La nuorese Grazia Deledda (1871-1936) fu scrittrice di successo; i suoi numerosi romanzi, tutti d’ambientazione sarda, conobbero ampia diffusione e incontrarono costante favore di pubblico, proponendo un mix originalissimo di verismo, psicologismo decadente, amore per le tradizioni popolari ricercate e razionalizzate con sensibilità e strumenti d’indagine non banali. Alla sua fama post mortem nocque, paradossalmente, il premio Nobel per la letteratura assegnatole nel 1926: le conventicole e i salotti chic (ai quali era rimasta fondamentalmente estranea) non le perdonarono mai di aver, sia pure involontariamente, scavalcato l’uno o l’altro degli aspiranti autoreferenziati, e soprattutto le invidiosissime concorrenti di sesso femminile.La chiesa della solitudine è il titolo dell’ultimo romanzo della Deledda; stupefacente, per essenzialità e modernità, sembra a me l’incipit, non indegno di certi coevi e celebratissimi scrittori americani:
«Maria Concezione uscì dal piccolo ospedale del suo paese il sette dicembre, vigilia del suo onomastico. Aveva subìta una grave operazione: le era stata asportata completamente la mammella sinistra, e, nel congedarla, il primario le aveva detto con olimpica e cristallina crudeltà: “Lei ha la fortuna di non essere più giovanissima: ha vent'otto anni mi pare: quindi il male tarderà a riprodursi: dieci, anche dodici anni. Ad ogni modo si abbia molto riguardo: non si strapazzi, non cerchi emozioni. Tranquillità, eh? E si lasci vedere, qualche volta.”
Ella lo guardò, coi grandi occhi neri nel viso scarno e verdastro d'angelo decaduto: avrebbe voluto fargli le corna o qualche altro segno di scongiuro, ma in fondo non credeva a queste cose e da molto tempo era rassegnata al suo destino. Si contentò di proporsi di non tornare mai più all'ospedale.
Adesso se ne tornava a casa, tutta avvolta e imbacuccata in un lungo scialle nero, che rendeva più sottile la sua persona alta, e più scuro il suo profilo di beduina.»
La narrazione procede, lungo tutto il romanzo, con semplicità e naturalezza, ma non senza momenti e figure anomali e spiazzanti. Maria Concezione torna a casa – ella ritiene – solo per aspettarvi la morte: deve invece fare i conti non solo con gli appetiti e le incongruenze di chi la circonda e la assedia, ma con il proprio inestinguibile istinto di vivere, amare, confrontarsi; la preghiera, la fede le creano dentro una capacità tutta nuova di amore disinteressato e a tratti quasi disincarnato, ma non senza ritorni, pentimenti, abbandoni, rossori, lacrime; davvero un personaggio complesso, con tratti difficilmente dimenticabili.
Ella lo guardò, coi grandi occhi neri nel viso scarno e verdastro d'angelo decaduto: avrebbe voluto fargli le corna o qualche altro segno di scongiuro, ma in fondo non credeva a queste cose e da molto tempo era rassegnata al suo destino. Si contentò di proporsi di non tornare mai più all'ospedale.
Adesso se ne tornava a casa, tutta avvolta e imbacuccata in un lungo scialle nero, che rendeva più sottile la sua persona alta, e più scuro il suo profilo di beduina.»
La narrazione procede, lungo tutto il romanzo, con semplicità e naturalezza, ma non senza momenti e figure anomali e spiazzanti. Maria Concezione torna a casa – ella ritiene – solo per aspettarvi la morte: deve invece fare i conti non solo con gli appetiti e le incongruenze di chi la circonda e la assedia, ma con il proprio inestinguibile istinto di vivere, amare, confrontarsi; la preghiera, la fede le creano dentro una capacità tutta nuova di amore disinteressato e a tratti quasi disincarnato, ma non senza ritorni, pentimenti, abbandoni, rossori, lacrime; davvero un personaggio complesso, con tratti difficilmente dimenticabili.
La chiesa della solitudine uscì in libreria nel 1936; nello stesso anno, nel giorno dell’Assunta in Cielo, Grazia Deledda moriva, consumata dal medesimo male di Maria Concezione, che in questo modo, nel finale, riesce a parlarne: «È un male che, come la lebbra, come la tisi, è finora inguaribile; e, dicono, si trasmette ai figli. (...) C'è una specie di vergogna a parlare di certi mali, a mostrare le intime piaghe del corpo: io ho avuto questa vergogna, dimenticandomi che Gesù fece delle sue piaghe le lampade che illuminano il mondo più del sole e le stelle.»
La chiesetta della solitudine, di fianco alla casa in cui abitano la protagonista del romanzo e sua madre, esiste davvero: a Nuoro, all’inizio della strada che sale verso il monte Ortobene, se ne può visitare la ricostruzione effettuata cinquant’anni fa: da allora, nel verde degli abeti, vi riposano le spoglie di Grazia Deledda.
