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domenica 3 gennaio 2010

Echi tridentini: Grazia Deledda e la chiesa della solitudine

La nuorese Grazia Deledda (1871-1936) fu scrittrice di successo; i suoi numerosi romanzi, tutti d’ambientazione sarda, conobbero ampia diffusione e incontrarono costante favore di pubblico, proponendo un mix originalissimo di verismo, psicologismo decadente, amore per le tradizioni popolari ricercate e razionalizzate con sensibilità e strumenti d’indagine non banali. Alla sua fama post mortem nocque, paradossalmente, il premio Nobel per la letteratura assegnatole nel 1926: le conventicole e i salotti chic (ai quali era rimasta fondamentalmente estranea) non le perdonarono mai di aver, sia pure involontariamente, scavalcato l’uno o l’altro degli aspiranti autoreferenziati, e soprattutto le invidiosissime concorrenti di sesso femminile.

La chiesa della solitudine è il titolo dell’ultimo romanzo della Deledda; stupefacente, per essenzialità e modernità, sembra a me l’incipit, non indegno di certi coevi e celebratissimi scrittori americani:


«Maria Concezione uscì dal piccolo ospedale del suo paese il sette dicembre, vigilia del suo onomastico. Aveva subìta una grave operazione: le era stata asportata completamente la mammella sinistra, e, nel congedarla, il primario le aveva detto con olimpica e cristallina crudeltà: “Lei ha la fortuna di non essere più giovanissima: ha vent'otto anni mi pare: quindi il male tarderà a riprodursi: dieci, anche dodici anni. Ad ogni modo si abbia molto riguardo: non si strapazzi, non cerchi emozioni. Tranquillità, eh? E si lasci vedere, qualche volta.”
Ella lo guardò, coi grandi occhi neri nel viso scarno e verdastro d'angelo decaduto: avrebbe voluto fargli le corna o qualche altro segno di scongiuro, ma in fondo non credeva a queste cose e da molto tempo era rassegnata al suo destino. Si contentò di proporsi di non tornare mai più all'ospedale.
Adesso se ne tornava a casa, tutta avvolta e imbacuccata in un lungo scialle nero, che rendeva più sottile la sua persona alta, e più scuro il suo profilo di beduina


La narrazione procede, lungo tutto il romanzo, con semplicità e naturalezza, ma non senza momenti e figure anomali e spiazzanti. Maria Concezione torna a casa – ella ritiene – solo per aspettarvi la morte: deve invece fare i conti non solo con gli appetiti e le incongruenze di chi la circonda e la assedia, ma con il proprio inestinguibile istinto di vivere, amare, confrontarsi; la preghiera, la fede le creano dentro una capacità tutta nuova di amore disinteressato e a tratti quasi disincarnato, ma non senza ritorni, pentimenti, abbandoni, rossori, lacrime; davvero un personaggio complesso, con tratti difficilmente dimenticabili.

La chiesa della solitudine uscì in libreria nel 1936; nello stesso anno, nel giorno dell’Assunta in Cielo, Grazia Deledda moriva, consumata dal medesimo male di Maria Concezione, che in questo modo, nel finale, riesce a parlarne: «È un male che, come la lebbra, come la tisi, è finora inguaribile; e, dicono, si trasmette ai figli. (...) C'è una specie di vergogna a parlare di certi mali, a mostrare le intime piaghe del corpo: io ho avuto questa vergogna, dimenticandomi che Gesù fece delle sue piaghe le lampade che illuminano il mondo più del sole e le stelle

La chiesetta della solitudine, di fianco alla casa in cui abitano la protagonista del romanzo e sua madre, esiste davvero: a Nuoro, all’inizio della strada che sale verso il monte Ortobene, se ne può visitare la ricostruzione effettuata cinquant’anni fa: da allora, nel verde degli abeti, vi riposano le spoglie di Grazia Deledda.


