delle preghiere più belle della liturgia di tutti i tempi: la “Salve Regina”. Il titolo è “La bona famija”, la data il 28 novembre 1831. “Un’ora di notte” corrisponde grosso modo alle sette di sera; “tata” è il padre; lo “sgoccetto” è la conversazione familiare, finché il vino a disposizione (un “bucaletto”, un piccolo boccale da mezzo litro circa) viene consumato, dopo la povera cena, un goccetto per uno in buona armonia.

Mi' nonna, a un'or de notte che viè ttata
se leva da filà, povera vecchia,
attizza un carboncello, ciapparecchia,
e maggnamo du' fronne d'inzalata.
Quarche vorta se famo una frittata,
che ssi la metti ar lume ce se specchia
come fussi a ttraverzo d'un'orecchia:
quattro noce, e la cena è terminata.
Poi ner mentre ch'io, tata e Crementina
seguitamo un par d'ora de sgoccetto,
lei sparecchia e arissetta la cucina.
E appena visto er fonno ar bucaletto,
'na pisciatina, 'na sarvereggina,
e, in zanta pace, ce n'annamo a letto.


[Quest’ultimo sonetto, insieme a tre altri capolavori belliani, è recitato da Vittorio Gassman in un filmato a questo indirizzo:
http://www.youtube.com/watch?v=VPFQH5PO3Rw ]


[Tutti i sonetti di Giuseppe Gioachino Belli sono facilmente reperibili in libreria, in diverse edizioni; consiglio i due volumi Newton & Compton, curatissimi (grazie alla formidabile erudizione di Marcello Teodonio) e davvero alla portata di tutte le borse. Tutti i testi sono, comunque, scaricabili in Internet dal sito liberliber]
Giuseppe

5 commenti:

  1. CATTOLICESIMO POPOLARE, CON STRETTO LEGAME MATERIALE-SPIRITUALE. Le situazioni illustrate dal Belli nei suoi sonetti mi hanno fatto venire in mente i presepi napoletani, in cui l'evento della nascita di Gesù, salvatore del mondo, era inserito nella trama minuta della vita quotidiana, con le sue particolarità materiali e con i suoi eventi da "mondo piccolo".Napoletano era sant'Alfonso de' Liguori, autore di "Tu scendi dalle stelle", che ha tratti estremamente realistici ( mancano "panni e fuoco" ).  Un mondo figurativo dello stesso tipo si trova anche nel Leopardi "paesano" ( che aveva una forte matrice cattolica ): "La donzelletta vien dalla campagna col suo fascio de l'erba..." A parte "L'albero degli zoccoli" nel cinema l'espressione più riuscita di questo mondo ( ovviamente ccontadino-preconciliare, del 1953 ) è "Pane, amore e fantasia", vero "Idillio paesano" autenticamente cattolico-popolare-tradizionale, in cui ha un ruolo importante il parroco don Emidio, autorevole e bonario, e campeggiano le figure del carabiniere veneto-tridentino bello-timido-ubbidiente ( in quanto educato all'antica ) e della zitella pia ma collegata con la vita paesana ( Caramella-Tina Pica, che in realtà era persona devotissima e caritatevole: ne "L'oro di Napoli" - episodio del "pernacchio" con Eduardo De Filippo - è tutta presa dall'allestimento di un'edicola con la Vergine Maria ).

    Probabilmente lo scollamento Chiesa-società a cui il Concilio voleva ovviare con l'"aggiornamento"  si era verificato o si stava verificando nella realtà urbano-industriale.
    Bisognerebbe studiare a fondo i motivi perchè si sia verificata quasi per una necessità storico-sociale l'"eclissi del sacro nella società industriale" denunciata già negli anni '60 da Sabino Acquaviva in un suo celebre libro. Non credo sia un caso che due fra i più vigorosi esponenti dell'ala conservatrice al Concilio fossero di matrice popolare: i cardinali Ottaviani e Sir.i

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  2. '“Chi ha ffatto ha ffatto”, ammonisce il titolo di un sonetto del 17 gennaio 1833, che non lascia spazio all’immaginazione su quel che s’intendeva col generico verbo “fare”'

    Certo che l'idiozia umana è costante nei secoli. In compenso, adesso c'è praticamente solo il "fare". Ma è la logica conseguenza: prendersi un carnevale di trasgressione per poi dover sopportare la quaresima, è pura ipocrisia.

