mercoledì 17 agosto 2016

Incenso come sacramentale della Devozione


Ringraziando l'amico Giovanni per la traduzione per MIL, da NLM (VEDI QUI).
L


Dirigatur, Domine, oratio mea, sicut incensum in conspectu tuo. Salga la mia preghiera, Signore, come incenso al tuo cospetto  (Salmo 140 [ 141 ] : 2 ).





di Peter Kwasniewski



San Tommaso d'Aquino, nel quarto libro del suo Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo, afferma: "Le figure che indicano quello che dovrebbe sempre essere fatto non devono cessare, come succede per esempio riguardo l’uso dell’incenso, che simboleggia la devozione [1]”. Nel testo citato, San Tommaso sta discorrendo del fatto che la circoncisione sarebbe dovuta cessare una volta che il battesimo subentrò al suo posto, ma quello che mi ha colpito qui è la sua dichiarazione, come dato di fatto, detto senza alcun timore di smentita, che l'uso dell’incenso è proprio uno dei quei segni che saranno sempre utilizzati nei nostri riti, che dovranno sempre essere presenti, dal momento che simboleggia la devozione.

 A questo punto del testo, i curatori dell'edizione di Parma dell’Aquinate hanno deciso di inserire una lunga nota, il che è piuttosto insolito. Evidentemente hanno pensato che i lettori volessero
sapere quando e come l'incenso venne utilizzato per esprimere devozione:

“nell'antichità, in Italia, l'incenso non fu utilizzato nei riti sacri dei pagani. Ognuno era solito offrire agli dei quello che aveva a portata di mano: il miele, il vino, il latte, ma per lo più la frutta o le primizie dei frutti; in seguito divenne abitudine offrire quei prodotti derivanti dai cereali, come farro e Liba (dolci). Tuttavia, dopo che l’incenso cominciò a venire importato dall'Arabia in Grecia e in Italia, nonostante giungesse a Roma con grandi spese, le persone di ogni ceto, anche i più poveri, ne acquistavano facilmente un po' per usarlo come offerta. Il povero offriva tre grani di incenso con le tre dita. L'uso di incenso nel culto del vero Dio è estremamente antica. Perciò Henry Cannegieter [1691-1770] deve essere biasimato per aver sostenuto le seguenti proposizioni: 1) I cristiani aborrivano l'uso dell'incenso nei Sacri Riti e nella Santa Messa; 2) Non si usavano thymiamata (resine composte da incenso) nella Chiesa “primitiva” [2].

Se da una parte Henry Cannegieter mise in dubbio l'uso dell'incenso nella Chiesa antica e nella Santa Messa, considerandolo un abominio, dall’altra G. W. F. Hegel nella “Fenomenologia dello spirito” considerò tale uso un sintomo della "Coscienza Infelice", che, per lui,

“è solo un avvicinamento al pensiero”, e così sarebbe la devozione. La sua visione al riguardo non consiste in altro che nel tintinnio caotico delle campane, o nube nella d'incenso fumante, o un discorso melodico che non raggiunge la Nozione (o Concetto), che rappresenta invece l'unica, obiettiva e immanente modalità del pensiero. Quello che abbiamo qui, dunque, lo definisce come movimento interiore del cuore puro verso sé stesso, ma come agonizzante essendo diviso in sé, ovvero movimento di un desiderio infinito. Allo stesso tempo, questa essenza sarebbe l'irraggiungibile, ciò che nell’atto di afferrarlo sfugge, o meglio è già volato via [3].

 Secondo Hegel, la devozione indica un pensiero abortito, un tentativo tendente alla chiarezza concettuale, senza raggiungerla. Nella devozione il suono delle campane e le nuvole di incenso sostituiscono il pensiero rigoroso; ci si perde nella musica piuttosto che nella scienza. Quello che trovo così deliziosamente strano è che Hegel ha descritto non una imperfezione, ma, al contrario, una ragione importante per cui il cristiano è superiore a un mero logico o ad uno scienziato: il fatto che il cristiano sia in possesso di un desiderio infinito per il divino, e questo è un dono della grazia di Dio! Egli è agonizzante e combattuto in sé stesso, poiché si riconosce per la creatura decaduta che è effettivamente: vede sia lo spirito rinnovato che appartiene a Cristo sia il vecchio Adamo che si aggrappa tenacemente alla terra. Ed è proprio tramite la virtù della devozione che egli stesso si innalza ancora e ancora, come incenso, a Dio, come a Colui che non solo è ineffabile e inaccessibile, ma allo stesso tempo anche più vicino a me di quanto lo sia io stesso, presente in tutte le cose come Colui che le mantiene in essere e assegna loro forme, proprietà, forze e scopi. Solo per l’incredulo l'oggetto del culto sfugge o è già volato via, solo per lui è l’irraggiungibile al di là di tutto.