*

Il brano qui di seguito fa riferimento a un rito struggente dell’antica tradizione del Triduo pasquale. Al termine della messa del giovedì santo “In coena Domini”, il Santissimo Sacramento veniva traslato dal tabernacolo dell’altare maggiore a un altare laterale, nel buio completo animato solo dalla scarsa luce di torce e candele, al canto commosso dell’inno “Pange lingua gloriosi Corporis mysterium”. Poi il celebrante e i ministranti tornavano in sacrestia e deponevano i paramenti bianchi; celebrante e diacono indossavano una stola violacea e rientrati in chiesa procedevano alla spogliazione di tutti gli altari, escluso quello in cui era stato traslato il Santissimo. La cerimonia era sobria e rapida, tutte le suppellettili sacre venivano asportate (croci, reliquie, candelieri, tovaglie), le immagini e gli oggetti che non era possibile spostare venivano ricoperti da appositi drappi violacei. Intanto veniva recitato (non cantato) il terribile salmo 21: “Deus meus, Deus meus, quare me dereliquisti?”, preceduto e seguito dall’antifona “Dìvidunt sibi indumenta mea, et de veste mea mittunt sortem” [Dio mio, perché mi hai abbandonato? – Si dividono le mie vesti, e sulla mia tunica gettano la sorte]. Davanti all’altare del Santissimo, illuminato da candele grandi e piccole, i fedeli giungevano e in silenzio s’inginocchiavano nell’adorazione. Questo rito, che si protraeva fino a tarda notte, coi fedeli che si spostavano di chiesa in chiesa, era conosciuto come “visita ai Sepolcri”. Ai piedi dell’altare venivano deposti tutto intorno vasi, bacinelle, pentole con i fiori pallidi del grano o del granturco lasciati germogliare al buio, negli armadi, nei ripostigli di ogni casa, già da qualche mese, e ora portati a far compagnia, come uno spettrale, malinconico corteo, a Gesù agonizzante nell’orto del Getsemani, abbandonato anche dagli amici più cari, orante e supplicante nel sudore insanguinato.
Nella chiesetta della solitudine, naturalmente, non c’è il Santissimo, né un celebrante fisso; ma la protagonista la prepara ugualmente, come può e come sa:
«Il mercoledì santo, Concezione preparò nella chiesetta il Sepolcro di Nostro Signore. Poco più sotto i gradini dell'altare stese un'antica coperta filata e tessuta dalla nonna del padre, la moglie del famoso rapinatore, riserbata solo per l'uso della sacra ricorrenza: era di lana di pecora, ma sembrava di seta cruda, con un bordo di greche nere, e sul fondo fiori di asfodelo. Vi depose al centro il crocefisso di legno, che il resto dell'anno rimaneva appeso, stanco e rassegnato, alla parete nell'angolo della chiesa. Steso sulla coperta parve un altro; il viso dolce e olivastro, bucato dai tarli come quello di uno che ha sofferto il vaiuolo, pulito dalla polvere, si rivolgeva in alto, gli occhi si socchiudevano, le membra tutte, pur così inchiodate e insecchite, si distendevano, nude e d'una castità di ramo stroncato dal vento, con un vero abbandono di riposo. Era, sì, come il ramo caduto sull'erba, stroncato dal vento o dal potatore, non morto, anzi pronto a germogliare di nuovo, se la terra lo riprende: e Concezione, in quel giorno di acerba primavera, sentiva anche lei qualche cosa di simile. Sette piattini fondi, dove ella aveva fatto germogliare nell'acqua un po' di grano, furono collocati, come diadema di rinascita, intorno alla testa del Cristo: era bianco, il grano, e odorava di amido: come simbolo poteva andare, ma sarebbe stato troppo melanconico, quasi innaturale, come i capelli dei neonati, cresciuti nel buio delle viscere materne, se in sette bicchieri di vetro, uno diverso dall'altro, non avessero riprodotto i colori dell'arcobaleno i primi fiori dell'orto e quelli del ciglione sopra la valle: viole, narcisi, violacciocche, margherite bianche e arancione, e pervinche nel colore cielo di marzo. Stretti e lunghi erano i mazzolini; e pareva si sorridessero, infantili, al di sopra dei pallidi ciuffi del grano, illuminando l'aria coi loro colori.
Quando ebbe finito, Concezione s'inginocchiò sul lembo rimasto libero del tappeto, piegandosi a baciare i piedi di Nostro Signore: e le parve che il freddo di quelle dita stanche non fosse il freddo della morte, ma quello di un povero che non ha fuoco e aspetta il primo sole primaverile per riscaldarsi


[Il romanzo di Grazia Deledda, in libreria grazie alla romana Newton & Compton, è anche leggibile, e liberamente scaricabile, in versione integrale, nel sito Internet
http://www.liberliber.it/biblioteca/d/deledda/la_chiesa_della_solitudine/pdf/la_chi_p.pdf]

Giuseppe

19 commenti:

  1. Questa riabilitazione della tradizione dei Sepolcri, che si sperava oramai in fase di decozione, è meno scandalosa di quella che m'è stata recentemente segnalata sulla Rivista Liturgica http://www.rivistaliturgica.it/upload/2007/sommario6.asp evidentemente affetta da tridentinismo di ritorno.