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  3. + realista del Re25 febbraio 2010 23:56

     prendersi un carnevale di trasgressione per poi dover sopportare la quaresima, è pura ipocrisia.
    Non è che è, invece, pura e semplice presa d'atto di come è misera ed imperfetta (ma perfettibile) la natura umana e che ogni tentativo per costringere l'uomo reale e concreto a diventare angelo, finisce per trasformarlo in bestia?

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  4. Cinefilo di nome e Cinofilo di cognome25 febbraio 2010 23:58

    Poi ner mentre ch'io, tata e Crementina
    seguitamo un par d'ora de sgoccetto,
    lei sparecchia e arissetta la cucina.
    E appena visto er fonno ar bucaletto,
    'na pisciatina, 'na sarvereggina,
    e, in zanta pace, ce n'annamo a letto.
    INDIMENTIcabile, nell'interpretazione di Paolo Panelli

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  5. Questo l' avete letto?
    -
    note "liturgiche" sulla S.Maria GOretti Televisiva
    Rafminimi
    1 Mar 2003, 11:21

    Ho visto lo sceneggiato con spirito critico. Conoscendo la TV temevo, non
    dico un'eco delle bestemmie di Giordano Bruno Guerri di venti anni fa, ma,
    data l'ambiente povero in cui i Goretti vivevano, una lettura
    marxisteggiante (e/o "protofemminista"-ci sono state, ma appena appena
    percettibili e limitate al personaggio di Claudia Koll, attrice che, dati i
    precedenti con Tinto Brass, onestamente vedo un po' fuori posto, ma questa è
    un'altra storia-) dei fatti. Sono contento di essermi sbagliato. E' la
    riprova, con il suo successo senza paragoni, che c'è ancora fame di buoni
    sentimenti e, per fare audience, non è necessario esporre macelleria
    femminile.Tutto bene allora? Una nota stonata, in effetti c'è. Ha fatto
    difetto la consulenza storico-liturgica. Stramemente sono stati curati i
    particolari tanto da specialisti da sembrare "esotericheggianti":(padre
    Basilio indossa effettivamente i sandali passionisti) e poi si è commessa
    una sonora gaffe storico-liturgica, al livello dello swatch al polso dei
    gladiatori di Spartaco o dei cittadini romani de "Il Gladiatore" che si
    rivolgono a Commodo chiamandolo"Sua Altezza": padre Basilio celebra, in
    latino, ma la Messa di Bugnini. Fino al Vaticano II, alla comunione, solo
    nella diocesi di Milano si diceva "Corpus Christi". Nel resto del mondo,
    tutti i preti di rito latino dicevano: "CORPUS DOMINI NOSTRI JESU CHRISTI
    CUSTODIAT TE IN VITAM AETERNAM". Le Messe dei funerali *NON* si concludevano
    con "Ite Missa est", ma con "REQUIESCAT IN PACE" o con "BENEDICAMUS DOMINO".
    Nell'ambiente tradizionalista ne abbiamo parlato. C'è stato chi ha osservato
    come, circa il fatto che la Messa di Bugnini *NON*è "Sic &t simpliciter" la
    traduzione del rito precedente, è in corso "de facto", a livello di popolo
    un rimozione totale.Ignoro se gli autori hanno chiesto la consulenza di
    sacerdoti, ma il particolare dei sandali me lo lascia credere. Che debbo
    concludere?
    Ai posteri l'ardua sentenza
    lello

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