lunedì 23 novembre 2009

Giansenismo e falso concetto di "partecipazione attiva"

Cari fratelli, avevo considerato in un precedente articolo come una preziosa categoria liturgica - ovvero il concetto di partecipazione activa (actuosa participatio) - drammaticamente stravolta, è divenuta il grimaldello della sovversione liturgica.

Abolizione del latino, canti selvaggi, adeguamenti al cosiddetto uomo di oggi, stravolgimenti arbitrari di testi pur blindati persino dalla nuove rubriche, sciagurata architettura, distruzione di tanti tesori liturgici, e chi più ne ha più ne metta, insomma tutti gli abusi al limite del sopportabile, come – troppo buono – li ha descritti il Papa nella lettera ai Vescovi che accompagna il motu proprio «Summorum Pontificum», tutti sono giustificati dalla parola magica partecipazione attiva.

Mi perdoni S. Agostino se riassumo tutti gli argomenti dei novatori per giustificare gli abusi più raccapriccianti con “Cerca la partecipazione attiva e fa’ ciò che vuoi”.

È evidente che quando S. Pio X e Pio XII parlavano di partecipazione attiva non intendevano la stessa cosa di certi trinariciuti liturgisti di oggi: per i pontefici, siccome tutto ciò che è per partecipazione necessita di ciò che è per essenza (omne quod est per participationem causatur ab eo quod est per essentiam, direbbe San Tommaso; cf. S. Th. I, 61, 1), e nella S. Messa, «è contenuto e si immola incruentemente quello stesso Cristo che si offrì cruentemente una sola volta sull’altare della croce… Unica e medesima è la vittima; chi ora offre per mezzo del sacerdote, è il medesimo che si offrì allora sulla croce; diverso solamente è il modo dell’offerta» (C. d. Trento, XXII, 2), partecipare non significa altro che accettare di essere uniti in tutto a Cristo, “fino alla fine” (Gv 13, 1), fino al supremo Sacrificio.

Per gli altri, partecipazione attiva, conformemente al principio cardine del pensiero moderno Io penso sopra tutto – quindi creazione del reale da parte del soggetto e non adeguamento del soggetto al reale oggettivo – si traduce con l’io faccio, io creo la liturgia, una liturgia–azione, e quindi azione umana che soppianta la actio divina.

Mi ero di ripromesso di cercare di vedere quali potessero essere le cause del passaggio di questa categoria distorta di actuosa participatio all’interno della mentalità della prassi ecclesiale dominate oggi: e, anche dopo la lettura di un prezioso articolo di Bryan Houghton («Orazione, grazia e liturgia», Conoscenza Religiosa [Firenze: La Nuova Italia], 1 (gennaio – marzo -1969), 90-108), mi sono fatto l’idea che ci troviamo in pieno giansenismo liturgico; ovvero, se S. Girolamo poté dire che il mondo si svegliò ariano – tanta era stata la penetrazione di queste idee persino tra i vescovi del tempo, oggi si potrebbe dire che ci siamo svegliati giansenisti.

Di primo acchito si potrebbe pensare che niente sia più distante della nuova liturgia e dagli errori moderni quanto il giansenismo.

Infatti, non battevano forse il tasto i giansenisti sul piccolo numero degli eletti, e oggi invece l’inferno è obbligatoriamente vuoto e tutto finisce a tarallucci e vino?

E non limitavano forse i giansenisti la Comunione a pochissime occasioni, e oggi invece si è cancellato dalla sequenza del Corpus Domini – almeno nella traduzione italiana - il non mittendum canibus, parole pur dette da Gesù, con conseguente allargamento della S. Comunione in tutti i modi più irriguardosi e a tutte le categorie di peccatori, privati e pubblici, non ancora pentiti e senza confessione? (Sto parlando di abusi nella prassi)

No, dirà qualcuno, il giansenismo non c’entra con la sovversione della liturgia e con i neo-modernisti di oggi.

E allora io dico:

Chi sono stai i primi – pretendendo di restare in seno alla Chiesa cattolica - a propugnare il volgare nei testi liturgici? I giansenisti.

Chi sono stai i primi a fare la fronda al magistero ordinario con la storiella dell’assenso interno che si sarebbe potuto non prestare? I giansenisti.

Chi sono stai i primi a cercare di veicolare all’interno della Chiesa gli errori del tempo (razionalismo + protestantesimo)? I giansenisti, veri e propri modernisti ante litteram.

E l’episcopato francese gallicano, antesignano delle rivoltose conferenze episcopali odierne, di che cosa odorava? Di giansenismo.

E le prime riforme liturgiche intentate in Francia, contro le quali il buon dom Prosper Gueranger dovette lottare e sudare ben più di sette camice, e che assomigliavano tanto alla nuova Messa, di che cosa erano impregnate? Di razionalismo e di giansenismo.

