Un’interessante analisi della misteriosa nuova commissione liturgica di recente istituzione.
Alleghiamo anche, dopo l’articolo di Riposte Catolique, sull’argomento, un approfondimento di Magister sul tema.
Ci pare che questo possibile cavallo di Troia dei modernisti possa essere moto pericoloso e meriti la massima attenzione da parte del mondo della Tradizione: lo smontamento ulteriore del NOM può preludere – in seguito – ad un attacco alla Messa di sempre. Probabilmente non oseranno farlo vivente Benedetto XVI, ma, in caso di sua morte, non penso che si faranno molti scrupoli.
Le esternazioni dei vari liturgisti molto vicini a S. Marta (Sorrentino, Piero Marini ma, soprattutto Andrea Grillo) non preludono a nulla di buono.
La liturgia salverà il mondo ed essa è il punto nodale da cui – come ricordava giustamente il card. Ratzinger – deriva anche la dottrina: lex orandi, lex credendi (vedi anche QUI e QUI)
(Pubblicato sul sito francese Riposte Catholique)
Cigüeña de la Torre ha reso nota la composizione di una misteriosa Commissione,
creata da Papa Francesco in seno alla Congregazione per il Culto Divino, allo
scopo di revisionare l’istruzione Liturgiam authenticam sulle traduzioni dei
testi liturgici e che si ispirerà specialmente al testo liberale
sull’inculturazione liturgica: l’istruzione Varietates legitimae del 25 gennaio
1994.
marzo 2001 sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, è un testo fondamentale
di “restaurazione”: «La traduzione dei testi della liturgia romana non sono un
lavoro di creatività… E’ necessario che il testo originale o primitivo sia, per
quanto possibile, tradotto integralmente e con molta precisione, vale a dire
senza omissioni né aggiunte riguardo al contenuto, né introducendo parafrasi o
glosse» (n. 20).
Per i cardinali ratzingeriani che si sono succeduti alla
Congregazione: Medina, Arinze, Cañizares, Sarah, la rettifica delle traduzioni
liturgiche ideologizzate era la prima tappa per un
riordino della devastata
liturgia, cioè per una «riforma della riforma».
L’ultimo di essi, il cardinale Sarah, era stato nominato da
Papa Francesco nel 2014, cosa che all’epoca aveva destato molta sorpresa. In
realtà, egli l’aveva fatto su insistenza del cardinale Cañizares, a cui il Papa
non poteva rifiutare questa consolazione. Ma a Sarah vennero immediatamente
legate le mani: al segretario della Congregazione, Mons. Roche, un bugniniano
in apparenza moderato, fu aggiunto un sotto-segretario bugniniano puro, Padre
Maggioni, dopo che il 5 novembre 2014 erano stati licenziati senza preavviso
Mons. Anthony Ward e Mons. Juan Miguel Ferrer (avvisati da Roche alle 8,30 del
mattino, lasciarono l’ufficio a mezzogiorno).
In seguito, i cardinali e i vescovi membri della
Congregazione (che votano nelle assemblee plenarie) furono completamente
rinnovati il 28 ottobre 2016 (oltre ad altri avvicendamenti, i cardinali Burke
e Pell furono allontanati e furono sostituiti con il cardinale Ravasi e Mons.
Piero Marini).
Fu solo per lettera che il Papa rese nota al cardinale Sarah
la costituzione di questo nuovo Consilium, infatti non l’aveva minimamente
informato in anticipo. Contrariamente ad ogni uso, il cardinale non è stato
nominato presidente della Commissione, di cui non è neanche membro.
