sabato 7 marzo 2009

La “non accettazione del Concilio” della Fraternità S. Pio X: una cortina di fumo

L'abbé Claude Barthe (nella foto) è una figura molto in vista nell'ambito ecclesiale francese, e ben al di là del campo tradizionale. Egli infatti, fondatore nel 1987 della tuttora esistente rivista Catholica, officia in rito antico a Parigi con celebret dell'Ecclesia Dei e cura corsi ai seminari dell'Istituto del Buon Pastore e dell'Istituto di Cristo Re. Ma la sua fama è legata principalmente ai suoi scritti, nei quali analizza, con una cura esemplare di documentazione e di informazione, unita ad un discorso diretto e franco, la situazione attuale della Chiesa: le sue osservazioni si caratterizzano quindi per lucidità e precisione insieme. L'abbé Barthe ha fatto a Messainlatino.it l'onore di inviare, già tradotto in italiano, un suo studio sulla riconciliazione della Fraternità San Pio X. Lo pubblichiamo con enorme piacere, sapendo di offrire ai nostri lettori un ricco banchetto di spunti di approfondimento e riflessione.


Note dell'abbé Barthe

Dopo la strumentalizzazione del deplorabile “affaire” Williamson, coloro che si oppongono ad una riconciliazione della comunità di Mons. Lefebvre strumentalizzano alcune dichiarazioni maldestre per scomunicarla di nuovo in aeternum. Ora il loro argomento è una montatura erronea.

1 La questione fondamentale: rifiutare o accettare quale Vaticano II?

Che lo si voglia o no, “l’accettazione del Concilio” è diventato un tema ideologico per far passare da quaranta anni gli abusi più gravi. Il discorso del Papa alla Curia del 22 dicembre 2005 ha opportunamente richiamato che esistevano fin dall’origine due ermeneutiche concorrenti del Vaticano II, una di “rottura”, l’altra di “continuità”. In breve, la prima era di Rahner e di Congar, la seconda della Nota Praevia aggiunta da Paolo VI alla Lumen Gentium. Gli atti del presente pontificato (Summorum Pontificum, decreto del 21 gennaio 2009) tengono inoltre conto di una terza ermeneutica, quella della minorità conciliare, continuata dall’opposizione lefebvrista, e oggi trasformata e rivitalizzata intorno al Papa da una “nuova scuola romana”. Nel senso che, per non prendere che un solo esempio, quello del n° 3 della “Unitatis Redintegratio” che sembra dire che le comunità cristiane separate possono essere in se stesse mezzi di salvezza, sarebbe ingiusto (e paradossale) di trasformare in crimine contro l’unità della Chiesa:

a) sia il fatto di stimare in coscienza che, prout sonant, le espressioni dell’Unitatis Redintegratio n° 3 non possono essere accettate come magistero della Chiesa;
b) sia il fatto di rileggerle dicendo che sono gli elementi cattolici contenuti nelle comunità separate che possono essere strumenti di unione in voto alla Chiesa di Pietro.

In maniera generale, è possibile pretendere di congelare per sempre la tradizione viva della Chiesa nelle espressioni di 40 anni fa manifestamente da correggere? Si devrebbe avere paura a priori di fare una teologia (e domani un insegnamento magisteriale) con nuove premesse, tenendo conto non solamente degli apporti del Vaticano II, ma anche delle risposte alle “questioni aperte” da questo Concilio?

2 Dei colloqui teologici con la Fraternità S. Pio X sono già stati fatti su questo punto

D’altronde, quando il decreto del 21 gennaio apre la via a dei “colloqui” circa le “questioni aperte”, non innova affatto. A più riprese si sono svolte delle discussioni concernenti le difficoltà sollevate, fra altri, dalla Fraternità S. Pio X, sotto l’egida del “Groupe de Rencontre entre Catholiques”, GREC. In una seduta pubblica, il 20 febbraio 2008, sul tema: “rivedere e/o interpretare alcuni passaggi del Vaticano II?”, si è evidenziata una convergenza che è quella del buon senso: il rappresentante della Fraternità S. Pio X postulava la pertinenza di una critica sana e positiva dei punti nuovi del Vaticano II, per dare gli elementi ad una futura elaborazione di testi più chiari; il teologo romano invece stimava che una ricezione del Vaticano II che si fondasse fortemente sul magistero anteriore aveva il suo posto nella Chiesa.