I primi ribelli al Papa nella storia della Chiesa, che pretendevano però di star nella chiesa e di essere i veri cattolici, chi sono stati? I giansenisti.

E sì cari fratelli, allora l’ipotesi che i giansenisti siano i nonni della applicazione della riforma liturgica comincia a non essere più tanto campata in aria.

Ora dobbiamo chiederci in che modo il giansenismo abbia ragione di causa rispetto agli abusi liturgici di oggi e alla distorsione della preziosa categoria di partecipazione attiva, che - non dimentichiamo - , è patrimonio della Tradizione, nella sua retta e vera suppositio.

Mi pare che l’influsso giansenista consista essenzialmente nell’oblio dell’azione divinizzante della grazia, della divinizzazione causata dalla grazia santificante, divinizzazione totalmente ignorata dai giansenisti. Per costoro, e Dio mi perdoni se oso ripetere simili errori – l’uomo, dopo il peccato originale, è vittima della concupiscenza, ed è del tutto incapace di atti salutari se non toccato dalla grazia efficace.

Secondo i giansenisti, queste grazie efficaci, riservate ad un piccolo numero di eletti, trascinerebbero invincibilmente l’uomo – quindi nemmeno libero - a compiere le buone azioni.

Vediamo ora le differenze dalla sana teologia cattolica.

È vero che l’uomo, dopo il peccato originale, è insanabile se non con l’intervento di Dio; ma questo intervento non si riduce ad influenzare le azioni umane (ciò che noi chiamiamo grazie attuali), ma soprattutto consiste nella grazia santificante, per cui l’uomo da ingiusto diventa giusto, da nemico amico ed erede secondo la speranza della vita eterna (cf. Conc. di Trento, decr. De Iustificatione).

Gli atti salutari dell’uomo non sono dunque l’esito di grazie concesse quanto mai ad libitum da parte di Dio verso pochi, ma di una vera e propria azione santificatrice che trasforma l’essenza dell’uomo, che lo rende santo: gli atti salutari sono dunque quelle operazioni che scaturiscono dal nuovo essere dell’uomo santo e deiforme, dall’essere dell’uomo nuovo giustificato, creato secondo Dio nelle santità della verità (cf Ef. 4, 24).

Da queste due concezioni della giustificazione derivano due concezioni inconciliabili e irriducibili l’una all’altra della preghiera: da un lato questa non sarà che un agire dell’uomo, atto necessario trascinato da una grazia data hic et nunc: dall’altro la preghiera sarà come il riflesso di tutto l’uomo all’azione divina, di un riflettere come uno specchio una luce sempre più luminosa, dove l’agire umano cede sempre più il posto all’azione divina, e dove questo cedere il passo arricchisce l’azione umana.

È per questo che S. Tommaso definisce i gradi più elevati di orazione, ovvero la contemplazione, intuitum simplicis veritatis, simplicem cognitionem intelligibilis veritatis, semplice veduta intellettuale della verità, al di sopra di ogni espressione verbale (S. Th. II-II, 180, 3 e 6).

Il giansenismo, privo della categoria della divinizzazione dell’uomo e colpevolmente privo di tutta la ricchezza contenuta nel decreto De Iustificatione, rimane solo con l’azione - forzata - dell’uomo.

Queste idee purtroppo hanno passato i secoli, e ce le siamo ritrovate invisibilmente dominanti nell’immediato pre-concilio; come prova porto da un lato le preoccupazioni per un falso concetto di partecipazione attiva mostrate già da Pio XII nell’Enciclica Mediator Dei e nel discorso «Vous Nous avez demandé» (ai partecipanti al 1° Congresso internazionale di Liturgia Pastorale, del 22 settembre 1956): dall’altro la non troppa fatica a far dimenticare il latino in quattro e quattr’otto, nonostante la grande costituzione apostolica – fatta scomparire dalla circolazione come i mafiosi occultano il corpo del delitto colandovi sopra del cemento – Veterum Sapientia, di Giovanni XXIII.

La terapia tomista.

Cari fratelli, dobbiamo riappropriarci della partecipazione attiva, categoria scippata e distorta dai neo-modernisti.

Sarebbe un medico da poco uno che sapesse fare solo la diagnosi, ma non sapesse proporre una terapia. E sarebbe un medico superbo chi volesse intraprendere questa ardua impresa con le sue sole forze: e allora lasciamo al parola a S. Tommaso.