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  2. <span style="font-family: Arial; color: #333333; mso-bidi-font-weight: bold; mso-ansi-language: IT; mso-fareast- mso-fareast-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">Jacopo nel suo approccio ai testi si muove con uno schema ideologico e teologico precostituito, al quale piega i documenti esaminati, non senza fare loro violenza e passando continuamente dal piano dell’indagine letteraria alla liturgia, in un discorso che necessariamente finisce col non avere né rigore letterario, né rigore teologico. Egli piega la sua interpretazione del dato letterario alla tesi apologetica che vuole affermare o alla polemica intraconfessionale e ideologica che intende perseguire: lo spirito anticonciliare soggiacente a molte sue affermazioni consente di mettere in discussione il presunto rigore delle tesi su cui pretende di basarsi. </span>

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  3. Il buon d. mercenaro deve avere pazienza: noi poveri tridentini di ritorno siamo tutti un po' ritardati e abbiamo bisogno di spiegazioni e argomentazioni più semplici. Provi ancora, Dio gliene renderà merito. *DONT_KNOW*

    Don Concilio, purtroppo, è più ritardato di noi e spedisce il solito commento (che opportunamente si è fatto scrivere da qualcuno che sa scrivere), senza accorgersi che stavolta Jacopo è innocente. :-D

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  4. Rinconcilionito :-D :-D

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  5. vedi, giuseppe,
    in realtà quel donconcilio lì è un ottimo esegeta-letterato-imitatore umoristico di personaggi del blog,
    che ha riportato qui il suo commento critico già usato per il pezzo su Rimbaud...
    Il vero donconcilio non credo proprio si interessi di letteratura!

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  6. ...però io vorrei proprio sapere questo don concilio dove vede lo <span><span>"spirito anticonciliare"  in questo saggio su Grazia Deledda !</span></span>
    (per imparare "acume" critico da lui...)
    O:-)

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  7. Stavo ascoltando in rete un canto popolare sardo (eseguito dai Tenores di Bitti) e - chissà perché? - quando il coro ha attaccato con un ritornello del tipo: "Arimbam arimbambiti" ho subito pensato a d. mercenaro e don concilio.
    http://www.youtube.com/watch?v=NpgI8U0nzs4&feature=fvw

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  8. Grandissima Grazia Deledda. Ha meritato il Nobel scrivendo libri bellissimi, per la psicologia dei personaggi e per la descrizione che fa della sua isola natìa.
    Un autore che la scuola non ci fa fatto né conoscere né amare; meno male che esiste la Newton & Compton.
    Un giorno trovai in libreria un "Mammut" da £ 10.000 con dieci romanzi della ns. autrice e lo comprai tanto per avercelo; invece in poco tempo li lessi tutti: Elias Portolu, Canne al Vento, La madre, Colombi e sparvieri ecc.
    Terminato il tomone ne acquistai un altro con altri dieci romanzi, tra cui quello citato nel post.
    La prima volta che andai in Sardegna mi sembrava di esserci sempre stato!!
    Lettura consigliata

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  9. Caro Giuseppe, devo muovere due appunti al tuo commento.
    1. La chiesa non poteva essere al buio perché prima della riforma di Pio XII la messa in Cœna D.ni veniva celebrata al mattino, mentre la sera si teneva l'ufficio delle tenebre.
    2. Le croci e le immagini non erano velate a questo punto ma la domenica di passione, quella precedente alla domenica delle palme.

    A parte le due imprecisioni grazie per il richiamo a questa bellissima opera di G. Deledda.

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  10. Caro Don Gianluigi:
    grazie di cuore per le tue osservazioni.
    1. Per quanto riguarda il buio nella chiesa, la mia colpa sta nel non aver precisato che il rito dei "Sepolcri" così come lo presento nel testo si riferisce non all'epoca della Deledda, ma a miei ricordi d'infanzia; tali ricordi si rifanno agli anni che seguono il 1955, data della riforma di Pio XII.
    2. Sulle croci e le immagini velate, ho fatto un pastrocchio col rito della spoliazione degli altari. Il rimbambimento avanza inesorabile  :-[ . (Però... Magari puoi aiutare tu la mia memoria: la croce che precedeva la processione delle palme, era velata? A me sembra di ricordare di no...).