Questa nuova Commissione, chiaramente destinata a mettere da
parte il cardinale Sarah, secondo quanto riferito da Fernández, è composta da:
dalle opinioni liturgiche avanzate;
vice presidente;
– Mons. Dominic Jala, SDB, arcivescovo di Shillong (India);
– Mons. Mark Benedict Coleridge, arcivescovo di Brisbane
(Australia);
– Mons. Piero Marini, presidente del Comitato per i
Congressi eucaristici internazionali, ex segretario di Mons. Bugnini ed ex
cerimoniere pontificio;
– Mons. Bernard-Nicolas Jean-Marie Aubertin, arcivescovo di
Tours (Francia);
– Mons. Julian López Martin, vescovo di León (Spagna);
– Mons. Arthur Joseph Serratelli, vescovo di Paterson (Stati
Uniti);
– Mons. Friedhelm Hofmann, vescovo di Wurzburg (Germania);
– Mons. Jean-Pierre Kwambamba Masi, vescovo ausiliare di
Kinshasa (Congo Kinshasa);
– Mons. John Bosco Chang Shin-Ho, vescovo ausiliare di Daegu
(Corea);
– Mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi (Italia);
– Padre Jérémy Driscoll, OSB, professore alla Pontificia
Università Sant’Anselmo di Roma, benedettino dell’abbazia di Mount Angel
(Oregon, Stati Uniti);
– Padre Matias Augé, clarettiano spagnolo, professore
onorario del Pontificio Istituto Liturgico;
– Don Giacomo Incitti, professore di Diritto Canonico alla
Pontificia Università Urbaniana;
– Padre Mario Lessi-Ariosto, gesuita italiano;
– Padre Christoph Ohly, prete diocesano della diocesi di
Colonia, professore di teologia a Trevi, Germania;
– Sig.ra Valeria Trapani, professoressa alla Facoltà
teologica di Palermo, membro della Commissione liturgica della diocesi di
Palermo;
– Sig. Giovanni Maria Vian, direttore de L’Osservatore
Romano, di cui tutti ignoravano che avesse la minima competenza liturgica,
mentre è certo che in cambio ha delle solide competenze ideologiche.
Francisco José Fernández fa notare come in questo Consilium
i liberali siano fortemente rappresentati (Marini, Coleridge, Serratelli,
Sorrentino, López Martin, un «integralista di Paolo VI»). Mons. Roche,
liberale, ma molto diplomatico, aveva indirizzato alla Conferenza Episcopale
Canadese, nel settembre 2014, una lettera che ne rivela la caratura, nella
quale, circa le traduzioni, distingueva una «equivalenza dinamica o funzionale»
di prima dell’istruzione Liturgiam authenticam, da una «equivalenza formale» in
seguito a ad essa. Come dire che prima c’era una creatività dinamica e dopo è
subentrata una rigidità formale.
In concreto, per l’ambito tedesco, è dal 2013 che è tutto
bloccato: i vescovi hanno rigettato il lavoro della Commissione Ecclesia
Celebrans, che Benedetto XVI aveva istituito in seno alla Congregazione,
dichiarando di opporsi «ad un linguaggio liturgico che non fosse il linguaggio
del popolo».
Essi hanno deciso di dare inizio ad un loro lavoro che
contano di imporre a Roma. Uno dei contenziosi riguarda la traduzione del «pro
multis» nella consacrazione: i vescovi vogliono tradurlo con «per tutti (für
alle)» e non con «per molti (für viele)», come richiesto dalla Congregazione.
Dopo la partenza nel 2014 del cardinale Meisner, arcivescovo
di Colonia e amico di Benedetto XVI, i liberali dettano legge in seno alla
Conferenza Episcopale, dominata dal suo presidente, il cardinale Reinhard Marx,
arcivescovo di Monaco, insieme con Mons. Stephan Ackermann, vescovo di Trevi, e
Mons. Heiner Koch, vescovo di Berlino, fortemente aiutati a Roma dal cardinale
Walter Kasper.
Anche gli italiani è la traduzione del «pro multis» che
fanno valere per giustificare la loro opposizione, ma per altri motivi: essi
vogliono in particolare il rinnovo delle numerose opzioni di cui è pieno il
loro Messale.
Bisogna dire che il mondo dei liturgisti italiani è molto
ben organizzato in un efficace gruppo di pressione, in particolare attorno
all’Associazione dei Professori di Liturgia, che insegnano alla Pontificia
Università Sant’Anselmo, negli istituti liturgici di Padova, Palermo, Bologna,
Milano e nei seminari diocesani. L’Ufficio Liturgico della Conferenza
Episcopale Italiana è nelle loro mani, al pari delle importanti riviste
liturgiche: La Rivista di pastorale liturgica e La Rivista liturgica.