Sarebbe quindi irrealista fare del risultato di tali colloqui (è evidente che risiede dapprima nella maniera di abbordare i problemi, e questo non solamente per la Fraternità S. Pio X) un preliminare ad una reintegrazione canonica. Il buon senso - che si accomuna al sentire cum Ecclesia – vuole al contrario che sia la reintegrazione canonica che permetta la tenuta di tali colloqui e di altri ancora, i quali aiuteranno alla riflessione teologica nella misura che permetteranno utilmente ad intra l’espressione di un pensiero risolutamente tradizionale.

3 Perchè domandare alla Fraternità S.Pio X ciò che ha già accettato?

Del resto, tutto ciò è virtualmente acquisito. In effetti, il 5 maggio 1988, in testa di un “protocollo d’accordo”, Mons. Lefebvre aveva firmato una ”dichiarazione dottrinale” che non rimise mai in causa. Con questa, egli dichiarava di accettare la dottrina del n° 25 della Lumen Gentium sull’adesione proporzionata al magistero secondo i suoi diversi gradi (non gli si chiedeva affatto di dire, ciò che d’altronde non è mai stato precisato dalla S. Sede, che tale o tale passo del Concilio Vaticano II rilevava dell’infallibilità solenne o ordinaria). Riconosceva inoltre la validità della liturgia nella sua nuova forma, qualora fosse celebrata secondo i testi approvati dalla S. Sede. Infine si impegnava (III° dei 5 punti della Dichiarazione) “a proposito di certi punti insegnati dal Concilio Vaticano II o concernenti le riforme posteriori sulla liturgia e il diritto canonico, e che [gli] sembravano difficilmente conciliabili con la Tradizione, ad avere un’attitudine positiva di studio e di communicazione con la Sede Apostolica, evitando ogni polemica”. L’impegno portava sull’”assenza di polemica” e assolutamente non su un assurdo “livello zero di critica”, che del resto si domanderebbe solo ai tradizionalisti.

Leggendo bene la recente intervista accordata da Mons. Fellay, il 25 febbraio 2009, a Rachad Armanios, lecourrier.ch, non è tanto il riconoscimento del Concilio che Mons. Fellay rifiuta: è piuttosto che questo inafferabile “riconoscimento” gli sia richiesto dalla S. Sede. Peraltro, tutti possono verificare che, da 20 anni, l’atto d’adesione richiesta ai membri della Fraternità S. Pio X che vogliono individualmente o collettivamente (per es. il gruppo di Campos) ricevere una regolarizzazione canonica, riproduce la dichiarazione di Mons. Lefebvre del 1988. In altri termini, la S. Sede non ha mai richiesto altro concernente il Concilio Vaticano II se non questa dichiarazione di buon senso all’insieme delle comunità più tradizionali della Chiesa.

***

Il problema che esisteva con la Fraternità S. Pio X, fino alla generosa decisione del Papa, era l’effetto della decisione del suo fondatore, presa per ragioni che aveva qualificato “stato di necessità”, di anticipare le consacrazioni episcopali per il suo Istituto e di farle senza il mandato pontificio. Ma è in maniera fallace che, da parte degli oppositori esterni, facendosi “alleati oggettivi” sia di certi elementi che di certe cattive e maldestre abitudini interne di questa comunità, è stato di nuovo avanzato l’ostacolo di un “preambolo” dottrinale. E’ in realtà un muro costruito di tutto punto per impedire, nell’immediato, l’unità di tutti i veri cattolici, e nel futuro un fecondo slancio della teologia nei rapporti della Chiesa e il mondo.

Perchè volere che la tradizione viva della Chiesa si sia fermata, non al Vaticano II stesso, ciò che sarebbe di per sé assurdo, ma ad un certo Vaticano II?

6 commenti:

  1. Segnalo a tutti coloro che capiscono il francese un video di un colloquio fra l`abate Lorans e Mons. Fellay, realizzato il 5 febbraio, molto interessante.


    http://www.laportelatine.org/communication/presse/2009/ConfNDC090211/confnouvdechret090211.php

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  2. Scusate l'ignoranza cosa sarebbe questa "terza ermeneutica, quella della minorità conciliare"?
    Come dire: "siete figli di un concilio minore"
    Non vorrà mica dire che il Concilio Vaticano II è inferiore ad altri e quindi non vale come gli altri?

