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venerdì 26 aprile 2024

La via degli Asburgo. Una lezione per l’oggi #asburgo

Grazie ad Aldo Maria Valli per questa utile intervista di Edward Pentin a Eduard Habsburg-Lothringen, arciduca d’Austria e attuale ambasciatore d’Ungheria presso la Santa Sede, sulla grande dinastia cattolica degli Asburgo.
Luigi C.


di Edward Pentin

Furono la fede cattolica e le tradizioni ad aiutare le monarchie asburgiche a godere di matrimoni per lo più stabili e di famiglie numerose e felici, fondamentali per governare i loro regni per più di otto secoli.
Ora, alcuni dei principi in base ai quali vissero e morirono quelle dinastie sono riportati in un libro di Eduard Habsburg-Lothringen, arciduca d’Austria e attuale ambasciatore d’Ungheria presso la Santa Sede, discendente diretto dell’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria (1830-1916).

In questa intervista rilasciata nel giorno in cui è stata presentata l’edizione italiana del suo libro The Habsburg Way.Seven Rules for Turbulent Times (Vivere da Asburgo. Sette regole per tempi difficili), Eduard Habsburg parla di questi e altri principi che ritiene possano essere di insegnamento a tutti in questa nostra epoca travagliata in cui il matrimonio e la famiglia sono particolarmente sotto attacco.

Nel farlo, l’autore ricorda fra l’altro una storia toccante sull’esecuzione della regina asburgica di Francia Maria Antonietta durante la Rivoluzione francese; il contributo dell’imperatore asburgico Carlo V durante la Riforma e l’esempio dell’ultimo principe ereditario dell’Austria-Ungheria, Otto von Habsburg, che resistette ai nazisti. Chiude con le parole di Henry Kissinger sulla dinastia asburgica, pronunciate appena sei settimane prima della sua morte.

Ambasciatore Habsburg, che cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?

Quando la casa editrice Sophia Institute Press mi ha chiesto di scrivere un libro sugli Asburgo, ho pensato: “Preferisco non scrivere un altro libro di storia su questo tema, perché ce ne sono già centinaia, e quindi farò qualcosa di diverso”. Circa un anno prima, in occasione di una mia conferenza sui principi asburgici in un club di Boston, l’organizzatore mi chiese di non limitarmi a parlare della fede cattolica, perché molti degli ascoltatori non sarebbero stati cattolici. Così dovetti dire quali altri aspetti caratterizzano gli Asburgo, e le prime che mi vennero in mente furono, oltre alla fede cattolica, la famiglia e la presenza di molti bambini. Poi, in vista del discorso, feci una lista di dieci caratteristiche, che nel libro ho condensato in sette.

Immaginava che ci sarebbero stati punti in comune con gli Stati Uniti?

In effetti, ciò che mi ha sorpreso molto durante la stesura del libro è stato scoprire che c’erano molti punti in comune tra gli Stati Uniti e alcune idee asburgiche. Ho scoperto, per esempio, che il sistema americano è costruito dal basso verso l’alto, una caratteristica che lo avvicina all’idea di sussidiarietà nell’Impero asburgico e nel Sacro Romano Impero, tema al centro di un capitolo del mio libro.

Ho anche notato che questi sette principi sono scomparsi non solo in gran parte dell’Europa, ma anche in molte parti degli Stati Uniti, quindi ciò che scrivo potrebbe essere utile per fare memoria. Ci sono anche forti legami tra singoli Stati degli Usa e gli Asburgo. Per esempio, il primo governatore del Texas fu messo lì dagli Asburgo spagnoli, quindi mi piace sempre scherzare con i miei amici americani sul fatto che la California, la Florida e il Texas sono antichi territori asburgici.

Potrebbe fare qualche esempio, tratto dal libro, sulla stabilità del matrimonio e una felice vita familiare negli Asburgo?