Di contro, in ambito anglosassone, in ragione
dell’implicazione dei cardinali Arinze e Pell, il lavoro di rettifica delle
traduzioni era stato felicemente concluso, grazie al comitato Clara Vox
presieduto da George Pell; comitato che era stato costituito in seno alla
Congregazione per fare da contrappeso alla fin troppo liberale Commissione ICEL
(International Commission on English in the Liturgy), organismo di
coordinamento tra le Conferenze Episcopali anglofone. Ma dopo che la nuova
traduzione è passata all’applicazione, essa è stata rimessa in questione da
critiche continue: la traduzione inglese sarebbe rigettata dalla metà dei
fedeli e dal 71% dei preti, a causa del suo stile «troppo formale» e «pomposo».
La nuova Commissione ascolterà certamente queste lamentele.
In Spagna, liturgicamente tranquilla e conciliarmente
allineata, la nuova edizione del Messale romano è stata rivista sotto la
sorveglianza di López Martin ed è entrata in vigore la prima Domenica di
Quaresima.
Per l’ambito francese, il progetto di traduzione della
Congregazione del cardinale Sarah è stato approvato da quasi i tre quarti dei
vescovi francesi (mentre Liturgiam authenticam esige solo i due terzi dei voti)
in occasione della loro Assemblea plenaria del marzo 2016 e si è lasciato
intendere che il nuovo Messale potrebbe entrare in vigore per la Quaresima o
per l’Avvento del 2017.
l voto, però, era stato accompagnato da una risoluzione
condizionante che, fino ad oggi, ha bloccato tale entrata in vigore: i vescovi
francesi hanno dato la loro approvazione «lasciando alla Commissione episcopale
francofona per le traduzioni liturgiche, la cura di apportare delle ultime
messe a punto del testo».
Ora, le messe a punto che voleva fare la Conferenza erano
lungi dall’essere di poco conto. Esse riguardavano in particolare la traduzione
del Confiteor: il cardinale Sarah voleva «per mia colpa, per mia colpa, per mia
grandissima colpa», invece di «Si, ho veramente peccato»; del Credo, nel quale
il cardinale chiedeva l’uso di «consustanziale» invece «della stessa natura»;
dell’Orate fratres egli ci teneva che si traducesse «Pregate fratelli perché il
mio e il vostro sacrificio sia gradito a Dio Padre Onnipotente», con la
risposta «Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio a lode e gloria
del Suo nome, per il bene nostro e di tutta la Sua Santa Chiesa», invece di
«Preghiamo insieme al momento di offrire il sacrificio di tutta la Chiesa», con
la risposta «Per la gloria di Dio e la salvezza del mondo».
I Francesi chiedevano che la vecchia traduzione “aperta”
potesse essere sempre utilizzata ad libitum; cosa che la Congregazione, fino ad
oggi, ha rifiutato.
In Canada, Belgio e Svizzera, i vescovi non si sono neanche
presi la briga di votare, e hanno fatto sapere a priori la loro opposizione
alle rettifiche chieste dal cardinale Sarah.
Si tratta di un punto che la nuova Commissione potrebbe fare
rettificare opportunamente, ma scommettiamo che se ne guarderà bene: i paesi
africani francofoni dispongono unicamente dell’edizione del Messale realizzato
dalla Francia e dipendente totalmente dall’approvazione francese. Non si chiede
loro neanche di votare, ad eccezione dei vescovi dell’Africa del Nord che fanno
parte della Commissione Episcopale francofona per le traduzioni liturgiche, la
CEFTL, insieme ai vescovi del Canada, Belgio, Francia, Svizzera, Lussemburgo e
Monaco, ma da cui sono esclusi l’Africa francofona e Haiti; strano criterio
neocoloniale applicato a degli episcopati giudicati senza dubbio troppo
conservatori.
l’11 gennaio, la congregazione vaticana interessata, quella per il culto divino
con prefetto il cardinale Robert Sarah, non ha ancora né confermato né
smentito:
Liturgical Translations
papa Francesco, di una commissione finalizzata ad aggiornare i criteri per la
traduzione dei testi liturgici dal latino alle lingue moderne, criteri
stabiliti nel 2001 dall’istruzione “Liturgiam authenticam”, voluta da
Giovanni Paolo II a correzione del disordine precedentemente indotto dal meno
autorevole ma influente documento “Comme le prévoit” del gennaio
1969.
La presidenza della nuova commissione sarebbe stata affidata
all’arcivescovo inglese Arthur Roche, che è l’attuale segretario della
congregazione per il culto divino ma fu anche a capo della commissione
internazionale che produsse la traduzione inglese del messale entrata in uso
nel 2010, ritenuta da molti il frutto più maturo dei criteri di “Liturgiam
authenticam”.
