
I cardinali Mindszenty, Slipji e tanti altri festeggeranno in cielo l'anniversario della caduta del Muro dell'odio e della menzogna rappresentato dal comunismo, vergogna del secolo XX (e anche, purtroppo, di oggi).
1945: gli Alleati schiacciano la Germania hitleriana. 1947: scoppia la “Guerra Fredda” fra le democrazie occidentali e l’ex alleato sovietico. Come scrisse Winston Churchill, “an iron courtain” - un sipario di ferro - è sceso sull’Europa”. La Germania, oltre a perdere la Prussia Orientale a vantaggio di Urss e Polonia, nel 1949 sarà divisa in due Stati separati dai fiumi Oder e Neiße. I Länder di Pomerania, Mecklemburgo, Brandeburgo e Sassonia, già zona di occupazione sovietica, saranno accorpati in una nuova creatura politica artificiale: la Repubblica Democratica Tedesca (RDT), una delle più rigide “democrazie popolari” dell’Est europeo, con capitale Pankow, un sobborgo di Berlino.
Nel resto del Reich sconfitto prenderà vita la Repubblica Federale Tedesca (RFT), con capitale Bonn, nella Renania del Nord -Westfalia. La vecchia capitale imperiale, Berlino, profondamente incuneata nel territorio della nuova repubblica comunista, era stata occupata da tutte e quattro le potenze alleate e suddivisa in altrettanti settori: quello sovietico era di gran lunga il più esteso.
Con l’aggravarsi della frattura fra Ovest ed Est la frontiera fra i due Stati tedeschi diventa sempre più impenetrabile, e nel 1952 viene chiusa del tutto. A Berlino si poteva ormai accedere attraverso un’unica autostrada ‒ perennemente costeggiata da carri armati e mezzi militari tedesco-orientali in manovra, a fine dimostrativo e deterrente ‒, una sola linea ferroviaria oppure per via aerea, ma solo con voli di compagnie americane, inglesi o francesi. A seguito di alcuni contrasti diplomatici fra russi e occidentali il 24 giugno 1948 l’autostrada e la ferrovia erano state bloccate dai sovietici, che avevano tolto anche la corrente ai settori occidentali della città. Gli alleati, invece di reagire militarmente, preferirono attuare una grande prova di forza, dando vita a un colossale ponte aereo che per oltre un anno, fino all’ottobre del 1949 – i russi rimuoveranno il blocco nel maggio di quell’anno –, rifornirà i berlinesi delle zone occidentali di generi di necessità di ogni tipo. È l’epopea dei cosiddetti “Rosinenbomber” (bombardieri all’uva passa), perché, oltre ai viveri, gli aerei, in segno di solidarietà, paracadutavano migliaia di piccole scatole di dolci per bambini.
All’inizio degli anni 1950 la spinta a emigrare a ovest cresce, a misura dell’accentuarsi della pressione del socialismo reale sulla popolazione tedesco-orientale e, all’opposto, del boom economico della Germania federale. Berlino, per la sua posizione e per il suo statuto formalmente quadripartito, dopo il 1952 diventa il luogo migliore per espatriare: si calcola che circa 2,5 milioni di tedeschi dell’Est passeranno a ovest attraverso la ex capitale fra il 1949 e il 1961. Nell’estate del 1961 poi il flusso di fuggitivi supererà le decine di migliaia.
Pankow e Mosca decideranno così di arrestare l’emorragia alzando una barriera, che impedisca l’accesso alla zona libera. Nella notte fra il 12 e il 13 agosto 1961, l’Armata Popolare inizia la costruzione di uno sbarramento, prima fatto di filo spinato, poi, quasi subito, di elementi prefabbricati di cemento e di pietra. Quando fu ultimato il muro era una barriera di cemento alta circa tre metri e mezzo fitta di torrette – 302 – e posti di osservazione e costeggiato da campi minati, trappole, reticolati, alta tensione, che circondava completamente Berlino Ovest, la quale si trovò così ridotta a una enclave all’interno della RDT. Per Walter Ulbricht (1893-1973), segretario della SED, il partito marxista tedesco-orientale, che ancora in giugno smentiva le voci dell’imminente erezione di una barriera fra Est e Ovest, il muro ha una funzione “antifascista”, ovvero lo scopo di proteggere l’Est dalle infiltrazione di agenti occidentali e dalla propaganda capitalista.
