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venerdì 7 agosto 2020

Ci risiamo. Seconda puntata sulla festa islamica a Bergamo: quando la Curia si trova in compagnie imbarazzanti e la butta in politica

Avevamo già scritto il 30 luglio sull’invito diramato dalla Curia di Bergamo ai Parroci affinché collaborassero con i «fratelli e sorelle islamici» nell’organizzare sul loro territorio la festa del sacrificio (QUI, la notizia poi ripresa anche da Rino Cammilleri sulla Nuova Bussola Quotidiana QUI); ora sull’argomento ci sono interessanti novità, che ci lasciano tutt’altro che tranquilli, entrambe tratte dal quotidiano L’Eco di Bergamo, il cui editore è la Curia stessa.
Innanzitutto, dal numero del 1º agosto (pagina 27, vedi immagine), apprendiamo che l’invito della Curia orobica è stato accolto dal Parroco di Nembro
(Comune divenuto tristemente celebre in questi mesi per l’epidemia di coronavirus), il quale – assieme all’Amministrazione comunale, all’associazione Annour ed al locale centro islamico – ha reso disponibile e predisposto il centro sportivo per i 400 fedeli islamici ivi riunitisi in preghiera.
Dopo i saluti del Sindaco di Nembro Claudio Cancelli e di tre assessori, è intervenuto – precisa con evidente soddisfazione il quotidiano della Diocesi – «Don Sergio Gamberoni, direttore dell’Ufficio
per la Pastorale dei migranti e sacerdote a Nembro, [che] ha portato il saluto del vescovo monsignor Francesco Beschi, leggendo il messaggio rivolto agli amici musulmani, preparato da don Patrizio Rota Scalabrini, direttore dell’Ufficio per il Dialogo interreligioso» (di cui abbiamo già scritto QUI).
La preghiera – continua il quotidiano – è stata «guidata dall’imam Abdesstar Mohamed Essawaf, mentre Bilal Icaro Masseroli si è occupato della traduzione».
Ora, ci risulta che quest’ultimo, nativo del vicino Comune di Dorga, sia stato poi espulso dall’Egitto perché in odore di terrorismo e collegato con i terroristi della Fratellanza musulmana, nonché processato a Brescia con l’accusa di apologia di terrorismo tramite strumenti telematici: una presenza quantomeno imbarazzante e della quale ci pare difficile che il Vescovo ed il Sindaco nulla sapessero.
A seguito di tutto ciò, da più parti si sono levate voci di protesta, tra le quali quella molto circostanziata dell’on. bergamasco Daniele Belotti, al quale il quotidiano della Diocesi si è premurato di rispondere immediatamente (nel numero del 4 agosto, pagina 17, vedi immagine) con un lungo articolo (stranamente non firmato), senza entrare nel merito delle questioni sollevate, ma gettandosi nell’agone politico e mischiando e confondendo – con un risultato tra il rozzo ed il deforme – i più triti luoghi comuni, arrivando persino a denigrare il Catechismo di San Pio X e la Messa antica ed accusando il Cattolicesimo di preteso «machismo», al solo evidente scopo di difendere i «fratelli e sorelle musulmani» e le pratiche barbare della festa del sacrificio.
Ma procediamo con ordine.
Al primo rilievo secondo cui lo sgozzamento rituale di pecore e montoni avvenga secondo pratiche contrarie alle sensibilità sviluppatesi verso gli animali e alle nome giuridiche che le regolano, l’anonimo articolista replica, che – ebbene sì – «martoriare gli animali costituisce per la coscienza moderna qualche problemino [sgozzare animali vivi e lasciarli morire per lento dissanguamento è derubricato a «problemino», non sia mai che gli amici musulmani possano averne a male…], né più né meno come il destino penoso al quale consegniamo i cavalli del Palio di Siena (o gli animali di feste analoghe che alla tradizione italiana non manca)».
Mettere sullo stesso piano una pratica barbara e sanguinaria, imposta e giustificata dalla religione islamica, con plurisecolari tradizioni italiane che avvengono nel rispetto di rigorosissime norme penali e di protocolli sanitari (e che quindi prevedono giuste e severe punizioni per chi non le rispetta) denota una superficialità talmente evidente da non meritare altra considerazione.
In merito alla seconda obiezione, legata «al fatto che alcune parrocchie hanno messo a disposizione spazi negli oratori per celebrare la festa, con settori distinti per uomini e per donne, assecondando così la discriminazione delle donne», l’anonimo articolista non si scompone e – con una riscrittura tutta personale della società – afferma che «anche il rispetto delle donne merita una riflessione. Sappiamo bene qual è il pensiero dei musulmani [e non parliamone più, non sia mai che gli amici musulmana possano averne a male…]. Poi fa nulla se la concezione cristiano-occidentale ha barbaramente “mercificato” il corpo delle donne anche se ha garantito le quote rosa o ha giustamente lavorato per valorizzare il ruolo della donna e il suo “genio”. Per non parlare del fenomeno del femminicidio, che non è da apparentare solo all’islam, ma al maschio italia».
Nella sua foga giustificazionista delle pratiche maomettane dalle colonne del quotidiano diocesano, l’anonimo articolista dimentica di porre attenzione ad un fatto non certo secondario: che la civiltà cristiana (o romano-germanica occidentale, che dir si voglia) ha – nel corso dei secoli – tenuto in massima considerazione la figura ed il ruolo femminile: donna è la Madre di Dio, corredentrice dell’umanità, nei secoli donne sono state sante, imperatrici e regine che hanno fondato e fatto progredire la nostra civiltà, nei secoli donne sono state artiste e scienziate che hanno dato lustro alla nostra società.
E soprattutto è grazie alla «concezione cristiano-occidentale» tanto invisa all’anonimo articolista che la figura della donna – nei secoli – ha visto riconosciuta la giusta dignità, rispetto e tutela che è del tutto assente nell’islam (non a caso il cosiddetto «femminicidio» è duramente sanzionato dai sistemi penali occidentali e non certo da quelli islamici… ma su questo l’anonimo articolista tace).
Ma la chicca arriva alla fine. Ormai accecato dall’astio anti-occidentale, l’anonimo articolista in carica al quotidiano della Diocesi serba il suo ultimo eccesso di furia a quella che egli considera l’origine di tutti i mali, ed ecco che trova occasione per esprimere l’acrimonia verso la Messa antica ed il Catechismo di San Pio X, buttati nella mischia tra idee sempre più confuse.
Perché se c’è innanzitutto da guardarsi da chi «invoca il ritorno di un cattolicesimo tridentino nutrito di un sano catechismo e sani principi», sia ben chiaro al lettore del quotidiano della Diocesi di Bergamo che «nemmeno quando si predicava quello di Pio X [che sarebbe San Pio X, Papa…] la società era così felicemente cattolica. Un tradizionalismo che si oppone fieramente alle aperture di Papa Francesco»: che ormai l’orrore per duemila anni di gloriosa storia della Chiesa si sia impadronito di molti prelati era purtroppo noto, ma che si giungesse a contrapporre con tale puerile veemenza la Chiesa Cattolica con una (più o meno) presunta neochiesa «di Papa Francesco» lascia basiti.
E affinché non ci siano dubbi circa la sua convinta adesione all’ideologia anti-cattolica, l’anonimo articolista ci tiene a rincarare: «La nostra civiltà non tornerà a diventare nuovamente “cristianitas” soltanto perché torna a Messa, o torna la Messa in latino, o perché si difendono le chiese cattoliche»: siamo d’accordo, non soltanto per questo, ma non sarebbe male ritornare a Messa (e magari –aggiungiamo noi – la Messa in latino, perché no) e difendere le chiese cattoliche, mai come ora sotto attacco nei Paesi a maggioranza musulmana.
E come in un (malconcio) spettacolo pirotecnico, giunge il botto finale, più simile, in verità, ad un rabbioso conato di bile: «Ma sappiamo tutti come il Belpaese, ormai da tempo, non sia più così fervidamente cristiano», afferma – con una malcelata punta di compiacimento l’anonimo articolista, il quale – in un crescendo di esaltazione estremista, ormai incurante e forse inconsapevole dei limiti del ridicolo – prosegue: «Chi, semmai, ha contribuito a smantellare il sostrato cattolico del nostro Paese (e dell’Europa) non è stato l’avvento dei migranti e dell’Islam, quanto la predicazione di quel costume economico-consumistico e socio-individualistico che ormai da tempo ha rottamato la fraternità umana, decretando la “morte del prossimo”». Non c’è che dire: ben memorizzata la lezione marxista…