All’epoca, Roche lodò questa traduzione, mentre altri
liturgisti la criticarono come troppo letterale e “sacrale”. Ma ora
egli è il primo di coloro che la vogliono cambiare, in ossequio a una
corrispondenza più “dinamica” tra il testo tradotto e il testo
originale, e di una maggiore libertà “creativa” da accordare alle
singole conferenze episcopali.
Tra i membri della nuova commissione vi sarebbero i
liturgisti Corrado Maggioni, sottosegretario della congregazione per il culto
divino, e Piero Marini, già maestro delle celebrazioni pontificie con Giovanni
Paolo II, entrambi critici dei criteri di “Liturgiam authenticam”
anche se non con la virulenza del loro sodale Andrea Grillo, professore al
Pontificio Ateneo Sant’Anselmo:
ciechi di “Liturgiam authenticam”
completamente a margine. Più volte umiliato pubblicamente, si trova a
presiedere degli uffici e degli uomini che gli remano contro.
Ma la questione in gioco è molto più di sostanza di quanto
appaia. In una stagione, infatti, in cui il magistero gerarchico è incerto o
latita, sono proprio i testi liturgici a tramandare integra la grande
tradizione della Chiesa. E quindi è sulla fedeltà a questi testi che si può
attestare una “resistenza”.
questa sua nota sulla vicenda liturgica postconciliare.
alla fine di agosto del 2016 ad Assisi, all’annuale settimana di studio
dell’Associazione Professori di Liturgia, i cui atti sono in corso di
pubblicazione.
COME”CHANCE”
difficilissimi, nella tutela del Concilio autentico, non del Concilio-progetto
dell’intelligencija teologica.
VI si sentì in dovere di palesare la sua “anxietas” sulla dottrina e
il culto dell’eucaristia. Nell’enciclica “Mysterium fidei” lamentava
che “tra quelli che parlano e scrivono di questo sacrosanto mistero, ci
sono alcuni che circa le messe private, il dogma della transustanziazione e il
culto eucaristico, divulgano opinioni che turbano l’anima dei fedeli, come se a
chiunque fosse lecito porre in oblio la dottrina già definitiva della
Chiesa”.
pubblicazione delle nuove preghiere eucaristiche, era lo stesso
“Consilium” preposto alla riforma liturgica a cedere al diffuso
revisionismo teologico, nella circolare firmata dal suo presidente cardinale
Benno Gut e dal segretario Annibale Bugnini, in cui, nello spiegare la teologia
dell’anafora eucaristica, si leggeva (paragrafo 2, punti 2-3) :
pronunziate nell’istituzione dell’eucaristia.
Ma [poiché] il racconto riattualizza ciò che Gesù fece […] si rivolge al
Padre la preghiera di supplica: che renda efficace questa narrazione,
santificando il pane e il vino, cioè, praticamente, facendone il corpo e il
sangue di Cristo”.
ufficiale, un grado così basso di teologia eucaristica a vantaggio dei luoghi
comuni del memoriale, delle mode narrativistiche in esegesi, nonché di una
coperta negazione del valore consacratorio della formula dell’Istituzione, a
vantaggio dell’epiclesi che la precede.
prévoit” del gennaio 1969 sui
criteri di traduzione del messale;
arrivava addirittura a premettere (n. 5) che il testo liturgico “è
un mezzo di comunicazione orale. È anzitutto un segno sensibile con cui gli
uomini che pregano comunicano tra loro”.
credenti…”), la formula equivoca su cosa sia rito e i “principi
generali” dell’istruzione, di conseguenza, riconducono la teologia della
liturgia sotto le regole di una filosofia pragmatica del linguaggio (chi parla,
come si parla, a chi si parla).
pastorale della cosiddetta “messa dialogata”: già essa un’espressione
fuorviante, poiché non di “dialogo” sacerdote-popolo si tratta, ma di
“actio liturgica” essenzialmente rivolta a Dio.
fondamento storico né teologico, appartiene a questo clima, con gli effetti
“disorientanti” che ne derivano. Infatti l’asse cultuale-misterico,
secondo cui e su cui Cristo celebra rivolto al Padre, e il sacerdote e il
popolo con lui, è annullato.