Il Muro taglia la città lungo una linea lunga 45 chilometri e separa la zona occidentale dalla RDT per un perimetro di oltre cento chilometri.
I soli varchi di passaggio fra Berlino Est e Ovest, riservati ai cittadini tedeschi federali e agli stranieri, sono otto, i più famosi il Checkpoint Charlie e la stazione della metropolitana nei pressi della Friedrichstrasse. Altri sei saranno creati per l’uscita verso il territorio della RDT. I lavori interno al muro negli anni non si arrestano: sempre nuovi possibili punti di evasione vengono occlusi, lo spessore della barriera viene aumentato, viene costruito un secondo muro, parallelo al primo, e rafforzati i dispositivi anti-fuga.
La polizia popolare, la famigerata Volkspolizei, i “Vopo”, iniziano a sparare su coloro che fuggono correndo o chiusi nei portabagagli delle auto o calandosi dalle finestre degli edifici posti sul confine o varcando a nuoto il fiume Sprea. La prima vittima è Peter Fechter (1944-1962), un giovane muratore di Berlino Est, colpito il 17 agosto alla schiena e lasciato in terra ad agonizzare per un’ora. L’ultima a essere falciata dai Vopo un altro giovane, Chris Gueffroy (1968-1989), studente, stroncato da dieci proiettili il 6 febbraio 1989. Nel corso degli anni le vittime del fuoco della polizia comunista saranno all’incirca 230. Per questo, pur di fuggire, i berlinesi cominceranno a realizzare diversi tunnel sotto il muro.
In Occidente il muro diverrà “Die Mauer”, “The Wall”, “il Muro” per antonomasia, il “muro della vergogna”, ossia il più clamoroso simbolo dell’oppressione comunista della libertà dei popoli. Così entrerà nella letteratura, nelle canzoni, nel cinema.
Quando il presidente americano John Fitzgerald Kennedy (1917-1963), nel suo viaggio a Berlino nel giugno del 1963, poco prima di morire assassinato, pronuncia la celebre frase “Ich bin ein Berliner”, sono anch’io un berlinese, in quanto uomo libero, lo farà soprattutto in funzione anti-muro.
Nel 1989 la difficoltà dell’URSS di Mikhail Gorbaciov di tenere in piedi l’impero, si farà sentire in maniera sempre più pesante sui dirigenti comunisti tedeschi totalmente dipendenti da Mosca. Oltre a ciò, la figura carismatica del papa polacco Giovanni Paolo II (1920; 1978-2005), fin dal suo primo viaggio in Polonia all’inizio del pontificato, aveva suonato una campana a morto per il sistema comunista. E nel 1989 alla testa degli Stati Uniti,il grande avversario, non c’era più un “democratico”, fautore della “coesistenza pacifica” ‒ quella politica di “distensione” e “contenimento” che aveva contribuito in ultima analisi a prolungare la vita all’impero socialcomunista ‒ come John Kennedy, ma il conservatore, nonché gagliardo anti-comunista, Ronnie Reagan.
La popolazione tedesco-orientale, percependo i segnali di scollamento e le crepe nel regime, comincerà ad agitarsi e a scendere in piazza, protestando sempre più numerosa e rumorosa. Ma il muro, che all’ovest era diventato una palestra per writers di ogni genere, rimane ancora in pieno funzionamento.
Nell’estate di quell’anno ai tedeschi dell’Est si apre inaspettatamente una via di fuga: le ambasciate della Germania federale a Praga, a Varsavia e a Budapest, che hanno cessato di essere repubbliche socialiste. In quei mesi si verificherà un vero e proprio assalto alle tre residenze, che si troveranno un giorno per l’altro a ospitare migliaia di profughi dalla RDT. La svolta clamorosa si avrà quando l’Ungheria, il 23 agosto inizia a smantellare la cortina di ferro e il 10 settembre, decide di aprire il confine con l’Austria. Allora il flusso di esuli diverrà una valanga inarrestabile di persone in fuga verso la libertà.
