mercoledì 7 ottobre 2009

Echi tridentini in Mallarmé



Tornando in Italia dall'Irlanda [dopo Heaney] una sosta in Francia è raccomandata. Cercando di volare alto, ecco una perla indiscutibile della letteratura ottocentesca transalpina, "Sainte" di Stéphane Mallarmé [nella foto, scattata niente meno che da Nadar], poesia risalente al 1865:


A la fenêtre recélant
Le santal vieux qui se dédore
De sa viole étincelant
Jadis avec flûte ou mandore,

Est la sainte, pâle, étalant
Le livre vieux qui se déplie
Du Magnificat ruisselant
Jadis selon vêpre et complie:

A ce vitrage d'ostensoir
Que frôle una harpe par l'Ange
Formée avec son vol du soir
Pour la délicate phalange

Du doigt que, sans le vieux santal
Ni le vieux livre, elle balance
Sur le plumage instrumental,
Musicienne du silence.

(Alla finestra ricetto / al sandalo vecchio che si sdora / della sua viola scintillante / con flauto o mandola un tempo // è la santa pallida, e mostra / il libro vecchio che si svolge / del Magnificat fluente / a vespro e compieta un tempo: // a quel vetro d'ostensorio / che sfiora un'arpa dall'Angelo / formata col suo volo della sera / per la delicata falange // del dito che, senza il vecchio sandalo / né il vecchio libro essa oscilla / sul piumaggio strumentale, / musicista del silenzio.)

Poeta difficile per antonomasia (ma un'ambiguità in questi versi è propria della lingua italiana: "santal" in francese è solo il legno di sandalo, al quale ci si riferisce), Mallarmé stesso in una lettera chiarisce l'argomento di questa poesia: una vetrata di chiesa, presumibilmente medioevale, raffigurante santa Cecilia, patrona dei musicisti. Per meglio intendere l'architettura estremamente complessa e raffinata del testo dobbiamo interpretare (non me ne voglia Mallarmé per questo tentativo di chiarimento che avrebbe disapprovato) il verso 9 come uno stato in luogo: "(la santa sta) in quel vetro" eccetera. Il maestro del simbolismo ha qui espresso da par suo una verità tutto sommato semplice e nota (ai tempi) a ogni fedele: la musica liturgica è l'anticipo, la prefigurazione di una musica ineffabile a disposizione di chi sta "oltre", come chi è raffigurato sulle vetrate di una chiesa per esempio. Più in generale voleva forse significare, in linea con la poetica simbolista, che l'arte rimanda a mondi e dimensioni sconosciuti: ma l'immagine che ha trovato più confacente ed espressiva è stata appunto quella della musica sacra, dei Magnificat, dell'ufficio divino e infine della "musica degli angeli", loro corrispettivo celeste. E non era anche questo capacità da parte della Chiesa di confrontarsi e dialogare con il mondo moderno? Alle massime profondità, fra l'altro. O alle vette più alte, se preferite.


Jacopo

5 commenti:

  1. Più in generale voleva forse significare, in linea con la poetica simbolista, che l'arte rimanda a mondi e dimensioni sconosciuti: ma l'immagine che ha trovato più confacente ed espressiva è stata appunto quella della musica sacra, dei Magnificat, dell'ufficio divino e infine della "musica degli angeli", loro corrispettivo celeste. E non era anche questo capacità da parte della Chiesa di confrontarsi e dialogare con il mondo moderno? Alle massime profondità, fra l'altro. O alle vette più alte, se preferite.

    centratissima questa considerazione. Oggi invece la Chiesa è rimasta invischiata nel fango del mondo e occorrerà la mano del Signore e tanta Fede nei credenti perché ne venga fuori

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  2. Eccellente pro memoria, questo Mallarmé, per coloro - e sono tanti - che pensano di potere e sapere scorporare la dimensione "estetica" della liturgia (che ovviamente reputano secondaria) dalla dimensione "dottrinale" (che ritengono senz'altro l'essenza della liturgia).

    La storia universale dell'arte sacra cristiana, musica inclusa, e persino le prove "cristiane" di prospettive artistiche assai più genericamente sacrali, come appunto quella aperta dal simbolismo europeo, dimostrano e ridimostrano che questa comoda scissioncina non è in realtà praticabile. Naturalmente lo dimostrano a chi orecchi per intendere.

    Sullo

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  3. Rutilio Namaziano7 ottobre 2009 17:51

    La vetrata è anche vetro di ostensorio, così l'immagine di Paradiso che ci si disvela non puo trovare paragone se non nell'adorazione eucaristica. Mi sembra una eco - cattolica e squisitamente tradizionale - di grande evidenza e suggestione.

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  4. Leggo dal testo della Redazione:

    Mallarmé stesso in una lettera chiarisce l'argomento di questa poesia: una vetrata di chiesa, presumibilmente medioevale, raffigurante santa Cecilia, patrona dei musicisti.

    ****************

    io non so se ci rendiamo conto della meraviglia di questa argomentazione che porta il poeta ad esprimersi semplicemente guardando una vetrata, evidentemente, molto ben disegnata....

    Mi ha catturato il particolare perchè, sovente, a me piace fermarmi sull'arte religiosa, anche se non me ne intendo ma...santo cielo, i grandi artisti NON dipengevano LA FEDE per gli esperti ma proprio PER IL POPOLO
    ;-)
    anzi cercavano proprio di rendere VISIBILE L'INVISIBILE pur rimanendo nel mistico...

    Oggi mi giro in certe chiese, mi prende un morso di TRISTEZZA e spesso dico: come fa quest'arte ad ispirare i poeti e i letterati?
    No! non è possibile...
    e stiamo davvero perdendo l'estro autentico, quello della semplicità, quello che da un dipinto ben fatto smuove il cuore del poeta e spesso dal cuore di poeta in versi, nascevano altri dipinti altrettanto incantevoli...

    Grazie alla Redazione per questa serie di "Echi"....davvero una scuola...^__^

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  5. E infatti, Caterina, non li ispira. Semmai li disgusta. E loro procedono per altre vie.

    S.

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