dell’intelletto teologico alla fine degli anni Sessanta e la sua influenza
sulla riforma liturgica.
l’”in sé” rituale-misterico e sacramentale, promosso dalle menti
migliori del movimento liturgico, da un lato, e l’istanza della partecipazione
dei fedeli dall’altro, disequilibrio che indebolisce già la costituzione
“Sacrosanctum Concilium”.
quasi mai esplicitandolo, molto di più.
dall’azione, per analogia con la cosiddetta filosofia della prassi, da Marx a
Dewey. La liturgia era, per molti del movimento liturgico, questa azione. Si
pensa il rito come qualcosa che genera la propria verità ed efficacia da se
stesso, in quanto rito “umano”.
interveniva dunque il fatto che la
“actuosa participatio” dei fedeli al rito portava con sé il carico
ideologico degli anni Sessanta-Settanta. Una dinamica antropocentrica e
secolaristica (favorita dal prestigio di Karl Rahner, ma autonomamente
coltivata in ambito francofono)
prevaleva sulla concezione rituale-misterica che santifica e trascende l’uomo e
sola può fare della liturgia “la fonte e il culmine” della vita
cristiana.
Trenta, di Odo Casel, di Dietrich von Hildebrand, di Romano Guardini.
sensibilità ecclesiale e la teologia, nel suo complesso, dalla fondamentale
alla pastorale, hanno compiuto una rotazione dalla prassi all’ermeneutica, dal
realismo delle concezioni materialistiche del Vangelo alla teologia negativa,
dalla militanza politica alla “autenticità relazionale”.
liturgistica ha lavorato sia autonomamente che di conserva con le teologie, ma
la ricerca ora filosofico-linguistica ora antropologica ora, ma molto meno,
neo-personalistica, non poteva evitare la china: la perdita di realtà del
momento sacramentale e del dato soprannaturale come tali.
l’indebolimento di cristologia, ecclesiologia e diritto canonico oggi
permettono che si faccia ovunque perno sulla “spontaneità” formativa
e in certa misura sull’autofondazione del cristiano e della comunità. Così il vissuto della messa è divenuto
“partecipazione” socializzante a un incontro “festoso” più
che festivo. La liturgia è assimilata ai giochi di comunità.
“nuove chiese”, non pensate come “casa di Dio” ma come
spazi a destinazione variabile, quindi senza significato proprio; dispendiose
vacuità in cui l’”actio liturgica” è, alla lettera, spaesata e
disorientata.
regale e cosmica, in un’epoca in cui cristologia e mariologia sono
“umanizzate” su paradigmi emozionali, relazionali, compassionevoli,
impermeabili alla gloria e alla vittoria della Croce? In un’epoca di nichilismo
benevolente e di “falsificazione del bene”.
trasmettere, se lo vogliono, un corpo integro di rivelazione divina, quello
contenuto nella “lex orandi” correttamente intesa, quindi
rigorosamente tradotta, non secondo “Comme le prévoit” ma secondo “Liturgiam authenticam”
(2001) che valutava realisticamente oltre un trentennio di fatti e di errori.
integro di dottrina, è Tradizione che oggi resta netta proprio nei testi
liturgici, molto più che nelle teologie e nello stesso magistero gerarchico
recente. Non si tratterà di animare assemblee dopolavoristiche o estatiche, o
di realizzare delle nuove teatralità, ma di far perno sulla resistenza
veritativa della Rivelazione depositata nei messali, nei breviari, e proclamata
e attuata nella celebrazione responsabile.
l’”in sé” del rito e la sua espressione “partecipata” esige
delle soluzioni teologiche rigorose, da cui soltanto possono discendere con
sicurezza le soluzioni pratico-pastorali. Non viceversa. Da qui due avvertenze:
“substantia” e nel simbolo in quanto epifania che apre intellettualmente
e sensibilmente – con i sensi spirituali – all’Oltre come trascendenza, ogni
sfida teologica tipo “dall’etico al simbolico” è già perduta in
partenza;
della verità cristiana dal rito inteso come immanenza creatrice, senza
“logos”. Il “logos”
divino sussiste per sé, prima e dopo l’”actio”. La liturgia sarebbe così un’altra vittima,
dopo la catechesi, della deriva “attivistica” della teologia pratica.
“chance”.