I vertici tedesco-orientali tenteranno di salvare il salvabile, sostituendo il segretario del partito comunista e il capo del governo. Ma sarà inutile. La protesta di massa dilaga. La sera del 9 novembre 1989 il governo comunista annuncia una riforma della legge sui viaggi all’estero. Si trattava solo di aperture, ma la gente volle intendere significava che il muro sarebbe stato rimosso. Migliaia di persone, quella stessa notte, si aduneranno pacificamente davanti al muro, ancora presidiato dai soldati, mentre migliaia di berlinesi occidentali faranno lo stesso dall’altra parte del muro, increduli e in attesa. Sono numerosi i filmati su YouTube che documentano quella magica notte.
Qualcuno nel caos di quel momento darà l’ordine ai soldati di ritirarsi, così che, fra lacrime ed abbracci, migliaia di tedeschi da entrambi i lati, irromperanno a ovest attraverso i checkpoint o scavalcando il muro. Familiari, amici, sconosciuti potranno finalmente incontrarsi dopo 29 anni.
Poi, pezzo dopo pezzo, nell’indifferenza dei Vopo, la gente comincerà a picconare, a scalpellare, a martellare, a graffiare la barriera di cemento per aprirvi dei varchi sempre più ampi, finché il passaggio fu reso facile.
Il 3 ottobre 1990 la Germania, fra la commozione generale, verrà riunificata all’incirca – mancherà solo la Prussia Orientale rimasta russo-polacca – nei confini del 1919.
C’è da chiedersi come sia stato possibile che questo tragico simbolo dell’“Impero del male” – così il presidente americano Ronald Reagan (1911-2004) chiamerà l’impero comunista –, che ha popolato per anni l’immaginario dell’Occidente, sia potuto svanire in un soffio.
La causa prima, come detto, va vista nel progressivo abbandono del regime tedesco-orientale da parte della casa-madre moscovita, troppo alle prese con la sua crisi interna per curarsi dell’impero “esterno”. L’implosione dell’economia socialista portava a esiti rovinosi e impediva non solo di mantenere un’Armata Rossa all’altezza dell’esercito americano, ma anche solo di sostenere quel minimo di struttura militare in grado di conservare l’impero. Alla RDT toccherà la stessa sorte che porterà al distacco dall’URSS, ancor prima della sua fine, i Paesi baltici e le repubbliche centro-europee: Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria – diverso, molto più sanguinoso, sarà il percorso della Iugoslavia “eretica”.
Inoltre, la politica sovietica in quegli anni cercava di presentare un volto il più possibile amichevole nei confronti dei Paesi occidentali dai quali dipendeva sempre di più per alimentare una popolazione che l’economia socialista stava portando alla fame: il Muro e la Germania divisa rappresentavano un ingombrante ostacolo, di certo il più vistoso, in tale prospettiva. Privato del sostegno di Mosca – le truppe di stanza in Germania orientale non usciranno dalle caserme –, il “re”, il tiranno, si scoprirà nudo. I dirigenti della SED capiranno che la loro parabola è alla fine, perché esercitano un potere legale totale, ma ormai del tutto privato del consenso popolare e nemmeno più garantito dai carri armati sovietici.
L’impatto dell’evento sarà colossale: la caduta del muro, insieme alla fine dell’URSS, due anni dopo, metterà in moto processi che cambieranno radicalmente lo scenario internazionale: l’impero dell’ideologia socialcomunista di obbedienza sovietica si dissolverà, la Guerra Fredda finirà, gli Stati Uniti rimarranno l’unica superpotenza, la Russia, dopo un lungo periodo di “disordine”, tornerà a fasti imperiali, si riattizzeranno quei conflitti interetnici che il socialismo aveva soffocato, riemergeranno soggetti che il confronto ideologico aveva fatto dimenticare: religioni, tribù, clan, sette, nazioni, e tornerà in auge non più la lotta per i “massimi sistemi” ma quella per il petrolio e per il gas, per l’acqua e per il grano, per il Califfato, per la umma.
Da Il Timone


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