giovedì 28 febbraio 2019

Il Canone Romano come norma dottrinale e morale

Riceviamo dal Prof. Peter A. Kwasniewski - che ringraziamo di cuore - il testo della conferenza che Egli ha tenuto lo scorso 26 ottobre 2018 ad Oxford, e siamo lieti di proporlo ai nostri lettori.


Pilastro e Fondamento del Rito Romano:
il Canone Romano come Norma Dottrinale e Morale


Peter A. Kwasniewski


Di tutte le preghiere con cui la Chiesa Cattolica offre il sacrificio di lode a Dio Onnipotente, quella che si contraddistingue di più come punto di riferimento per la fede divina, fondamento di roccia inamovibile, tesoro secolare, è il Canone Romano — l’unica anafora, ovvero preghiera eucaristica, recitata dalla Chiesa Cattolica in tutti i riti ed usi occidentali, dai secoli nebulosi prima dell’epoca di Papa San Gregorio Magno (m. 604), che abbiamo appena onorato con una Messa votiva nel rito gregoriano, fino alla fatidica fine degli anni ‘60. Il Canone Romano era e fu sempre percepito come un’eredità apostolica da ricevere amorevolmente, preservare gelosamente, e trasmettere diligentemente. Lo si può concepire come una sorta di santo «testimone» passato da una generazione alla successiva, per assicurare la continuità della corsa che corriamo sulle orme degli Apostoli Pietro e Paolo, nella speranza di ottenere il premio celeste.


Era un testimone con cui gli eretici protestanti non volevano aver niente a che fare. Per loro, il Canone Romano era l’incarnazione di tutto ciò che fosse superstizioso, corrotto, orientato alle opere, regressivamente pagano, papistico e medievale. Ben consapevole di quest’attitudine sdegnosa (e, si potrebbe aggiungere, storicamente e teologicamente insostenibile), il Concilio di Trento si preoccupò di lodare il Canone Romano:
Siccome è giusto che cose sante siano amministrate in maniera santa, e di tutte le cose questo sacrificio è il più santo, la Chiesa Cattolica, affinchè sia degnamente e riverentemente offerto e ricevuto, istituì molti secoli fa il santo Canone, il quale è così privo di ogni errore che non contiene niente che non sia al massimo grado in odore di una certa santità e pietà e innalzi verso Dio le menti di coloro che offrono. Perché esso consiste in parte delle parole stesse del Signore, in parte delle tradizioni degli Apostoli, e infine dei pii regolamenti dei santi pontefici.
In breve, il Canone Romano è un monumento ed un repositorio di tutto quello che c’è di più vero, più santo, più antico e più efficace nella Chiesa fondata da Cristo.

Il mio discorso di oggi è intitolato «Pilastro e Fondamento del Rito Romano: Il Canone Romano come Norma Dottrinale e Morale». Il pilastro l’ho associato alla dottrina, come un pilastro si erge alto per sostenere le volte sopra di lui e punta verso il cielo, verso le verità permanenti della nostra Fede. Il fondamento l’ho associato ai solidi principi morali, sui quali la vita Cristiana si appoggia e senza i quali diventa solo aria fritta. Il mio discorso, poi, avrà due parti. Nella prima e più ampia parte esplorerò dodici verità dogmatiche trasmesse dal Canone Romano — verità o completamente assenti dalle neo-anafore dal Messale di Paolo VI, o sensibilmente in sordina — e questo dimostrerà, per induzione, quanto il Canone sia davvero un pilastro della dottrina. Nella seconda parte, considererò in breve le implicazioni moralidell’aver spostato i fondamenti del culto Cattolico, per mezzo dell’opzionalizzazione del Canone Romano che lo ha relegato in uno stato di oblio quasi totale (al di fuori di quelle relativamente poche parocchie o communità tradizionaliste che l’hanno preservato per principio).

PARTE I: VERITA' DOGMATICHE

Per ognuna delle verità dogmatiche, affermerò la verità in questione, citerò il brano del Canone, e poi offrirò il mio commento.

