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giovedì 23 dicembre 2021

Storia del movimento liturgico #11 François-René de Chateaubriand (1768-1848) di A. Porfiri

Undicesimo incontro sulla Controstoria del movimento liturgico del M° Aurelio Porfiri.
Qui i precedenti dieci
Roberto

La liturgia tra estetico ed estatico: 
François-René de Chateaubriand (1768-1848)


Tutte le cose belle hanno un aspetto delicato, qualcosa che può facilmente corrompersi. Lo stesso possiamo dire che vale per la liturgia, la cui bellezza si muove spesso tra due polarità, estetico ed estatico. Essa è contemplazione della bellezza di riti, preghiere, gesti, canti, suppellettili (estetico) per raggiungere una dimensione superiore di contemplazione (estatico). Se ci si ferma all’estetica si rischia di perdere la parte più importante e rilevante. Ora, la liturgia si corrompe attraverso idee devianti o apertamente eretiche, idee che magari non sono problematiche in sé stesse ma che all’interno del sistema cristiano funzionano in modo errato.

Certamente il periodo romantico fu un tempo di prova per la liturgia. Si veniva certo da una razionalizzazione eccessiva dovuta all’illuminismo e all’influenza giansenista, ma l’enfasi eccessiva sul sentimento non risolveva i problemi, anzi ne apriva di nuovi. Un protagonista di questa epoca fu François-René de Chateaubriand. Alfredo Galletti dice questo di lui e della sua opera più nota, Il genio del Cristianesimo, nell’Enciclopedia Italiana in una voce del 1931: “Lo Ch. ha detto infinite volte che il suo Génie du christianisme aveva restaurato la religione in Francia e che l'idea di Dio e dell'immortalità dell'anima riprese, per virtù di quel libro, il suo impero". Ma il libro può aver attratto o risospinto alla fede gli spiriti candidi e un po' superficiali che non amano pensare e discutere, ma prediligono le belle immagini, i simboli graziosi e le facili analogie. Sotto il rispetto critico e dottrinale il libro non ha consistenza, Lo Ch. è stato forse il primo a ideare un'apologia del cristianesimo quasi puramente estetica, a lodare la religione dei Martiri, dei Padri e dei Dottori, e i suoi "misteri terribili", solo perché essa tocca il cuore, commuove l'immaginazione, fa sgorgare dolci lacrime, blandisce sogni soavi, ispira opere pudiche. Il libro piacque ai giovani e alle donne, ma gli spiriti virili abituati a più intellettuale nutrimento lo accolsero con una certa diffidenza e al Manzoni, per esempio, sembrava opera più di retore immaginoso che di credente. Di quell'apologia, infatti, piacquero e in quel fervore di religiosità rinascente furono imitate, le pagine descrittive e i raffronti letterarî tra le più famose opere poetiche del classicismo pagano e altre affini a quelle per l'argomento, ma d'ispirazione cristiana. Ammiratissimi furono certi racconti passionali che lo Ch. aveva pensato da prima come parti episodiche del Génie, e che poi, meglio consigliato, staccò dal contesto: e sono Atala (1801), storia d'una giovane pellirossa convertita al cristianesimo e consacrata a perpetua verginità dal voto di una madre imprudente, cosicché essa, vinta dall'amore, per non cedere alla passione irresistibile si uccide; e René (1807), altra storia d'amore, ma di un amore più cupo e più tragico, poiché descrive il germinare di una triste passione nel cuore di un fratello e di una sorella, così che per sottrarsi al fascino mortale la sorella entra in un chiostro e il fratello, Renato, va a peregrinare e a morire tra gl'Indiani della Florida. La malia che emana da questi racconti, patetici nel loro immaginoso sentimentalismo, è grande, ma è, cristianamente parlando, impura, perché nasce dall'orgoglio, dalla misantropia e da un erotismo contenuto e insieme irritato da un segreto istinto di crudeltà”. Ecco, il Galletti ha identificato il pericolo di uno “scivolamento estetico” sganciato dall’estatico.

In una recensione al libro di Giuliano Zanchi, Il genio e i lumi pubblicata su La Nuova Bussola Quotidiana viene detto: “Difendeva ed esaltava la “bellezza interna alla struttura sacramentale dogmatica”, le Sacre Scritture come “forma più alta di sapienza guadagnata dall’uomo lungo il corso della storia”, il Decalogo che coincideva perfettamente con la legge morale, la comunione e la confessione (pratiche “più efficaci di un intera legislazione”). Ma a parte l’utile, dicevamo, sottolineava il bello: la liturgia era splendida, come splendidi i suoi strumenti: campane, abiti liturgici, canti e preghiere, feste. La vera arte, in tutte le sue espressioni, era prodotta e compresa esclusivamente dall’”uomo sensibile” esistente solo grazie all’incarnazione divina”. Per carità, c’è certamente del giusto in questa esaltazione dello scrittore francese verso la bellezza del Cristianesimo, quando però essa non diviene, come diceva il Galletti, “immaginoso sentimentalismo”. Il sentimento è terreno fragile, ecco perché va indirizzato e non vissuto come cosa a sé stante. Di questo facciamo i conti in tante liturgie moderne, dove il rito lascia il posto a conati sentimentalistici che si manifestano in parole, gesti e canti che sono del tutto fuori luogo in quel contesto sacro.

Il nostro Chateaubriand nell’opera citata sopra dice: “Qualora si negassero al cristianesimo le sue prove soprannaturali, resterebbe ancora nella sublimità della sua morale, nell'immensità dei suoi benefici, nella bellezza delle sue cerimonie, cosa che prova che sia il culto più divino e più puro mai praticato dagli uomini” (parte IV, lib. VI, cap. XIII, p. 1221). Certo non possiamo che parzialmente simpatizzare con questa visione, sempre comprendendo che il sentimento è un ottimo servo, ma un pessimo padrone.

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