mercoledì 6 gennaio 2010

Echi tridentini: Nicolò Tommaseo


Singolare personaggio, il Tommaseo (1802-1874), protagonista sanguigno e irriverente della vita letteraria italiana e europea di metà Ottocento. Fra le varie e contraddittorie caratteristiche del Romanticismo appaiono rilevanti, nella sua formazione intellettuale e spirituale: l’adesione convinta alle verità del Cattolicesimo; l’amore per l’Italia e la sua tradizione letteraria (era nato in Dalmazia ma si sentì sempre veneziano e italiano: ebbe una parte non secondaria nei moti repubblicani di quegli anni), non disgiunta da un atteggiamento vigorosamente cosmopolita; l’interesse per la storia; l’attenzione ai problemi della lingua (a lui si deve, fra l’altro, un monumentale e vivacissimo Dizionario tuttora assai utile); una sensibilità – infine – originale e benemerita per gli studi e le ricerche di “poesia” e tradizioni popolari: vedi la fondamentale raccolta di Canti popolari italiani, corsi, illirici, greci. Dopo una vita travagliata e a lungo esule, rientrato in Italia negli anni fra le due prime guerre d’indipendenza, rifiutò i riconoscimenti e le prebende del nuovo governo nazionale respingendo anche, con dignità e coerenza, la nomina a senatore del Regno.

La sua opera narrativa più significativa, degna ancor oggi a mio parere di una affettuosa rilettura, è il romanzo Fede e bellezza, scritto in Corsica fra il ’38 e il ’39. E’ la storia dell’incontro in terra straniera fra Maria e Giovanni, giovani e già tanto provati dalla sventura, sfiorati ma non deturpati dalla colpa, riscattati dal pentimento e da una fede a volte offuscata mai perduta. Tutte le sfumature dell’amicizia e dell’amore appaiono e si confondono, con rispetto e pudore ma in un’atmosfera di morbida sensualità che è già quasi decadente, non senza un misterioso senso d’inquietudine e incompiutezza che è un po’ il leit motiv dell’opera e la rende unica, nella tradizione romantica italiana. Questa dimensione di modernità appare consolidata e confermata dalle scelte linguistiche e letterarie, davvero inconsuete per l’epoca. Soprattutto interessante, ai limiti dello sperimentalismo, mi sembra l’utilizzazione di diversi “generi”, giustapposti o mescolati con sensibilità musicale da grande creatore di “sinfonie”: la confessione, il diario, il romanzo epistolare, il racconto psicologico-realistico, la narrazione storica vengono come gettati in un caleidoscopio da cui escono, agli occhi del lettore, non privi di una loro armoniosa consonanza. Certo, l’esito complessivo è interessante ma – come dire – non molto più che volenteroso: Tommaseo non è Thomas Mann e neppure James Joyce! Ma nel suo piccolo Fede e bellezza, pur coi suoi conflitti irrisolti, merita ancor oggi un’occhiata non distratta. [Facilmente rintracciabili, in libreria, diverse edizioni più o meno economiche; ma il benemerito sito liberliber consente di scaricare gratuitamente il romanzo all’indirizzo www.liberliber.it/biblioteca/t/tommaseo/fede_e_bellezza/pdf/fede_e_p.pdf]

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Nelle ultime pagine del romanzo, pacificata con Dio e col proprio passato, la notte dell’antivigilia di Natale Maria muore di tisi, accanto a Giovanni che la aiuta a pregare con le parole del Rituale Romanum (orazioni per gli agonizzanti) riportate per squarci e in traduzione italiana. E’ un momento di grande intensità: le preghiere della liturgia tridentina si alternano alle ultime raccomandazioni della moribonda, cullata – si direbbe – fra i due comandamenti dell’amore: Dio e il prossimo, in un andirivieni di forte semplicità e commozione. [Non sfugga l’originalità dell’impasto linguistico; siamo negli anni in cui Manzoni risciacquava i suoi panni in Arno: le scelte dei due scrittori divergono notevolmente, ma l’effetto complessivo li affratella a un livello che – nei limiti della tradizione letteraria italiana dell’Ottocento – si può definire alto senza andare molto lontani dal vero.]

«La notte calava cupa, e Maria si sentiva finire. Chiese l’estrema unzione: il curato venne; e adempiuto con doloroso rispetto il debito suo, disse che a qualunque ora chiamassero, tornerebbe. Ma, in quella notte cruda non volend’ella a nessun costo disturbare il buon vecchio, Giovanni leggeva tradotte le preci, e Maria le accompagnava col mover tacito delle labbra. Alle cinque pregò Matilde, che da più notti vegliava, andasse a riposarsi una mezz’ora lì accanto: ripregò di lì a poco,
rassicurandola: e Matilde per tema di non la inquietare, ci andò: ma nell’andare supplicò la chiamassero a ogni occorrenza; e diceva con gli occhi: "Non m’ingannate per pietà". Seguitava Giovanni a raccomandarle l’anima con le parole che la Chiesa pronunzia al letto di peccatori e di santi, di mendichi e di re; e v’intrecciava memorie de’ Salmi e del Vangelo: e alle parole di lei non trovava da rispondere altro che le parole di Dio.