1. L’unità e le altre perfezioni della Chiesa sono doni che preghiamo di ricevere da Dio
Te igitur, clementissime Pater, per Iesum Christum, filium tuum, Dominum nostrum, supplices rogamus, ac petimus, uti accepta habeas, et benedicas, hæc dona, hæc munera, hæc sancta sacrificia illibata, in primis, quæ tibi offerimus pro Ecclesia tua sancta catholica: quam pacificare, custodire, adunare, et regere digneris toto orbe terrarum…
Proprio all’inizio del Canone, troviamo una combinazione di umiltà profonda e supplica sincera che il Padre riceva quest’offerta solennissima della Chiesa e la renda, in virtù del suo onnipotente comando paterno, i sacrifici senza macchia di Cristo (notate il plurale, un’indicazione della grande antichità di questa preghiera, perché quando i primi cristiani si riferivano alla Messa parlavano «dei misteri», «dei sacrifici», e «dei sacramenti»; uso, qest’ultimo, che riappare nelle preghiere di abluzione).

Le nuove Preghiere Eucharistiche aggiunte nel Novus Ordo relegano il fine dell’offerta a dopo la consacrazione. I loro autori consideravano più opportuno fare la consacrazione prima e dichiarare per chi la offriamo poi. Ma il Canone Romano dà la priorità al fine dell’offerta, cominciando con una dichiarazione che quest’offerta è della Chiesa e per la Chiesa — e non in modo confuso, ma con rispetto della sua precisa struttura gerarchica. In questo si riflette sia la saggezza filosofica greca che dice che la causa finale ovvero il motivo finale è la «causa delle cause», sia la teologia patristica, la quale sempre sottolinea la collocazione ecclesiale della liturgia. Quest’è il sacrificio del Corpo Mistico, per il Corpo Mistico, sempre in unione con la sua Testa, il Nostro Signore Gesù Cristo, che è allo stesso tempo sommo sacerdote, vittima, ed altare.

Il Canone dice «la Tua santa Chiesa cattolica», l’unica e sola Sposa del Signore — e nonostante questo il sacerdote implora il Padre di unirla, di custodirla e guidarla, e di donarle la pace. Che la Chiesa sia ben governata in terra non è una cosa data per scontata; che proceda in pace sulla strada giusta, che resti sicura dai mali dell’ignoranza, dell’errore, e del peccato, anche che rimanga in unità visibile, niente di tutto questo può esser dato per scontato, come se dire che «la Chiesa è indefettibile» volesse dire che la tua anima, la tua chiesa locale, o la tua qualsiasi cosa regionale (per esempio conferenza episcopale) è indefettibile. Anzi, questi sono doni da impetrare ovvero implorare al Signore. Ed il Signore potrebbe, nella Sua saggezza e giustizia, privare la Chiesa sulla terra del godimento di questi beni se i fedeli o i suoi governanti fossero così malaugurati da essere poco entusiasti nell’eseguire l’opus Dei, o mondani nelle loro attitudini, o vigliacchi nelle loro prediche. Qui si trova un’assenza totale di presunzione: i membri della Chiesa sulla terra non presumono di essere già la perfetta, immacolata Sposa di Cristo, ma supplicano di avere le sue qualità.

2. Il Sacrificio è offerto per Cattolici che custodiscono la vera Fede, e sono loro i beneficiari.
… una cum famulo tuo Papa nostro N., Antistite nostro N., et omnibus orthodoxis, atque catholicæ et apostolicæ fidei cultoribus.
Proseguendo la stessa supplica, il sacerdote dichiara che sta offrendo il sacrificio per i gerarchi della Chiesa e per tutti i cattolici ortodossi — un’implicita preghiera che noi si possa sempre essere e rimanere tali. Da notare, qui, è l’enfasi sull’ortodossia dottrinale, la quale per gli antichi cristiani che utilizzarono per primi questa preghiera era incomparabilmente la prima cosa e la cosa più importante che bisognava sapere di qualcuno: «aderisce alla vera fede?». Non: «è una buona persona, paga le sue bollette, fa volontariato, ricicla i rifiuti?» ma: «professa la fede universale che ci arriva dagli Apostoli?». Anche la questione della carità è secondaria ad essa, giacché la vera carità, la virtù teologale infusa, richiede come fondamento la virtù infusa della fede, altrimenti è mera filantropia, buonismo, gentilezza, o virtù pagana, nessuna delle quali cose ci fa ereditare il regno dei cieli.