«Qui si tratta di dare un “nuovo umanesimo” [parola-talismano della neo-élite tecnocratica anti-cristiana] a una cultura massificata e massificante, ubriaca di socio-tecnicismo e scientista, che ha svenduto l’anima al turbo-capitalismo consumistico»: in una sorta di gioco a chi la spara più grossa, verrebbe da aggiungere «le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente», ma sarebbe solo l’inutile aggiunta ad una lunghissima serie di paroloni ben congegnati per denigrare la civiltà cristiana occidentale alla quale non possiamo aderire.
Il tutto sull’Eco di Bergamo, quotidiano di proprietà della Diocesi di Bergamo.
LV

5 commenti:

  1. C'è poco da stupirsi o da fare gli scandalizzati. Sono decenni che ci viene detto che le tre religioni monoteiste adorano l'unico vero Dio (!), direi quindi che è logico pensare che una valga l'altra. I preti, sempre da decenni, vengono formati con queste idee nella testa, mentre tutti i Papi, più o meno esplicitamente, hanno sostenuto, dal concilio in poi, questa tesi, non mancando di presenziare a favore di telecamera a cerimonie di eretici e pagani.
    Adesso direi che è solo ovvio che un prete della religione uscita dal vaticano II inviti i propri fedeli ad unirsi alle preghiere dei maomettani. Vi scandalizzate, ma ignorate l'origine della questione...deprecate i frutti senza voler guardare all'albero che li ha prodotti.

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  2. Risposte
    1. Non date nemmeno la monetina per la candela nelle chiese officiate da questa ciurmaglia!

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  3. La risposta dell'anonimo articolista a me pare davvero ispirata all'ideologia marxista sostiene che la crisi del cattolicesimo è soltanto una conseguenza del consumismo capitalista. Se la prende pure con i tradizionalisti e la messa tridentina una bella sfuriata ma quanto veleno in corpo, quanta rabbia repressa, ci mostra chiaramente che tipo di persone sono i progressisti della neo-chiesa. Ai tempi di San Pio X la società non era "felicemente cattolica" certo per i progressisti c'è solo un modello la società socialista.

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