 Il santo è diventato incenso che brucia salendo a Dio e, così facendo diffonde tra uomini il dolce profumo dei doni divini. Egli è la fiamma che nell'intensità del suo desiderio di mantenere la combustione e accendere altre fiamme, consuma tutto ciò che osa opporsi, cioè gli ultimi residui di preoccupazioni egoistiche e di preferenze. In sintonia con tutte le voci della tradizione cattolica, San Tommaso insegna che la santità - che in un luogo egli definisce come "la purezza consacrata a Dio" [4] - è giudicata rigorosamente in termini di carità, per cui un uomo è davvero sé stesso quando si consegna, si cede, si consacra interamente.

 Possiamo imparare molto riflettendo sulla ristrettezza mentale di Cannegieter e Hegel. Cannegieter pensa che l'uso dell'incenso sia superficialità o idolatria; Hegel lo taccia come uso primitivo e prefilosofico. Per il primo è una forma di eccesso, per il secondo è un difetto o ritardo. Quello che entrambi non sembrano cogliere è il regno del simbolo come simbolo, e l'uomo come homo liturgicus il cui percorso tra la creazione e l'eternità è disseminato di segni che possono indirizzarlo o condurlo fuori strada. Non possiamo non essere immersi in un mondo di segni; la nostra unica scelta è di quali segni circondarci e cosa fare di loro. In definitiva, il risultato dell’iconoclastia e del minimalismo è la sensazione anti-trinitaria di vuoto, di freddo e di sterilità, come abbiamo visto e sentito in troppe chiese e in troppe liturgie moderne.

 Per la gente degli anni sessanta e settanta era di moda parlare dei cattolici come “persone che erano cresciute" (o che dovevano crescere ... con un dito agitato verso chi ostinatamente si aggrappava alle vecchie abitudini), e, quindi, avevano superato la necessità di superstizioni medievali e fronzoli da barocco di corte. Ma questi discorsi tradiscono un modo del tutto superficiali di pensare, una fusione delle imbecillità di Cannegieter e Hegel. In realtà, l'uomo matura crescendo sia all’esterno della propria anima, tramite le cose che ama e i segni con cui comunica, sia all’interno, il che risulta più reale e più importante del mondo effimero e transitorio che ci circonda.

Questo è il tipo di cristiano educato (e creato, in un certo senso), dalla liturgia tradizionale. Tale liturgia, inoltre, si è sviluppata lungo vari secoli, espandendo la sua forma esteriore fino ad includere tutti i simboli che poteva raggiungere, e al contempo crescendo all’interno, sviluppando pienamente le sue potenzialità interiori, diventando così sempre più sé stessa [5]. Questa liturgia segna e forma l’uomo a sua immagine. La sua ricchezza di segni diviene, nel tempo, il nostro linguaggio di segni. Noi pensiamo e sentiamo con le immagini, le parole e i gesti che essa ci offre e che inculca in noi.

Rammentiamo, con S. Tommaso, il profondo simbolismo dell’incenso, che dovrebbe stare di fronte ai nostri occhi, riempendoci le narici, velando l’immaginazione e portando in raccoglimento la nostra mente. Il suo bruciare verso l’alto, sprigionando soffi di fumo e di fragranza, indica l’offerta del nostro cuore a Dio come soave sacrificio che ci solleva in adorazione al suo trono. Costituisce l’espressione esterna della nostra interiore devozione, e sebbene esso non compia ciò che simbolizza, nondimeno agisce su ciò che pervade.

 NOTE

[1] In IV Sent., d. 1, q. 2, art. 5, qa. 1, obj. 3: “Praeterea, figuralia quae significant id quod semper faciendum est, non debet cessare, sicut de thurificatione, quae significat devotionem, patet.”

[2] Ciò in Italia “non erat antiquitus adhibitum in Sacris Deorum Gentilium. Quisque ad Deos ferebat quod obvium erat, mel, vinum, lac, plerique vero fruges, aut frugum primitias; deinde dabant quae ex frugibus his fiebant, farra et liba. Verum posteaquam Thus ex Arabia in Graeciam, atque in Italiam advectum est, quanquam magnis impensis Romam asportabatur, facile tamen tantillum inde comparabant cujusque fortunae homines etiam tenuissimi, quod Deo libarent.
Pauperes tribus digitis tria grana thuris offerebant. Sed thuris usus in cultu veri Dei antiquissimus est. Unde reprobandus est Henricus Cannegieter asserens propositiones sequentes: 1. Christiani abhorruerunt a thuris usu in sacris; 2. Thymiamata ex thure in vetere Ecclesia nulla fuerunt.”

[3] Phenomenology of Spirit, trad. A. V. Miller (Oxford: Oxford University Press, 1977), §217, p. 131.

[4] “Sanctitas enim importat puritatem consecratam deo” (Super ad Heb. 7, lec. 4). Nella Summa theologiae II-II, q. 81, a. 8, S. Tommaso nota che la parola sanctus potrebbe derivare da sanguine tinctus, cosparso col sangue. Questa consacrazione purificante e purità consacrata non deriva da noi, ma solo da Cristo (cf. Heb. 9:14–15; Heb. 10:19; Jn. 1:12–13; 1 Th. 4:3).

[5] Nota bene, sempre più sé stessa: è precisamente su questo punto che ci si deve interrogare nei riguardo lo strano bizantinismo innestato al rito romano con la riforma liturgica.

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