venerdì 16 ottobre 2009

Echi tridentini in letteratura: James Joyce


«Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio. Una vestaglia gialla, discinta, gli levitava delicatamente dietro, al soffio della mite aria mattutina. Levò alto il bacile e intonò:

-
Introibo ad altare Dei [...]

Maestosamente avanzò e ascese la rotonda piazzuola di tiro. Fece dietro-front e con gravità benedisse tre volte la torre, la campagna circostante e i monti che si destavano.
»

Quanto deve essersi divertito, da quale gratificante senso di rivalsa deve essersi sentito invaso e saziato, il cattolico apostata James Joyce (1882-1941), aprendo il primo capitolo dell’Ulisse con questa efficacissima parodia della Messa. (Ma il geniale irlandese non poteva immaginare che la riforma bugniniana avrebbe realizzato qualcosa di altrettanto efficace: di “vestaglie gialle discinte” ne abbiamo viste tante...).

All’antifona di Mulligan risponderà Stephen Dedalus nelle prime battute del lungo, fangoso, maleodorante capitolo dedicato al bordello: “ad deam qui laetificat iuventutem meam”, con trasparente traslato osceno; non prima di aver recitato per intero lo splendido brano di Ezechiele che la liturgia tridentina utilizza nel rito dell’aspersione nel tempo pasquale: “Vidi aquam egredientem de Templo a latere dextro. Alleluia. Et omnes ad quos pervenit aqua ista salvi facti sunt” (Ho visto un’acqua scaturire dal lato destro del Tempio. E tutti quelli cui è giunta quest’acqua sono stato salvati). Né mancano, più avanti nello stesso capitolo, riferimenti blasfemi ad altre parti della Messa e a brani evangelici. Verbi gratia, la battuta di Stephen: “In principio era il verbo, in fine il mondo nei secoli dei secoli. Benedette siano le otto beatitudini”. Ed ecco, in processione grottesca, avanzare e sfilare – in veste di Beatitudini (e cioè “in camici bianchi da internato”) – otto già ubriachi compagni di bagordi (tra i quali torna il Mulligan della parodia iniziale), che bofonchiano in coro: “Birra bue botolo bibblia busillis barnum buggerorum badessa”.

Coraggioso, spregiudicato e: finalmente libero! – così Joyce avrà forse pensato di se stesso, nuovo Sansone capace di abbattere le colonne dell’ipocrisia filistea.
Il Signore abbia pietà di lui e di tutti noi; e ponga sul piatto della bilancia, nel momento del giudizio, il racconto che lo stesso Stephen, nel romanzo giovanile Dedalus: Ritratto dell’artista da giovane, propone, del momento in cui – pentito dei suoi peccati e reso puro da un’intensa confessione – può accostarsi tremando all’Eucarestia:

«L’altare era coperto di masse fragranti di fiori bianchi: e nella luce del mattino le fiamme pallide dei ceri tra i fiori bianchi erano chiare e silenziose come la sua anima.

S’inginocchiò davanti all’altare coi compagni, tenendo con loro la tovaglia dell’altare sopra una ringhiera vivente di mani. Le sue mani tremarono e la sua anima tremò quando sentì il sacerdote passare da comunicando a comunicando col ciborio.

“Corpus Domini nostri”.

Era vero? Era là in ginocchio, timido e senza peccati, e avrebbe ricevuto sopra la lingua l’ostia e nel suo corpo purificato sarebbe entrato Dio.

“In vitam aeternam. Amen”.

Una vita nuova! Una vita di grazia, di virtù e di felicità! Era vero. Non era un sogno da cui si sarebbe svegliato. Il passato era passato.

“Corpus Domini nostri”.

Il ciborio gli stava innanzi


Giuseppe

5 commenti:

  1. Purtroppo non sono un letterato, bensì un dilettante della letteratura e dunque non ho la competenza per fare io stesso quanto propongo.
    Si potrebbe indagare gli echi tridentini presenti nell'opera letteraria di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore del Romanzo novecentesco che io preferisco in assoluto, "Il Gattopardo". Benché l'autore si ritenesse agnostico, traspare dalla sua intensa prosa una conoscenza di non piccolo momento relativa alla liturgia e alla spiritualità del mondo cattolico tradizionale...mercé il fatto che egli era rampollo della nobile famiglia dei Tomasi che annoverò tra i propri progeniti moltissimi religiosi, massime il Santo Cardinale Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
    Don Luca

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  3. Scusate,
    a voi nn so, ma a me, questi "Echi" di JoYce, hanno dato soverchio fastidio.
    Di questi e di consimili "Echi"parodistici, se non proprio blasfemi, sarebbe "BONUM &T JUSTUM, AEQUUM &T SALUTARE",che si perda la memoria.
    Immaginate se oggi Joyce sta in purgatorio. Ogni volta che qualcuno legge quei testi,non è temerario pensare che le sue sofferenze peggorino. Non ne parliamo, poi, se, DIO NON VOGLIA, si è dannato

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  4. NOTA DELLA SEGRETERIA DI STATO
    CIRCA I QUATTRO VESCOVI
    DELLA FRATERNITÀ SAN PIO


    2. Tradizione, dottrina e Concilio Vaticano II.

    Per un futuro riconoscimento della Fraternità San Pio X è condizione indispensabile il pieno riconoscimento del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Papi Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e dello stesso Benedetto XVI.
    Premesso che, per quanto/quando sforzi la mia fantasia, non vedo quale nesso sia ipotizzabile tra tale documento e Joyce, se questa dovesse essere davvero la base per i colloqui, io direi:"Grazie, ma non sono interessato. Quando non avrete più preti ed avrete bisogno di noi, se ne riparlerà, ma alora le condizioni le detteremo noi"

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  5. Il buon Joyce è un fantastico esempio di come, irridendo e dissacrando tutto per partito preso, alla fine non si possa che approdare al balbettio insensato, alla lallazione del lattante. Per renderlo più chiaro bisogna postare dieci righe a caso di Finnegans Wake.

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