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martedì 31 marzo 2020

Risposta ad Andrea Grillo sui decreti della CDF sul rito antico.

Risuona  nei nostri cuori,  feriti in questi giorni dalla privazione delle Messe e dei Sacramenti, l'ammonimento di don Marco Begato SDB: "Se nemmeno questa crisi, questo inaudito digiuno eucaristico, potrà farci ravvedere e restituirci uno sguardo libero, di fiducia nel Magistero in quanto continuativo con la Tradizione e con le sante richieste del Popolo di Dio; se nemmeno questa prigionia degli altari saprà sgravarci dai luoghi comuni, dalle prese di posizione, dagli interessi di ufficio e così restituirci a un’autentica, libera, fraterna convivenza delle celebrazioni, Novus e Vetus Ordo, allora mi chiedo cos’altro dovrà accadere perché impariamo." (MiL QUI
Dopo la pubblicazione dei recenti Decreti Quo magis e Cum sanctissima  della Congregazione per la Dottrina della Fede abbiamo invece letto l' ennesimo, ferocissimo attacco del Professor Andrea Grillo (v.sotto ) contro la "fraterna convivenza delle celebrazioni".
Pubblichiamo per questo le «riflessioni scaturite dalla lettera aperta sullo "stato di eccezione liturgica" del Prof. Grillo» ringraziando l'Autore.
AC 

In questo difficile tempo di Coronavirus, nel quale non è consentita la celebrazione della S. Messa e di altri riti con concorso di popolo, il sacerdote salesiano Don Marco Begato dalle pagine di MiL (QUI) invitava ad arrivare ad una “pace liturgica”. 
Qualche giorno dopo, spinto dalla pubblicazione dei Decreti Quo magis e Cum sanctissima da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede avvenuta il 25 Marzo scorso, il Prof. Andrea Grillo ha pubblicato 

una Lettera aperta sullo “stato di eccezione liturgica(link di riferimento sotto N.d.R.) nella quale, sostenuto da oltre cento tra teologhe e teologi, studiose e studiosi, studentesse e studenti di teologia, chiede «alla Congregazione per la Dottrina della Fede di ritirare immediatamente i due Decreti del 25/03/2020 e di restituire tutte le competenze sulla liturgia ai Vescovi diocesani e alla Congregazione per il Culto divino». 

La prima richiesta è motivata asserendo che «non ha più alcun senso che si facciano decreti per “riformare” un rito che è chiuso in una storia passata, ferma e cristallizzata, senza vita e senza forza. Per esso non può esservi rianimazione alcuna». 

La seconda richiesta, invece, muove dal fatto che, a suo dire, «non ha più senso sottrarre ai vescovi diocesani la loro competenza liturgica; non ha più senso né una Commissione Ecclesia Dei (che di fatto è già stata soppressa), né una Sezione della Congregazione per la Dottrina della fede, che sottraggano la autorità o ai Vescovi diocesani o alla Congregazione del Culto». 

Il Prof. Grillo prosegue affermando che «il doppio regime è finito, la nobile intenzione di SP è tramontata, i lefebvriani hanno alzato sempre più la posta e poi sono scappati lontano, ad insultare il Concilio Vaticano II, il papa attuale insieme a tutti i suoi tre predecessori. Alimentare ancora uno “stato di eccezione liturgica” – che era nato per unire, ma non fa altro che dividere – porta solo a frantumare, privatizzare, distorcere il culto della Chiesa».
Insomma sembra di poter ravvisare un invito da parte del Prof. Grillo a modificare il quadro normativo stabilito dal Motu Proprio Summorum Pontificum

Con il presente scritto vorremmo invece dimostrare che, a nostro avviso, non può esserci una soluzione alla questione diversa da quella indicata nel Motu Proprio. Andiamo per ordine. 
Papa Benedetto con il Motu Proprio definisce una situazione normativa nuova rispetto a quella precedente: 
1) riporto parte dell’art. 1: «Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” (“legge della preghiera”) della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da S. Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. 
Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella “lex credendi” (“legge della fede”) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano. 
Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa». 

2) viene creato un «regolamento giuridico più chiaro» (cf. Lettera di Sua Santità Benedetto XVI ai Vescovi in occasione della pubblicazione della Lettera Apostolica “motu proprio data” Summorum Pontificum sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970) che disciplini l’utilizzo del Messale del 1962 e di altri libri liturgici vigenti in quella data;

3) si consente ad ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, di usare il Messale Romano edito dal Papa S. Giovanni XXIII nel 1962 (art. 2); 

4) consente ai gruppi di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica di fare richiesta al parroco in merito alla celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962 (art. 5. § 1). 

Queste alcune delle previsioni della norma. 
Si potrebbero fare molte considerazioni, ma ci limitiamo a ragionare sull’art. 1 del Motu Proprio, che contempla «due usi dell’unico rito romano». 
La situazione sembra inedita: la Chiesa Cattolica abbraccia infatti tutti i riti delle tradizioni liturgiche orientali e vari riti latini, alcuni dei quali ancora in uso, come il rito ambrosiano, ma non sembrano essere mai coesistiti usi diversi dello stesso rito. 
Eppure questa è la situazione di fatto, come ben spiega nella lettera ai Vescovi Benedetto XVI che, forte della sua esperienza personale, prende delle decisioni ad essa conseguenti. Qualunque modifica dell’attuale quadro normativo a nostro avviso sarebbe davvero pericolosissima per l’unità della Chiesa. 