"Il tuo soggiorno, anima cristiana, sia in luogo di pace. Pàrtiti di questo mondo nel nome del Padre che ti creò, del Figliuolo che t’ha redenta, dello Spirito che t’ha rinnovata nell’amor suo. Dio possente, riguarda alla tua creatura. Pietà di lei che non fida se non in te. Dio ti perdoni, sorella, quanto fallasti cogli occhi, con la lingua, co’ piè, col pensiero".

"Giovanni, quella poca di roba, datela a Matilde, la porti e la serbi a memoria di me. Voi tenetevi il mésero del mio matrimonio e del viatico, e quest’anello ch’è vostro. Ecco tutta la mia eredità. Vi rammentate del primo incontro sul poggio, e del verso 'che innanellata pria'?... Tagliate una ciocca de’ miei capelli: ora subito, che sien tolti da me viva”.

Prese la ciocca, l’anello: e, pregato da Maria, seguitò: "Ti raccomando, carissima sorella, all’onnipotente Iddio. Apparisca all’anima uscente l’aspetto di Gesù, splendido e mansueto. Ti liberi dall’eterna morte, egli morto per te. Io son pellegrina, o Dio, sulla terra. Padre delle misericordie, Dio di tutta consolazione, riguarda alla tua serva Maria, che, lavata nel sangue di Cristo, salga alla vita. Venite, santi di Dio, angeli del Signore, ricevete l’anima di lei, offeritela nel cospetto dell’Altissimo".

"Giovanni, la povera donna che veniva tutti i sabbati, lasciatele qualcosa; pregatela preghi per noi".

"Apritemi le porte della luce perpetua. Spera, sorella, vedere a faccia a faccia il tuo liberatore; veder manifesta con gli occhi beati la verità".

"Scrivete ad Aiaccio l’ultimo mio saluto ai parenti di mia zia: se passate da Pisa, dite a mio cugino che son morta consolata, e, spero, in grazia di Dio. Avrei voluto che la mia sepoltura fosse in Italia, e lì potere scontare con buoni esempi le colpe mie”.

Tacquero un poco.

"Non morrò ma vivrò, per narrare le meraviglie del Signore. Interceda per me la madre di Lui che nella notte di domani nacque povero di povera; interceda Giovanni al qual furono rivelati i secreti del cielo”. Levati gli occhi, disse: "Padre mio, è giunta l’ora". "La mia sepoltura porti il mio nome, e che fui moglie vostra: non più. Gesù mio, raccogliete a voi i miei pensieri”.

Giovanni, con gli occhi in alto e con viso di chi si sente venir meno: "Questo è il dì che Dio fece: rallegriamoci in esso. Per la morte, Gesù, e per il nascere vostro, pietà. Il suo sudore come goccie di sangue grondante in terra. Lode a Dio, perché buono! Gesù, che l’anima di questa donna amaste d’eterna carità, congiungetela a voi con amore indivisibile".

"La pace eterna": diss’ella, e mosse le labbra a baciare il crocifisso offertole da Giovanni; e nel bacio dell’Amico suo immortale spirò.

L’infelice marito non osava levare il pianto per non affrettare le lagrime alla povera donna dormente accanto. Accese una candela allato al cadavere, e aprì pian piano le imposte. Sorgeva torbido il dì: nevicava. Egli, seduto tra il letto e la finestra, guardava ora al cielo biancheggiante, ora alla sua moglie morta; e pregava Dio senza piangere


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[Tommaseo attinge al Rituale Romanum di papa Paolo V (1614), titulus V, caput VII: “Ordo Commendationis Animae”. Ragioni di equilibrio narrativo lo spingono a riportarne, in traduzione italiana, solo alcuni brani significativi, muovendosi liberamente fra le cinque bellissime preghiere che caratterizzano il rito. Di queste ecco qui di seguito il testo originale:

Proficiscere, anima christiana, de hoc mundo, in nomine Dei Patris omnipotentis, qui te creavit: in nomine Iesu Christi, Filii Dei vivi, qui pro te passus est: in nomine Spiritus Sancti, qui in te effusus est: in nomine gloriosae et sanctae Dei Genetricis Virginis Mariae: in nomine beati Ioseph, inclyti eiusdem Virginis Sponsi: in nomine Angelorum et Archangelorum: in nomine Thronorum et Dominationum: in nomine Principatuum et Potestatum: in nomine Virtutum, Cherubim et Seraphim: in nomine Patriarcharum et Prophetarum: in nomine sanctorum Apostolorum et Evangelistarum: in nomine sanctorum Martyrum et Confessorum: in nomine sanctorum Monachorum et Eremitarum: in nomine sanctarum Virginum, et omnium Sanctorum et Sanctarum Dei. Hodie sit in pace locus tuus, et habitatio tua in sancta Sion. Per eundem Christum Dominum nostrum.