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  3. Sempre per chi legge il francese, una serie di articoli molto interessanti di padre Barthe, sul sito Eucharistie Sacrement de la Miséricorde, un eccellente sito francese.

    http://eucharistiemisericor.free.fr/index.php?page=0402092_curie

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  4. La questione della FSSPX e dei sentimenti e risentimenti che il suo imminente reintegro ha innescato offre il destro per riflettere su una questione che Benedetto XVI poneva, allora cardinal Joseph Ratzinger, al centro dell'agone: mettere il fedele cattolico nelle condizioni di vivere come semplice cristiano nella Chiesa senza dovere appartenere, e magari farsene più o meno molesto zelota, a qualche gruppo o organizzazione particolare .

    Il rischio che va evitato e che il papa sta cercando di scongiurare è quello della contrapposizione tra fazioni, specie se potenziata da fermentazioni ideologiche, timori, esasperazione. Come alla FSSPX il papa era stato chiesto di moderare taluni profili, per esempio di deporre le critiche verso il romano pontefice, così ad altre componenti della Chiesa Benedetto XVI ha chiesto esplicitamente di cessare il tiro al bersaglio contro i cosiddetti tradizionalisti.

    Non si tratta di svendere alcunché di irrinunciabile, ma di rinunciare a complementi rinuciabilissimi, come la supponenza, l'arroganza, l'aggressività, la disobbedienza ecc. C'è chi in questi anni li ha stigmatizzati, a volte in malafede, nei lefebvriani. Ma in questi giorni vediamo che in varie conferenze episcopali e in una parte non marginale del clero e del laicato "tollerante", "democratico" e "progressista" c'è chi di quei complementi ha fatto una linea di condotta generale.

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  5. C’è una frase interessate di Pierre Grelot, che può servire come ipotesi di lavoro:
    “E’ importante distinguere bene il testo della costituzione Pastor aeternus [Concilio Vaticano 1°] dalla mentalità ultramontana che ha circondato la sua elaborazione e presieduto sovente alla sua interpretazione”.

    Oggi noi ci troviamo di fronte ad un altro Concilio, ad altre mentalità che circondano e presiedono. Non tanto il Vaticano 2° è superato o superabile, ma quelle mentalità: così l’attuale papa, nel famoso discorso del 2005.
    È il normale e necessario “distanziamento”, che consente di vedere un testo che impegna tutta la Chiesa (quale un testo conciliare) nella sua genesi e nel ruolo avutovi dai singoli elaboratori, nei loro pregi e difetti.
    E’ operazione doverosa, sempre.
    Il distanziamento non vuol dire affatto “presa di distanza”, come il dare le dimensioni non è “ridimensionare”.

    Ratzinger ha detto nel 2005, quello che Roncalli diceva nel 1962:
    http://antoniodipadova.blogspot.com/2009/02/lermeneutica-della-continuita-esposta.html

    Così Romano Guardini illustrava l’approccio giusto alle cose (testi ed eventi storici compresi):
    «Per poter guadagnare il piano del reale, l’uomo ha dovuto svincolarsi dall’immediato esserci-dentro, e prendere le distanze, nel distacco e nella lontananza dell’intenzionalità spirituale. Ma proprio con ciò egli si è avvicinato all’oggetto in una maniera tale, che nessun immediato esserci-dentro rende possibile».

    Letta oggi, l’affermazione di Grelot, consente di demitizzare lo “spirito del concilio”, lasciando allo Spirito Santo la libertà di soffiare dove vuole, anche tramite il “carisma dell’Istituzione”.

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  6. Sulla base dell'accordo Ratzinger- Lefebvre del 1988 (concilio letto alla luce della Tradizione ed ossequio proporzionato alla "nota" dei vari documenti del Vaticano II), sono stati reintegrati vari isitituti (S. Pietro, Campos, Buon Pastore) ai quali, come chiarito dagli interessati, anche da mons. Rifan, nessuna abiura è stata chiesta ed è stata concessa facoltà di riserve su aspetti del Concilio da esaminare fraternamente.
    Quindi una pacificazione su basi molto vaghe.
    Io spero che alla Fraternità S. Pio X non si chieda di più, per fatti estranei alla sana dottrina. Però fa bene la Fraternità a chiedere i colloqui teologici su punti essenziali: inerranza assoluta della Sacra Scrittura (e non solo "la verità salutare"), la vera portata del "subsistit in" di Lumen Gentium; le false religioni come vie d'accesso alla Verità ecc.
    Un accordo su basi banali e puramente prammatiche lascerebbe strascichi perniciosi.
    D'altronde, tutti coloro che, come me, son molto perplessi dinnanzi a certe affermazioni conciliari e s'appoggiano al sicuro Magistero precedente, perché certi documenti appaiono in contrasto con la Sacra Tradizione, vedono in questi colloqui il momento della chiarezza definitiva.

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