Secondo l’Aquinate, “nell'orazione vocale ci possono essere tre tipi di attenzione. Primo, l'attenzione materiale, con cui si bada a non sbagliare le parole. Secondo, l'attenzione al senso delle parole. Terzo, l'attenzione al fine della preghiera, cioè a Dio e allo scopo per cui si prega: ed è la più necessaria. E questa possono averla anche gli ignoranti. Talora anzi quest'attenzione che innalza l'anima a Dio è così forte, da farle dimenticare ogni altra cosa, come afferma Ugo di S. Vittore” (S. Th., II-II, 83, 13).

I novatori riducono la partecipazione attiva alla comprensione del senso delle parole: tutto in volgare con i vari ministri che adattano e ricreano, in un alchemico solve et coagula, quello che i fedeli dovrebbero capire; le orribili nuove chiese sono gli alambicchi di questi macabri esperimenti.

Il buon cristiano – seguendo San Tommaso - realizza invece una sintesi organica di tre componenti, tutte e tre parti integrali della vera partecipazione attiva:

1) “attenzione materiale, con cui si bada a non sbagliare le parole” (attenditur ad verba, ne quis in eis erret): questo è un dovere del celebrante, della schola quando volge l’attenzione a cantare bene, del fedele quando risponde pubblicamente. Il testo liturgico esige un grande rispetto, come pure le rubriche.

2) “sul senso delle parole” (attenditur ad sensum verborum): sia chiaro che i tradizionalisti non sono quelli che non vogliono capire, (anche se non fanno della esatta comprensione verbale l’unico elemento costitutivo della partecipazione attiva). La ricerca di questa comprensione rimane un dovere, da perseguire con soavità, senza affanno, con una preparazione remota, secondo le capacità di ognuno; ma questa ricerca va fatta soprattutto prima di entrare in chiesa (spiegherò meglio tra breve).

3) “su Dio e la cosa per la quale si prega” (ad Deum et ad rem pro qua oratur): nec lingua valet dicere nec littera exprimere quid sit Jesum diligere! Ecco che nella celebrazione del mistero liturgico Dio irrompe nell’anima: e se l’anima ha un elevato grado di orazione, Dio le concede, soprattutto nella liturgia, un simplex intuitus veritatis, una semplice veduta intellettuale della verità, senza bisogno di parole.

E a che servono tutti i melismi del canto gregoriano, tutti quegli eh e oh che durano dei minuti, se non a riempire la mistica attesa di queste grazie e far da contorno a tutte le comunicazioni divine, che sgorgano dalla actio liturgica per eccellenza?

È per questo che dicevo prima che la liturgia va compresa verbalmente prima di andare in chiesa, perché - se tutto va come deve andare - dopo non si può più.

Mi si perdoni un paragone profanissimo per spiegare una realtà divina: da buon bolognese, quando la provvidenza mi concede di gustare un buon piatto di tortellini, di sapere cosa c’è esattamente nel ripieno, non me importa un bel niente.

I neo-modernisti liturgici sono come dei camerieri che anziché servire un buon piatto al cliente affamato, gli enunciano ricette, nuove e complicate, che però, ovviamente, non tolgono la fame all’avventore.

Conclusione: ricorso fiducioso a Maria SS.

In conclusione: rifugiamoci ancora una volta, come sempre, sotto la protezione di Maria Santissima: la sua partecipazione al Sacrificio Eucaristico è stata actuosa in modo perfetto: preparandosi per 33 anni al Sacrificio del Figlio, permanendo saldissima nella fede ai piedi della Croce, piena di ardore nelle prime S. Messe celebrate dagli Apostoli. ChiediamoLe che ci conceda di fare anche della nostra vita una participatio actuosa al Sacrifico di Gesù e che conceda alla Chiesa abbondanza di S. Messe dove la participatio actuosa dei fedeli si realizzi nel senso più vero e genuino.

Don Alfredo M. Morselli, Stiatico, 22 novenbre 2009.

9 commenti:

  1. Un grande grazie a Don Morselli per questo scritto chiaro, efficace e ben documentato sul concetto così importante di "partecipazione attiva", autentico punctum dolens sul quale si è combattuta e si combatte, per così dire, la battaglia della buona liturgia.
    Qualcuno sa è possibile reperire in internet il discorso citato di Pio XII (in traduzione italiana)?