Rispetto ad altre dinastie che regnarono del XVI secolo, gli Asburgo ebbero molti più figli: in media dai dodici ai sedici, ma in modo assai consapevole, perché non erano il frutto di relazioni adulterine. Non andavano a letto con altre donne, per essere chiari. Sapevano bene che il matrimonio è un sacramento. Erano consapevoli di dover produrre eredi per il trono e, come si diceva una volta, anche delle riserve. L’ultimo imperatore, il beato Carlo, che amò molto la moglie, ebbe otto figli in undici anni di un matrimonio molto cattolico. E ancora oggi noi Asburgo abbiamo famiglie numerose. Non più sedici figli, però alcuni arrivano a cinque, sei, sette figli, e alcuni miei cugini a otto.

Pensa che in definitiva ciò che differenzia gli Asburgo dalle altre monarchie sia la profondità della loro fede?

Sì, gli Asburgo sono stati cattolici dal primo all’ultimo, alcuni un po’ meno, altri un po’ di più, ma costantemente. Nel corso di ben 850 anni le loro famiglie sono state pienamente cattoliche. Se sei cattolico, credi che la relazione coniugale tra un uomo e una donna debba essere aperta alla vita. Credi che avere relazioni extraconiugali o non volere figli vada contro il piano di Dio e sia un peccato. Infine credi che se nel tuo matrimonio qualcosa va storto bisogna andare dritti alla confessione. Tutti questi elementi concorrono a creare matrimoni lunghi e stabili in un’atmosfera di forte apertura alla vita.

A quali altre “vie asburgiche” potremmo attingere oggi per aiutare la società a superare questi tempi confusi?

Suggerisco di sposarsi e di avere molti figli. Penso che questa sia una ricetta valida non solo per la felicità personale di entrambi i coniugi, ma anche per la felicità dei figli: il contributo migliore che si possa dare allo Stato e alla società in cui si vive. Io poi, ovviamente, sostengo la fede cattolica. Credo che essa renda felici, perché è la vera fede. Sì, lo credo.

Pensa anche che avere la vera fede metta tutto nella giusta prospettiva, soprattutto l’essere genitore, perché ti porta a capire che il tuo scopo principale nella vita è aiutare a condurre i tuoi figli in paradiso?

Sì. Certo, non puoi garantire che i tuoi figli vivano la fede come te, ma credo che vivere pienamente la fede cattolica darà ai tuoi figli una buona possibilità. Mio padre diceva sempre che i bambini non fanno quello che tu gli dici, ma quello che tu fai. Se ti vedono pregare e alzarti presto per andare a Messa, anche durante la settimana, lo faranno anche loro. Quindi, vivete una vita cattolica e i vostri figli vivranno così. Volete portarli in paradiso? Sono assolutamente d’accordo. Gli Asburgo sono stati e sono molto, molto seri su questo punto.

Un capitolo del libro, l’ultimo, riguarda il morire bene.

Sì, cerco di far sì che tutti ne siano sempre consapevoli: il momento e il modo in cui moriamo decidono il nostro destino eterno, e dobbiamo prepararci. Tutta la vita è una preparazione alla morte. Gli Asburgo vissero così. Erano perfettamente consapevoli che il modo in cui sarebbero morti sarebbe stato decisivo per la loro eternità, quindi vi si prepararono per tutta la vita. Volevano che quel momento fosse così come dovrebbe essere per un cattolico: con la confessione e i sacramenti, idealmente circondati dalla propria famiglia.

Può raccontare qualche storia di Asburgo che sono morti secondo questi principi?

