Post in evidenza

Intervista di MiL al prof. Andrea Grillo sulla liturgia tradizionale: "La Chiesa non è un club di notai o di avvocati"

Durante la Tre Giorni su don Primo Mazzolari (vedere foto sotto) che si tiene ogni anno in Diocesi di Cremona, a Bozzolo, il Vostro ha inco...

venerdì 28 aprile 2023

I film di MiL: "Gran Torino" di Clint Eastwood (2008)

Un grande film, da vedere o rivedere.
Per i nostri lettori cinefili.
Luigi

GRAN TORINO (2008) DI CLINT EASTWOOD

Centro Studi Livatino, APR 22, 2023
In un quartiere di periferia di una città del Michigan vive Walt Kowalski un americano vecchio stampo, un reduce della guerra di Corea, con un fucile sempre carico sotto il letto. Non ha più rapporti con la sua famiglia, del suo lavoro alla catena di montaggio in Ford gli è rimasta una Gran Torino del ‘72, ancora luccicante nel garage. Odia tutto quello che lo circonda specie i “musi gialli” che sono diventati padroni del quartiere con le loro gang. Il carattere scontroso di Walt è all’origine di un singolare avvicinamento alla famiglia a lui confinante, con la quale si è sempre guardato dall’imbastire un rapporto. La burbera solitudine di Kowalski comincia a sciogliersi e, frequentando anche Sue, sorella di Thao, l’uomo capisce meglio le difficoltà di vita di quelle persone. In particolare, il clima di violenza instaurato da una banda di altri immigrati, lo provoca più volte, fin quando decide di intervenire. Dopo aver letto le analisi mediche che certificano la sua malattia inguaribile, Walt affronta i teppisti che reagiscono sparando a raffica e lo uccidono. Subito dopo vengono arrestati. E nel quartiere torna la pace. Scarno, incisivo, dolente questo bellissimo film di Clint Eastwood dai toni contrastati, di luci e ombre, di lotta tra male e bene, legalità e illegalità, violenza e dono, accettazione del diverso ma anche di sé. Sulla colpa, espiazione, sacrificio, fino al dono di sé per riscattare l’altro.

Walt Kowalski è un reduce della guerra di Corea, appena rimasto vedovo; ex operaio della Ford, vive in una tipica casa unifamiliare della periferia urbana americana, in una zona popolare, nella quale è ormai uno degli ultimissimi non asiatici rimasti. L’odio razzista, per il diverso, asiatico in particolare, lo rende particolarmente nervoso e suscettibile. Per di più ha un pessimo rapporto con i due figli; Mitch, quello che gli è più vicino, sembra in realtà interessarsi più ai suoi beni che alla sua persona. Walt è anche malato (probabilmente di tumore), ma quello per cui soffre di più è un conflitto interiore che solo il giovane padre Janovich sembra intuire e tenta di comprendere. Il carattere scontroso di Walt è all’origine di un singolare avvicinamento alla famiglia a lui confinante, con la quale si è sempre guardato dall’imbastire un rapporto.

Una sera, infatti, il giovane Thao subisce l’ennesima pressione da una banda di teppisti, della quale fa parte anche un suo cugino, che lo vuole coinvolgere nelle proprie attività criminose. La sorella Sue, la mamma e perfino la nonna, con tenacia cercano di trattenerlo. Ne nasce un gran baccano e un parapiglia che finisce per “invadere” anche il giardino di Kowalski che, fucile alla mano, riporta l’ordine, mandando in fuga i giovani malviventi.

Il suo gesto, originato sostanzialmente da spinte egoistiche, agli occhi dei vicini, e di tutta la comunità Hmong di cui questi fanno parte, è visto come un’azione coraggiosa e di grande valore, in difesa di una famiglia debole (manca un uomo) sottoposta ad ingiuste vessazioni.

Gli Hmong sono una popolazione originaria di una zona montana tra Laos, Cina e Thailandia. Sono emigrati in massa negli Stati Uniti proprio conseguentemente all’appoggio dato a questi durante la guerra del Vietnam. Così, il giorno seguente, il burbero anziano si vede recapitare una grande quantità di fiori e di specialità culinarie che lo imbarazzano e un pochino lo incuriosiscono. Quando nei giorni seguenti vede la giovane Sue minacciata da tre afroamericani, di nuovo interviene, fugando i malintenzionati e salvando la ragazza. Walt, così, entra definitivamente nelle grazie della famiglia e di questa comunità che impara a scoprire.

Thao viene mandato a servire Walt per una settimana. Deve pagare il debito per aver tentato, giorni prima, di rubare l’auto che Walt custodisce gelosamente nel suo garage. Si tratta di una Ford Gran Torino, un bolide del 1972, autentico gioiello che il ragazzino aveva goffamente cercato di sottrarre come gesto d’iniziazione alla banda di teppisti che poi non ha più seguito. Walt non può rifiutarsi di accettare i servigi del ragazzo ma poi non ha idea di come impiegarlo.