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  11. la descrizione del giovedì Santo fatto da Grazia non è un semplice ricordo. Da noi, in Sardegna, vige tutt'ora identica come allora. Le cerimonie e i riti del triduo pasquale sopnop rimasti tali e quali erano 50 anni fa. la Nuova Liturgia, grazie alla popolazione e ai parroci attenti è stata applicata avendo cura di mantenere le antiche tradizioni cui la gente è molto orgogliosa di seguire. Il Venerì Santo poi è tutto un giorno dedicato al Signore: la mattina intorno alle 8 inizia la grande e lunga via Crucis che culmina con la crocefissione (Cristo a grandezza naturale) nella chiesa parrocchiale alle 12. Segue la funzione liturgica della Croce alle 15, quindi la deposizione alle 19 (con Giuseppe D'arimatea e Nicodemo in costumi secenteschi) e  la sepoltura che termina intorno alle 11 di notte. La domenica poi c'è la bellissima processione dell'incontro di Maria con Gesù risorto al canto dell'esultet.
    Come avrete notato la Sacra Liturgia del Venerdì Santo è inserita in questo grande percorso del Venerdì Santo. Tradizione e Liturgia si sono unite senza problemi.
    Giovanni

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  12. caro giuseppe
    la croce che precede la processione della Domenica delle palme non è velata ma ornata di rami di palme elaborate, rani d'ulivo e fiori. ricorda la Festa!
    Giovanni

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  13. Grande scrittrice la conterranea Grazia Deledda. Nelle scuole sarde c'è ancora qualche professore di lettere che propone le sue opere agli alunni. Ai miei tempi ce la facevano studiare approfonditamente e molti di noi la odiavano. Personalmente l'ho riscoperta nei ventitrè anni trascorsi in "continente" da emigrato. Leggendo i suoi romanzi ci si immerge nella realtà sarda a lei contemporanea, descritta con crudo realismo, tanto che i nuoresi ancora non l'hanno perdonata.  Sembra di sentire i profumi del sottobosco, gli aromi della carne che cuoce sulla brace, il sapore del robusto vino decantato anche dal D'Annunzio. Certo nella seconda metà degli anni venti il Nobel per la letteratura non lo davano a geni come Dario Fò!!? Grazie a Dio, come ha già detto Giovanni, molte delle tradizioni descritte in questo, ma anche in altri romanzi deleddiani, sono ancora in auge.

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  14. bellissimo e toccante poi il momento in cui alla Madonna viene levato il velo nero e il coro esplode nel canto <span style="">Regína cœli lætáre, allelúia:</span>
    <span style="">Quia quem meruísti portáre, allelúia:</span>
    <span style="">Resurréxit sicut dixit, allelúia:</span>
    <span style="">Ora pro nobis Deum, allelúia.</span>
    <span style=""></span>
    <span style="">Venite a gustare questi momenti in Sardegna.</span>
    <span style="">giovanni</span>

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  15. Rafminimi13@libero.it4 gennaio 2010 15:50

    Grande la Deledda!
    Nel mentre augur buon anno a tutti/e, vorrei sapere perchè sono stati rimossi i miei commenti ai riti cinesi (anche se un'idea la avrei circa il perché*)
    LA Sardegna è davvero un pianeta ancora tutto da scoprire.
    Adesso fatevi due risate:
    negli anni '60, appena si cominciò a parlare di ecumenismo, una chiesa protestante scrisse alle insituzioni cattoliche sarde, offrendosi di collaborara alla diffusione della cultura religiosa nell'isola, che, da questo punto di vista era tutta incolta.
    D
    Una di queste istituzioni cattoliche, rispose con una lettera in sardo stretto che si concludeva con la frase "SA SARDINIA è TODUSA IN-CUL-TI-VADA", Scritto proprio così: con i trattini

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  16. La tua memoria è ancora ottima, perché l'unica eccezione alla norma liturgica che prevedeva la velatura delle croci era proprio quella che riguardava la croce portata dal suddiacono nella processione della domenica delle palme

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  17. simpatico l'annedoto che riporti caro  <span style="CURSOR: pointer"><span style="color: #476cb8;">Rafminimi13@libero.it avresti però dovuto fare la traduzione, eheh...</span></span>
    <span style="CURSOR: pointer"><span style="color: #476cb8;">Vero è che i sardi amano fare allegoria  e usare metafore (faeddare in suspos= parlare in metafora; dire una cosa per indicarne un'altra...) nel parlare e nello scrivere, come ebbe a dire una vecchietta ad una persona che non capiva il sardo, ella fingendo di non conoscere l'italiano si espresse in questo modo: "quello che ho detto anche se maledetto sia lei mi capisce"...  </span></span>

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  18. comunque la frase esatta era "SA SARDIgNA e TOtus IN-CUL-TI-VADA",
    si noti che la congiunzione "e" starebbe per il verbo "est", ma in questo caso fingendo un errore si vuole dire esattamente: la Sardegna e tutti.... una lettura superficiale leggerebbe: la Sardegna è tutta...
    eheheheeh bello il logudorese, lingua neolatina 
    Giovanni

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  19. Nicolas Gomez Davila4 gennaio 2010 22:49

    Nei pasi intellettualmente indigenti, il patriottismo del lettore compensa lo scarso talento dell'autore.

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