Deus misericors, Deus clemens, Deus qui secundum multitudinem miserationum tuarum peccata paenitentium deles, et praeteritorum criminum culpas venia remissionis evacuas: respice propitius super hunc famulum tuum N. (hanc famulam tuam N.), et remissionem omnium peccatorum suorum tota cordis confessione poscentem deprecatus exaudi. Renova in eo (ea), piissime Pater, quidquid terrena fragilitate corruptum, vel quidquid diabolica fraude violatum est; et unitati corporis Ecclesiae membrum redemptionis annecte. Miserere, Domine, gemituum, miserere lacrimarum eius; et, non habentem fiduciam, nisi in tua misericordia, ad tuae sacramentum reconciliationis admitte. Per Christum Dominum nostrum.

Commendo te omnipotenti Deo, carissime frater (carissima soror), et ei, cuius es creatura, committo; ut, cum humanitatis debitum morte interveniente persolveris, ad auctorem tuum qui te de limo terrae formaverat, revertaris. Egredienti itaque animae tuae de corpore splendidus Angelorum coetus occurrat: iudex Apostolorum tibi senatus adveniat: candidatorum tibi Martyrum triumphator exercitus obviet: liliata rutilantium te Confessorum turma circumdet: iubilantium te Virginum chorus excipiat: et beatae quietis in sinu Patriarcharum te complexus astringat: sanctus Ioseph, morientium Patronus dulcissimus, in magnam spem te erigat: sancta Dei Genetrix Virgo Maria suos benigna oculos ad te convertat: mitis atque festivus Christi Iesu tibi aspectus appareat, qui te inter assistentes sibi iugiter interesse decernat. Ignores omne quod horret in tenebris, quod stridet in flammis, quod cruciat in tormentis. Cedat tibi teterrimus satanas cum satellitibus suis: in adventu tuo, te comitantibus Angelis, contremiscat, atque in aeternae noctis chaos immane diffugiat. Exsurgat Deus, et dissipentur inimici eius, et fugiant qui oderunt eum, a facie eius. Sicut deficit fumus, deficiant: sicut fluit cera a facie ignis, sic pereant peccatores a facie Dei: et iusti epulentur, et exsultent in conspectu Dei. Confundantur igitur et erubescant omnes tartareae legiones, et ministri satanae iter tuum impedire non audeant. Liberet te a cruciatu Christus, qui pro te crucifixus est. Liberet te ab aeterna morte Christus, qui pro te mori dignatus est. Constituat te Christus, Filius Dei vivi, intra paradisi sui semper amoena virentia, et inter oves suas te verus ille Pastor agnoscat. Ille ab omnibus peccatis tuis te absolvat, atque ad dexteram suam in electorum suorum te sorte constituat. Redemptorem tuum facie ad faciem videas, et, praesens semper assistens, manifestissimam beatis oculis aspicias veritatem. Constitutus (-a) igitur inter agmina Beatorum, contemplationis divinae dulcedine potiaris in saecula saeculorum. (...)

Commendamus tibi, Domine, animam famuli tui N. (famulae tuae N.), precamurque te, Domine Iesu Christe, Salvator mundi, ut, propter quam ad terram misericorditer descendisti, Patriarcharum tuorum sinibus ininuare non renuas. Agnosce, Domine, creaturam tuam, non a diis alienis creatam, sed a te, solo Deo vivo et vero; quia non est alius Deus praeter te, et non est secundum opera tua. Laetifica, Domine, animam eius in conspectu tuo; et ne memineris iniquitatum eius antiquarum et ebrietatum, quas suscitavit furor sive fervor mali desiderii. Licet enim peccaverit, tamen Patrem, et Filium, et Spiritum Sanctum non negavit, sed credidit; et zelum Dei in se habuit, et Deum, qui fecit omnia, fideliter adoravit.

Delicta iuventutis et ignorantias eius, quaesumus, ne memineris, Domine; sed secundum magnam misericordiam tuam memor esto illius in gloria claritatis tuae. Aperiantur ei caeli, collaetentur illi Angeli. In regnum tuum, Domine, servum tuum (ancillam tuam) suscipe.
(...)]
Giuseppe

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