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mercoledì 16 dicembre 2009

Echi tridentini in letteratura: Indro Montanelli

Si può parlare di “letteratura” di fronte al diario personale di un grande giornalista-divulgatore? Direi di sì, in presenza di due condizioni apparentemente contraddittorie: la sincerità spinta all’estremo, senza timore di “far male” a se stessi come agli altri; e l’indispensabile distacco emotivo che permette di curare l’espressione, renderla puntuta, aderente ed efficace.

Sto scorrendo in seconda lettura il volume I conti con me stesso, che presenta il diario di Indro Montanelli (1909-2001), edito da Rizzoli quest’anno per la cura di Sergio Romano. Non si tratta di un controcanto segreto alla biografia pubblica di un uomo pubblico: la scrittura riguarda infatti quattro brevi periodi (settembre 1957-gennaio 1958; settembre-dicembre 1966; maggio 1969-aprile 1972; maggio 1977-maggio 1978) in una vicenda professionale che si protrae per più di sessant’anni. La pubblicazione non è neppure integrale: l’editore ha bellamente tagliato “alcuni brani ritenuti lesivi nei confronti di alcune persone citate” (Avvertenza, p. 4). E nondimeno, proviamo a leggere, a centellinare, e poi a valutare la qualità letteraria di brani come questi:

«Venezia, 8 settembre 1966. A pranzo con Montale. Lo trovo meglio dell’ultima volta che lo vidi, mesi fa, ancora sotto il trauma della morte della moglie. Il bicchiere, quando è vuoto, lo porta alla bocca con gesto quasi disinvolto; quando è pieno, no: lo tiene con ambedue le mani fissandolo con occhio terrorizzato. Anche nel camminare, va meglio. Ma per fargli salire la scalinatella della Fenice, ho dovuto tenerlo per il braccio.»

«Roma, 28 dicembre 1969. Moravia ha fondato, insieme a Pasolini e a Dacia Maraini, un “comitato contro la repressione”. E’ la riprova che la repressione non c’è. Se ci fosse, Moravia sarebbe coi repressori (...)»

«Fucecchio, 24 giugno 1969. [Colpito da trombosi, lo zio Bibi è in coma, in un letto d’ospedale] (...) Ora è lì, e non lo riconosco, tanto l’agonia lo stravolge. Dicono che, non avendo coscienza, non soffre. Ma sarà vero? Vorrei strappargli il tubo d’ossigeno e gli aghi che gli tengono infilati nel braccio per nutrirlo. Agli zii che muoiono, con tanti che ne avevo, ho fatto ormai la bocca. Ma questo non riesco a inghiottirlo perché in realtà non era uno zio ma un fratello – l’unico mio fratello – e minore, sebbene avesse quindici anni più di me. Invidio il dolore di mia madre, che lo accarezza e lo bacia in fronte: è un dolore semplice, autentico e disinteressato, come tutti i suoi sentimenti. Il mio, no. Non ho pena per lui. Ho pena per me, che non so come fare a meno della sua adorazione senza riserve. Ed è su di me che mi accorgo a un tratto di piangere, e mi odio. Nel pomeriggio, tornato a casa, scrivo un articolo per il “Corriere”. Lo scrivo con l’abituale concentrazione, che non s’incrina nemmeno quando mi telefonano che zio è spirato, e lo detto allo stenografo. Colette ha ragione quando dice che sono un mostro. Ma stanotte... Stanotte sarà una delle tante notti in cui mi sveglio di soprassalto, per l’improvvisa coscienza di dormire avvinghiato a un mostro.»

«Roma, 20 dicembre 1969. Aria di Natale, un altro Natale. La città piena di forzati della festa. E questo imperversare sciropposo e ossessivo delle zampogne. Sui loro ritmi sfilano i ricordi: interminabile corteo di carri carichi di morti.»

*

[Indro Montanelli non era cattolico: semmai, vagamente deista. Non era interessato alla pratica dei Sacramenti, non andava a Messa. Ma sulla riforma postconciliare della liturgia un’osservazione delle sue, fulminea e calzante, è lì, a p. 121, sotto la data “Milano, 30 novembre 1969”. Le persone citate sono don Ernesto Pisoni (già direttore del quotidiano cattolico di Milano – L’Italia –, già presidente della Fondazione Don Gnocchi Pro Juventute; nato nel 1920, morto nel 1992) e i due allora notissimi attori di teatro (e di cinema) Renzo Ricci e Eva Magni. Di don Pisoni, Montanelli aveva già scritto undici anni prima due righe non so quanto scherzose: “Parla dei peccati in modo tale da ispirarmi il rimorso di non averne commessi di più”.]

«Messa nella chiesa di San Gottardo. Ci sono andato per salutare don Ernesto Pisoni, che per la prima volta tornava a officiare dopo il grave infarto che lo ha condotto tre mesi fa in fin di vita. L’ha officiata secondo il nuovo rito che dovrebbe, dicono, favorire una più spontanea partecipazione dei fedeli. Infatti è stata una di essi che lo ha iniziato leggendo qualcosa ad alta voce davanti all’altare. Ma quando si è voltata, ho visto che si trattava di Eva Magni. Poi, per farla completa, è subentrato Enzo [sic] Ricci. Ha letto un’epistola di San Paolo da par suo, cioè da pari di San Paolo, anzi come se San Paolo fosse stato lui stesso, tanto che mi sono stupito che non si fosse presentato addirittura in costume romano. Hai voglia a dare la spontaneità ai fedeli cattolici! Essi non sapranno che “recitarla” (...)»


Giuseppe

3 commenti:

  1. Se un laico , liberale, laicista, vagamente deista si e' reso conto della differenza tra laico e Prete rispetto alla Parola, alla faccia del sacerdozio universale tanto sbandierato, stiamo proprio a posto...Gianluigi

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  2. Nel senso che non rendersene conto oggi anche da parte di chi si pone come religioso,dimostra che goccia a goccia si e' sedimentato nelle profondita' piu' recondite dell' anima dei piu', un errore che l'esistenza stessa della messa tradizionale in passato fugava.Gianluigi.

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  3. Sante parole quelle di Gianluigi!

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