Questa sorta di convivenza forzata gli serve per capire come i valori più profondi in cui crede, si ritrovino più in questo ragazzo e nella sua famiglia, che non nei suoi familiari o in altri “americani di oggi”. Walt finisce per prendere a cuore le sorti di Thao e gli procura un lavoro. I teppisti non accettano questo e aggrediscono Thao.

Kowalski, venutone a conoscenza, li va a trovare e, pestatone uno, li avverte di stare alla larga da quella famiglia. I giovani delinquenti però non mollano e nella stessa sera sparano raffiche di colpi contro la casa di Thao ferendolo lievemente, e quindi violentano la sorella Sue. Walt fatica a reprimere la propria rabbia. Padre Janovich capisce il pericolo imminente e lo scongiura di non peggiorare la situazione.

Il giorno dopo, Thao, per organizzare la vendetta, va a casa dell’anziano amico, ma questi per salvarlo lo chiude a chiave in cantina e, dopo aver comprato un vestito nuovo ed essersi confessato, si reca dai teppisti. Dalla strada, dove nonostante il buio della sera può essere visto da tutti, si rivolge ai sei giovani criminali, tutti ben armati e asserragliati in casa. Quando infila la mano sotto la giacca, i teppisti lo uccidono; in tasca aveva solo un accendino. Gli assassini vengono finalmente arrestati e Thao, Sue e gli altri acquistano così un po’ di serenità e la possibilità di guardare con più fiducia al futuro. In conclusione, alla lettura del testamento, dettato con il linguaggio colorito che gli era proprio in vita, si scopre che Walt Kowalski ha lasciato la propria casa alla Chiesa, e la splendida Gran Torino a Thao, l’amico più fidato

Per descriverlo in maniera sintetica, anche se lontana da toni accademici o paludati, si potrebbe dire che mentre lo spettatore si sarebbe aspettato l’arrivo dell’ispettore Callaghan (impersonato da Eastwood in alcuni famosi film del suo passato di semplice attore), a sorpresa ha fatto irruzione la figura di Gesù Cristo.

Anziché imbracciare il fucile per sterminare la banda dei criminali responsabili di delitti così vili, Walt si offre al fuoco delle loro mitragliette, con ciò stesso creando le condizioni per l’arresto dei delinquenti, senza procedere ad altro spargimento di sangue che non fosse il suo.

Consapevole vittima sacrificale, per il riscatto dei giovani asiatici martoriati, con questa scelta il vecchio polacco regola anche i conti col proprio passato. Allontana da sé definitivamente, con un supremo atto d’amore, i fantasmi che lo avevano ossessionato per oltre cinquant’anni. Carica sulle proprie gambe malferme, sui propri polmoni devastati da un male incurabile, sulle proprie spalle ormai cadenti, il peso di una redenzione che, in modi diversi, coinvolge tutto il microcosmo rappresentato nel film. [1]

Più di ogni altra cosa, con questa morte altamente simbolica – la sua figura distesa a terra dopo la sparatoria finale ha la forma inconfondibile della croce – egli conquista quella pace che così a lungo aveva vanamente cercato. Come lo stesso Walt afferma, congedandosi dal prete dopo la confessione, ora egli ha veramente acquisito la pace. Non è la vendetta, dunque, l’atroce legge del taglione, il rispondere con la violenza alle espressioni della violenza, il gelido appello dell’occhio per occhio, la via da percorrere per evadere dalle miserie di una condizione umana intrinsecamente e profondamente segnata dal dolore.

La strada della salvezza, dura e difficile, impervia e faticosa, è quella che all’odio risponde con l’amore, che alla brutalità reagisce con la disponibilità a fare Olocausto di se stessi.

Il pensiero di una espiazione del genere, che è dovuta da ogni essere finito, è di fatto il primo pensiero che noi troviamo in filosofia, espresso nella nota frase di Anassimandro: «Da dove le cose hanno origine, lì esse hanno anche distruzione secondo l’ordine del tempo, poiché pagano l’una all’altra la pena per l’ingiustizia». [2]

Tutto ciò che esiste, esiste a spese di un altro. Ogni cosa qui è violenta per essenza. E nel momento in cui una stessa cosa fa posto ad un’altra, allora produce una riparazione, e la eterna Dike rimane intatta. La morte è il prezzo per il fare violento della vita. I sacrifici sono o pagamenti a rate per questo prezzo, oppure il tentativo di farlo pagare una sola volta ad altri per sé stessi. Ma l’uomo non si trova semplicemente così nella catena di generazione e corruzione. Allo stesso tempo, egli può espressamente rapportare sé stesso a questa catena di violenza esercitata e subita. Invece di pagare per la propria esistenza con la morte, egli può tentare di essere personalmente giusto.

Daniele Onori

[1] U.Curi, Film che pensano, Cinema e Filosofia, 2020 198-199

[2] Anassimandro, fr. 12, B1, in H. Diels – H. Kranz, Die Fragmente der Vorsokratiker, Zürich-Hildesheim, 1989