La storia che vorrei citare, perché la maggior parte delle persone non la conosce, è quella della morte di Maria Antonietta. Molti la conoscono come la regina che diceva alla povera gente di mangiare brioches, cosa che in realtà non fece mai. Il modo in cui morì fu raccontato da una fonte insospettabile: non un fan degli Asburgo, ma il boia di Parigi, Charles-Henri Sanson. Egli riferì che la regina era terribilmente nervosa e ansiosa, e che durante il percorso verso il luogo dell’esecuzione si guardava intorno e osservava le case a destra e a sinistra. Poi passarono davanti a una casa e lei fu totalmente in pace, e si avviò serena verso Place de la Concorde. Ebbene, anni dopo la rivoluzione, questa storia fu spiegata a Sanson da cattolici clandestini. Gli dissero che Maria Antonietta soffriva terribilmente perché il comitato rivoluzionario non voleva permetterle di confessarsi. Le proposero di confessarsi da un prete della rivoluzione, ma se lo avesse fatto sarebbe stata scomunicata, perché quei preti erano a loro volta scomunicati. Lei soffrì terribilmente per questo. Bisogna sapere che in quel tempo se eri un sacerdote, un vero sacerdote fedele a Roma o addirittura un vescovo, e venivi catturato in Francia, subito venivi ucciso. I fedeli cattolici fecero dunque entrare di nascosto il vescovo a Parigi, lo portarono a una finestra che si affacciava lungo la strada del percorso della regina verso l’esecuzione e le fecero sapere di guardare da quella parte: “Il vescovo starà alla finestra e ti darà l’assoluzione in extremis”. Ecco perché lei guardava ansiosa le facciate delle case, e solo quando scorse il vescovo si calmò. Questo vi dà un’idea di quanto fossero importanti per gli Asburgo la fede, i sacramenti, la salvezza eterna e il morire bene.

Passando all’imperatore asburgico Carlo V e alla sua resistenza contro la Riforma, cosa possiamo imparare da lui in termini di lotta al secolarismo oggi, anche all’interno della Chiesa?

Devo dire che sono molto orgoglioso di Carlo V. Era stato appena eletto quando l’intera faccenda di Martin Lutero si abbatté sul Sacro Romano Impero. Era in atto una vera e propria rivoluzione, e uno dei compiti dell’imperatore era quello di mantenere la pace e l’unità all’interno dell’impero. Quindi, come affrontare la questione? Alla Dieta di Worms, la risposta che Carlo V diede direttamente a Lutero fu, fondamentalmente, un appello alla tradizione. Gli disse: “Ascolta, amico, quello che dici è molto bello, ma i miei antenati si sono sempre schierati con la santa Chiesa cattolica romana, con tutti i santi, con gli insegnamenti dei papi e dei concili. Se da un lato ho ciò che la Chiesa ha insegnato per 1500 anni, e so che tutti i miei antenati si sono schierati a favore di questo, e dall’altro ho ciò che dice un monaco tedesco, io so da che parte stare”.

Carlo fu in grado di essere un imperatore cattolico molto chiaro in un periodo estremamente difficile.

Allora, è necessaria una monarchia per combattere le tendenze secolariste?

Credo che dovremmo essere grati per l’esistenza delle monarchie e che, sì, sia la migliore forma di governo. Il motivo è spiegato al meglio dal famoso episodio che vide protagonisti Francesco Giuseppe e Roosevelt e di cui parlo nel libro. Nel 1910, Theodore Roosevelt si recò a Vienna e incontrò il vecchio imperatore Francesco Giuseppe, allora ottantenne. Roosevelt, volendo provocare un po’ l’imperatore, disse: “Mi dica, Vostra Maestà, dato che ci sono le elezioni, la democrazia, i ministri, i primi ministri e i partiti, in che cosa cinsiste il vostro lavoro?”. E Francesco Giuseppe pare abbia risposto: “Il mio compito è proteggere il mio popolo dai suoi politici”. Un monarca costituisce un potere al di sopra e al di fuori della politica di partito, al di sopra e al di fuori del sistema. Non ha l’assillo di dover essere rieletto in quattro anni, e quindi è in grado di vedere oltre, di non prendere decisioni a breve termine.

Pensa che una monarchia, e in particolare una monarchia cattolica, abbia anche un certo ruolo di stabilizzazione spirituale e temporale, che non si ottiene con un presidente?