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  2. Caro confratello, concordo con la tua acuta analisi confermata da tante mie esperienze. Stamattina ad es. ho assistito alla Messa Tridentina celebrata dai benemeriti Francescani dell'Immacolata in un loro convento (c'erano anche parecchi laici nonostante l'orario: le sette) era la festa di San Clemente sono stato estasiato dai canti gregoriani e polifonici, dalla bellezza e musicalità del latino, dalla ricchezza dei testi: antifone, letture, era come se davanti a me ci fosse una tavola imbandita, non ho potuto mangiare tutto ma sono uscito sazio, commosso: quella Messa era il sacrificio di Gesù, sono rimasto edificato e rafforzato per affrontare la mia giornata con un funerale e un'altra Messa (col Novus Ordo sicuramente inferiore), contatti con le anime, ma ero sostenuto dalla grazia del Signore del mattino e ho cercato anche nelle Messe da me celebrate di trasferire la sacralità, il silenzio, il clima di preghiera del mattino.
    Stranamente al funerale con gente che veniva da fuori pochissimi hanno fatto la comunione (penso avevano paura di fare un sacrilegio vedendo la sacralità che cercavo di mettere nella celebrazione). Tra qualche giorno celebrerò una messa feriale col Messale del 1962 col popolo e vorrei prima proprio spiegare loro quello che tu dici e che nel mio piccolo ho vissuto: la messa tridentina non è pesante perchè non è verbosa e ti permette di partecipare con modalità sempre nuove, favorisce la contemplazione estatica e appaga tutti i sensi: possiamo dire la Messa tridentina è molto più umana.
    don Bernardo

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  3. Assolutamente fantastici, don Alfredo e don Bernardo...che Dio vi benedica sempre, e che mandi tanti sacerdoti come voi!

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  4. I neo-modernisti liturgici sono come dei camerieri che anziché servire un buon piatto al cliente affamato, gli enunciano ricette, nuove e complicate, che però, ovviamente, non tolgono la fame all’avventore.

    L'ho sempre pensato e sono contento di trovare conferma da un confratello più anziano.
    La nuova liturgia, i commenti, i tanti discorsi... non hanno forse la pretesa di rendere un po' tutti degli specialisti dell'azione liturgica?
    Ma i fedeli hanno bisogno di ben altro! Comprendere col cuore e con la mente più che con la testa! E la messa (tridentina) va diritta al cuore!

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  5. Un altro mattone nel muro. Più aumenta la comprensione di ciò che è successo, più appare inquietante il ruolo svolto dal CEVII e sciagurata la scelta di abrogare il VO.
    Gli argomenti con cui i novatori ci avevano persuaso stanno sbriciolandosi uno ad uno. Per combatterli siamo stati costretti a diventare esperti di liturgia e a perdere quella fiducia spontanea che ci portava a fidarci ciecamente di ciò che stabilivano i nostri pastori.
    Abbiamo dovuto abbandonare la semplicità del nostro credere, incominciare a dubitare e a indagare per capire che cosa stava succedendo. Abbiamo scavato, spostato terra e infine scoperto di essere ormai gli ultimi Mohicani della più grande crisi che la Chiesa abbia mai attraversato.
    Abbiamo scoperto che da quarant'anni una nuova religione sta soffocando pian piano l'antica.
    Che disastro!

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  6. Grazie a don Morselli per il 'saporoso', nel senso che ha tutto il gusto della vera Sapienza, e ricco insegnamento e a Sagmarius per la lucida esposizione della nostra situazione.

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  7. un ad maiora per don Bernardo e Don Luigi!

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  8. molto chiaro l'esempio dei tortellini. un fedele non deve chiedersi che cosa gli viene ppropinato da mangiare ma deve semplicemente mangiare senza porsi domande... come dire che non dobbiamo usare la ragione, dono datoci dal Creatore
    mah...
    giovanni

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  9. molto chiaro l'esempio dei tortellini. un fedele non deve chiedersi che cosa gli viene ppropinato da mangiare ma deve semplicemente mangiare senza porsi domande
    mah...


    meschino!
    ma questo (e altro) non lo hai letto?

    ...tutte e tre parti integrali della vera partecipazione attiva:1) “attenzione materiale, con cui si bada a non sbagliare le parole” (attenditur ad verba, ne quis in eis erret): questo è un dovere del celebrante, della schola quando volge l’attenzione a cantare bene, del fedele quando risponde pubblicamente. Il testo liturgico esige un grande rispetto, come pure le rubriche.2) “sul senso delle parole” (attenditur ad sensum verborum): sia chiaro che i tradizionalisti non sono quelli che non vogliono capire, (anche se non fanno della esatta comprensione verbale l’unico elemento costitutivo della partecipazione attiva). La ricerca di questa comprensione rimane un dovere, da perseguire con soavità, senza affanno, con una preparazione remota, secondo le capacità di ognuno; ma questa ricerca va fatta soprattutto prima di entrare in chiesa (spiegherò meglio tra breve).3) “su Dio e la cosa per la quale si prega” (ad Deum et ad rem pro qua oratur): nec lingua valet dicere nec littera exprimere quid sit Jesum diligere! Ecco che nella celebrazione del mistero liturgico Dio irrompe nell’anima: e se l’anima ha un elevato grado di orazione, Dio le concede, soprattutto nella liturgia, un simplex intuitus veritatis, una semplice veduta intellettuale della verità, senza bisogno di parole

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