Verso quale direzione si potrebbe andare modificando l’attuale norma? 
Ragionando per ipotesi di scuola, le strade potrebbero essere tre: 

1) si potrebbero rimettere in una sorta di “limbo giuridico” i libri liturgici in vigore nel 1962 a vantaggio di quelli scaturiti dalla riforma liturgica oppure abrogarli totalmente; 

2) si potrebbero abrogare i libri liturgici scaturiti dalla riforma liturgica e lasciare vigenti soltanto quelli in vigore nel 1962; 

3) si potrebbero abrogare sia i libri liturgici in vigore nel 1962 sia quelli scaturiti dalla riforma liturgica ed adottare una soluzione che accolga le istanze della Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium in linea con la Tradizione (ad esempio, ispirarsi al Messale del 1965). 

È evidente che tutte e tre le soluzioni presentano vari punti deboli: 
- nel primo caso assisteremmo quantomeno al dolore (se non ad uno scisma) da parte di quanti ormai da anni nutrono la propria vita spirituale tramite le forme liturgiche più antiche; 
- nel secondo caso assisteremmo al disorientamento dei fedeli che accedono ai Sacramenti della Chiesa tramite i libri liturgici scaturiti dalla riforma liturgica; 
- nel terzo caso ci troveremmo di fronte ad una situazione che probabilmente scontenterebbe tutti. 

Mi sembra allora importante porre l’attenzione su quanto sottolineato nell’art. 1 del Motu Proprio: «Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella “lex credendi” (“legge della fede”) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano». 
Più che guardare alle differenze rituali, ancorché non trascurabili, delle due espressioni della “lex orandi”, poniamo l’attenzione all’unità della "lex credendi". 
Adombrare una divisione nella “lex credendi” dovuta alla coesistenza di due usi del rito romano, come sembra dare ad intendere il Prof. Grillo («Tutto ciò è giunto al suo punto più surreale quando, l’altro ieri, i due Decreti hanno attestato il culmine di una distorsione non più tollerabile, che si può esporre in questi termini sintetici: […] - sembra trascurare, proprio sul piano dogmatico, il grave conflitto che si crea tra lex orandi e lex credendi, poiché è inevitabile che una duplice forma rituale conflittuale induca una significativa divisione nella fede»), a nostro avviso significa affermare che, con l’introduzione del Messale del 1970, sarebbe cambiata la teologia sottesa alla Messa, cosa che viene smentita al n. 27 dell’Ordinamento Generale del Messale Romano del 2004: «Nella Messa o Cena del Signore, il popolo di Dio è chiamato a riunirsi insieme sotto la presidenza del sacerdote, che agisce nella persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore, cioè il sacrificio eucaristico. […] Infatti nella celebrazione della Messa, nella quale si perpetua il sacrificio della croce, Cristo è realmente presente nell’assemblea riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola e in modo sostanziale e permanente sotto le specie eucaristiche» [sottolineature nostre]. 

Sebbene nei passi appena citati siano introdotte alcune definizioni nuove, in essi vengono anche ribadite chiaramente la natura sacrificale della Messa e la presenza reale di Cristo in modo sostanziale e permanente sotto le specie eucaristiche (e d’altronde non potrebbe essere altrimenti). 

Sulla stessa linea anche i numeri dal 2 al 5 dell’Ordinamento Generale del Messale Romano del 2004, significativamente intitolati «Testimonianza di una fede immutata», e il Catechismo della Chiesa Cattolica (cf. nn. 1356-1381).
Inoltre, come suggerisce lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1383, l’aspetto del «sacro banchetto della Comunione al Corpo e al Sangue del Signore» (CCC n. 1382) e l’«unità del sacrificio e della Comunione» (CCC n. 1383) è ben presente anche nell’anafora della Chiesa di Roma, il Canone Romano, come è noto l’unica preghiera eucaristica presente nel Messale del 1962: Súpplices te rogámus, omnípotens Deus: iube haec perférri per manus sancti Angeli tui in sublíme altáre tuum, in conspéctu divinae maiestátis tuae: ut quotquot, ex hac altáris participatióne, sacrosánctum Fílii tui Córpus, et Sánguinem sumpsérimus, ómni benedictióne caelésti et grátia repleámur. Per eúmdem Christum Dóminum nostrum. Amen. 

Allora ci chiediamo da dove derivi la presunta divisione nella fede determinata dalla coesistenza di una duplice forma rituale. 
In conclusione, facciamo nostro l’appello di Don Marco Begato ed auspichiamo che si possa finalmente pervenire alla pace liturgica

d.M.R.

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Gli articoli in questione del Professor Andrea Grillo "Una Lettera Aperta sullo “STATO DI ECCEZIONE LITURGICAQUI e "La liturgia malata e il vano tentativo di rianimare il Messale del 1962" QUI


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Due commenti nel blog del vaticanista Marco Tosatti
Stilum Curiae


1 commento:

  1. Gli ultratradizionalisti dicono che c'è stata rottura, ed era meglio prima.
    Gli ultraprogressisti dicono che c'è stata rottura, ed è meglio col rito nuovo.
    In mezzo ci siamo noi, mazzolati sia dagli uni che dagli altri ... ma confidiamo nel Signore nostro aiuto e nostra forza! Amen.

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