Sono assolutamente d’accordo. Ed è stato molto bello vedere, nel funerale della regina Elisabetta e nell’incoronazione di re Carlo, gli elementi spirituali essere presenti ovunque e quelli cattolici risplendere.

L’ultimo principe ereditario dell’Austria-Ungheria, Otto von Habsburg (1912-2011), divenne famoso per la sua resistenza al nazismo. Cosa possiamo imparare dal suo esempio?

Beh, il primo esempio che si deve imparare è che bisogna studiare il proprio nemico. Otto era una delle poche persone che avevano comprato e letto il Mein Kampf quando uscì il librò. La maggior parte delle persone lo comprava e lo metteva sugli scaffali, ma nessuno lo leggeva. Lui invece lo lesse davvero. Sapeva quali terribili idee assassine fossero nella testa di quell’uomo che era contro tutto ciò che la famiglia Asburgo rappresentava. Infatti, l’Anschluss dell’Austria, nel 1938, fu chiamata Unternehmen Otto (“Operazione Otto”), perché Hitler lo vedeva come un vero pericolo. Ciò che gli Asburgo fanno sempre è cercare di applicare i loro principi, quelli che espongo nel libro, nel mondo in cui vivono.

Può parlarci del “rituale del bussare” che si svolge al funerale di un sovrano asburgico?

Gli Asburgo prestavano molta attenzione ai funerali perché sapevano che, per dirla in termini cattolici moderni, possono essere un’occasione di evangelizzazione. Volevano dare ai loro sudditi una lezione di umiltà, trasmettendo la consapevolezza che anche l’imperatore è un essere umano peccatore e bisognoso di grazia. Così, quando gli Asburgo morivano, nel corso del funerale erano condotti per le strade di Vienna fino alle porte del Kapuzinergruft, un monastero cappuccino nel centro della città, nella cui cripta gli Asburgo sono stati sepolti dal XVI o XVII secolo. Qui il maestro delle cerimonie bussava alla porta che conduce alla cripta e un monaco dall’interno chiedeva: “Chi è?”. Il maestro leggeva tutti i titoli del defunto, per esempio “Zita, imperatrice d’Austria, regina d’Ungheria, regina di Boemia, regina di Croazia” e via così. E il monaco: “Non la conosciamo”. Il maestro allora bussava una seconda volta, e il monaco: “Chi va là?”. In risposta, il cerimoniere leggeva tutte le conquiste di quel sovrano, tutto ciò che aveva fatto, le guerre combattute, i matrimoni, i figli avuti. E di nuovo la voce dall’interno rispondeva: “Non lo conosciamo”. Allora il cerimoniere bussava per la terza volta e alla solita richiesta, “Chi è?”, rispondeva: “Zita, una povera donna peccatrice”. E a quel punto, la porta finalmente si apriva. È un messaggio che tutti capiscono. Quel morto avrà anche portato una corona, ma alla fine era un peccatore come me e come te, e tutti dobbiamo prepararci alla morte.

Pensa che la monarchia asburgica debba tornare in auge, visto lo stato dell’Occidente e soprattutto dell’Europa?

Possiamo concludere con una citazione di Henry Kissinger. Quando andai a trovarlo, sei settimane prima che morisse, e gli portai il mio libro, mi disse: “Sa, sono molto contento che mi abbia dato il libro sulla sua famiglia, perché credo che gli Asburgo siano la cosa migliore che sia mai accaduta all’Europa, almeno all’Europa centrale”. E aggiunse: “Pur tenendo conto delle debolezze personali di ogni imperatore, si può comunque dire che, nel corso dei secoli, gli Asburgo siano stati la cosa migliore capitata all’Europa. Nel momento in cui sono stati eliminati dall’equazione, sono iniziati tutti i problemi dell’Europa centrale, e non si sono più fermati”.


Nella foto di Edward Pentin, l’ambasciatore Eduard d’Asburgo

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