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Il brano qui di seguito fa riferimento a un rito struggente dell’antica tradizione del Triduo pasquale. Al termine della messa del giovedì santo “In coena Domini”, il Santissimo Sacramento veniva traslato dal tabernacolo dell’altare maggiore a un altare laterale, nel buio completo animato solo dalla scarsa luce di torce e candele, al canto commosso dell’inno “Pange lingua gloriosi Corporis mysterium”. Poi il celebrante e i ministranti tornavano in sacrestia e deponevano i paramenti bianchi; celebrante e diacono indossavano una stola violacea e rientrati in chiesa procedevano alla spogliazione di tutti gli altari, escluso quello in cui era stato traslato il Santissimo. La cerimonia era sobria e rapida, tutte le suppellettili sacre venivano asportate (croci, reliquie, candelieri, tovaglie), le immagini e gli oggetti che non era possibile spostare venivano ricoperti da appositi drappi violacei. Intanto veniva recitato (non cantato) il terribile salmo 21: “Deus meus, Deus meus, quare me dereliquisti?”, preceduto e seguito dall’antifona “Dìvidunt sibi indumenta mea, et de veste mea mittunt sortem” [Dio mio, perché mi hai abbandonato? – Si dividono le mie vesti, e sulla mia tunica gettano la sorte]. Davanti all’altare del Santissimo, illuminato da candele grandi e piccole, i fedeli giungevano e in silenzio s’inginocchiavano nell’adorazione. Questo rito, che si protraeva fino a tarda notte, coi fedeli che si spostavano di chiesa in chiesa, era conosciuto come “visita ai Sepolcri”. Ai piedi dell’altare venivano deposti tutto intorno vasi, bacinelle, pentole con i fiori pallidi del grano o del granturco lasciati germogliare al buio, negli armadi, nei ripostigli di ogni casa, già da qualche mese, e ora portati a far compagnia, come uno spettrale, malinconico corteo, a Gesù agonizzante nell’orto del Getsemani, abbandonato anche dagli amici più cari, orante e supplicante nel sudore insanguinato.
Nella chiesetta della solitudine, naturalmente, non c’è il Santissimo, né un celebrante fisso; ma la protagonista la prepara ugualmente, come può e come sa:
Nella chiesetta della solitudine, naturalmente, non c’è il Santissimo, né un celebrante fisso; ma la protagonista la prepara ugualmente, come può e come sa:
«Il mercoledì santo, Concezione preparò nella chiesetta il Sepolcro di Nostro Signore. Poco più sotto i gradini dell'altare stese un'antica coperta filata e tessuta dalla nonna del padre, la moglie del famoso rapinatore, riserbata solo per l'uso della sacra ricorrenza: era di lana di pecora, ma sembrava di seta cruda, con un bordo di greche nere, e sul fondo fiori di asfodelo. Vi depose al centro il crocefisso di legno, che il resto dell'anno rimaneva appeso, stanco e rassegnato, alla parete nell'angolo della chiesa. Steso sulla coperta parve un altro; il viso dolce e olivastro, bucato dai tarli come quello di uno che ha sofferto il vaiuolo, pulito dalla polvere, si rivolgeva in alto, gli occhi si socchiudevano, le membra tutte, pur così inchiodate e insecchite, si distendevano, nude e d'una castità di ramo stroncato dal vento, con un vero abbandono di riposo. Era, sì, come il ramo caduto sull'erba, stroncato dal vento o dal potatore, non morto, anzi pronto a germogliare di nuovo, se la terra lo riprende: e Concezione, in quel giorno di acerba primavera, sentiva anche lei qualche cosa di simile. Sette piattini fondi, dove ella aveva fatto germogliare nell'acqua un po' di grano, furono collocati, come diadema di rinascita, intorno alla testa del Cristo: era bianco, il grano, e odorava di amido: come simbolo poteva andare, ma sarebbe stato troppo melanconico, quasi innaturale, come i capelli dei neonati, cresciuti nel buio delle viscere materne, se in sette bicchieri di vetro, uno diverso dall'altro, non avessero riprodotto i colori dell'arcobaleno i primi fiori dell'orto e quelli del ciglione sopra la valle: viole, narcisi, violacciocche, margherite bianche e arancione, e pervinche nel colore cielo di marzo. Stretti e lunghi erano i mazzolini; e pareva si sorridessero, infantili, al di sopra dei pallidi ciuffi del grano, illuminando l'aria coi loro colori.
Quando ebbe finito, Concezione s'inginocchiò sul lembo rimasto libero del tappeto, piegandosi a baciare i piedi di Nostro Signore: e le parve che il freddo di quelle dita stanche non fosse il freddo della morte, ma quello di un povero che non ha fuoco e aspetta il primo sole primaverile per riscaldarsi.»
[Il romanzo di Grazia Deledda, in libreria grazie alla romana Newton & Compton, è anche leggibile, e liberamente scaricabile, in versione integrale, nel sito Internet
http://www.liberliber.it/biblioteca/d/deledda/la_chiesa_della_solitudine/pdf/la_chi_p.pdf]
Quando ebbe finito, Concezione s'inginocchiò sul lembo rimasto libero del tappeto, piegandosi a baciare i piedi di Nostro Signore: e le parve che il freddo di quelle dita stanche non fosse il freddo della morte, ma quello di un povero che non ha fuoco e aspetta il primo sole primaverile per riscaldarsi.»
[Il romanzo di Grazia Deledda, in libreria grazie alla romana Newton & Compton, è anche leggibile, e liberamente scaricabile, in versione integrale, nel sito Internet
http://www.liberliber.it/biblioteca/d/deledda/la_chiesa_della_solitudine/pdf/la_chi_p.pdf]
Giuseppe



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