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lunedì 30 marzo 2020

La preghiera solitaria del Papa in Piazza S. Pietro: una riflessione

Anch’io, come tanti, venerdì 27 marzo ho seguito la preghiera solitaria del Papa in piazza S. Pietro, battuta dalla pioggia e completamente vuota. Anch’io, come tanti, ho pregato con un’intensità che non mi è consueta, e della quale ringrazio il Signore. Anch’io, come tanti, mi sono commosso, e ho dunque vissuto quel momento sicuramente storico sull’onda del sentimento piuttosto che alla luce della ragione.

Oggi, però, superata l’emozione – che non mi trattengo dal definire benedetta – vorrei provare a spiegarmela, perché il frutto di quel momento non rimanga confinato sul piano dell’emotività, ma possa persistere oltre la volatilità dei sentimenti passeggeri.

Ripensando, dunque, alle potenti immagini che si sono impresse nelle mia memoria come in quella di milioni di altri fedeli, credo di poter dire che mi sono così profondamente commosso perché in piazza S. Pietro, l’altra sera, si stava svolgendo un dramma: un dramma spirituale che mi coinvolgeva totalmente; e la drammaticità dell’evento era così intensa e vibrante da conquistare un suo grado di innegabile solennità, ancorché non liturgica.

Il dramma, poi, consisteva nel vedere e quasi poter toccare con mano, nonostante l’assenza fisica, che la Chiesa piangente che si aggirava dimessa e disorientata sul sagrato della Basilica era una Chiesa ormai atrofizzata sotto tutti i profili – spirituale, liturgico, teologico, morale, culturale e intellettuale – e che si scopriva impotente su tutti quei piani, totalmente impreparata ad affrontare la realtà e le prove ciclopiche cui essa la espone; e tuttavia bramosa di sollevare ciononostante lo sguardo a Dio, come ad implorarLo di risvegliarla, prima ancora di risanare i suoi figli e liberarli dal flagello della pandemia.

Una chiesa ancora inviluppata nelle catene dell’orizzontalismo, del naturalismo, del sentimentalismo, del buonismo melenso, del narcisismo, del sociologismo, del pastoralismo, incapace di pregare al di fuori degli stereotipi che essi le impongono, costretta a dire le banalità superficialmente consolatorie della sua ormai smidollata liturgia, e piombata in una passiva inettitudine che quasi le impedisce di riconoscere nel castigo inflittole l’inizio della sua guarigione; e tuttavia ansiosa di svincolarsene e di poter spiccare di nuovo il volo per trovare, purificata dalla sofferenza presente, la vera consolazione e la sicura consapevolezza della sua dignità di Sposa di Cristo.

Una Chiesa ben rappresentata dalla piazza desolatamente vuota, riempita solo dalla debordante pienezza della Presenza Reale: immagine della desertificazione creata dai peccati dei suoi figli e dei suoi pastori, dai loro tradimenti, dalle loro menzogne, dal loro cedimento alle lusinghe del mondo e addirittura ai fasti del nuovo paganesimo; e tuttavia ancora capace di umiliare contrita ai piedi del suo Signore proprio il deserto che quei figli e quei pastori hanno colpevolmente creato.

Così, di fronte al dramma che si è svolto venerdì in piazza San Pietro, non riesco a non pensare alla parabola del figliol prodigo (Lc, 15, 11-32), e mi pare come se tutti noi membri indegni della Chiesa, ad iniziare dal suo stesso capo visibile, dopo aver dissipato in regione longinqua il tesoro inestimabile di fede, di spiritualità, di devozione concentrato nella Tradizione e generosamente affidatoci dal Padre, colpiti dal sopravvento di una tragedia inattesa – «facta est fames valida in regione illa» – e, così, sprofondati nella solitudine come il figliol prodigo che «cupiebat implere ventrem suum de siliquis, quas porci manducabant: et nemo illi dabat», avessimo preso salutare consapevolezza della nostra miseria, e iniziassimo finalmente a dire «Pater, peccavi in cælum, et coram te: jam non sum dignus vocari filius tuus: fac me sicut unum de mercenariis tuis».

Enrico Roccagiachini