Perciò il Canone Romano, in modo originale, mette l’enfasi sull’ortodossia come condizione di base dell’adesione alla Chiesa, invece delle tanto diffuse quasi-virtù semi-morali che le sono sostituite oggigiorno. Questa parte del Canone insegna che il Santo Sacrificio è offerto non vagamente per una fratellanza universale dell’umanità o un buffet ecumenico ma per cattolici orto-credenti che professano la fede a noi trasmessa. Ci sfida a prendere la verità dogmatica tanto seriamente quanto l’hanno fatto tutti i santi, essendo disposti a dare la vita invece che dissentire di una virgola dal depositum fidei. Nessun sacrificio può essere offerto per la nostra salvezza, e in realtà non saremo proprio salvati, se siamo eretici, scismatici, apostati, o infedeli.

3. La Fede e la devozione sono prerequisiti alla partecipazione alla Messa.
Memento, Domine, famulorum famularumque tuarum, N. e N. et omnium circumstantium, quorum tibi fides cognita est et nota devotio, pro quibus tibi offerimus: vel qui tibi offerunt hoc sacrificium laudis…
Qui il Canone identifica due qualità che devono essere presenti in chiunque voglia assistere al Santo Sacrificio senza peccato, cioè, fede e devozione. Secondo San Tommaso, il peccato peggiore, in parole povere, è l’infedeltà, il rifiuto di sottoporre la propria mente alla Rivelazione di Dio. La Fede è la radice dell’intera vita cristiana: «senza la fede, è impossibile essere graditi a Dio» (Ebrei 11:6). Nota bene: non è «difficile» o «più duro» essere graditi a Dio senza la fede, è impossibile. La salvezza non è raggiungibile per coloro che non professano la fede cristiana. Come dichiara la prima riga del simbolo atanasiano: «Chiunque voglia salvarsi, deve anzitutto attenersi alla fede cattolica: colui che non la conserva integra ed inviolata senza dubbio perirà in eterno.»Allora il Canone, in maniera opportuna, identifica questa virtù nel ricordo dei vivi, così come farà più tardi nel ricordo dei defunti.

Inoltre, il Canone correttamente menziona «la devozione», perché, come spiega San Tommaso, nessuno può degnamente offrire il Sacrificio della Messa oppure ricevere la Santa Communione senza devozione effettiva. Sarebbe almeno un peccato veniale, e potrebbe essere un peccato mortale, offrirla o riceverla in uno stato mentale totalmente distratto, di routine o convenzione, senza una fede esplicita nella Presenza Reale accompagnata da qualche atto di adorazione che scaturisce dalla nostra devozione ai misteri.

4. Maria è perennemente Vergine, e Cristo è Dio vero.
Communicantes, et memoriam venerantes, in primis gloriosæ semper Virginis Mariæ, Genetricis Dei et Domini nostri Iesu Christi…
Come conviene alla sua antica provenienza, il Canone riporta alla mente il dogma della verginità perpetua di Nostra Signora, semper Virginis Mariae — virgo ante partum, in partu, post partum — un aspetto mancante dalle nuove Preghiere Eucaristiche.

Anche più importante è la testimonianza sonora che esso dà alla divinità di Cristo: «Gesù Cristo, nostro Dio e nostro Signore». Mentre le espressioni «Cristo nostro Signore» oppure «Cristo tuo Figlio nostro Signore» sono sempre abbondanti nelle preghiere moderne, in nessuno di loro è preservata questa classica espressione anti-ariana, una perdita accompagnata dalla rimozione dal Novus Ordo di tante preghiere dell’usus antiquior che si rivolgono direttamente a Cristo come Dio.Cristo non è solo il nostro Redentore, nostro Salvatore, nostro Maestro, nostro Fratello: è il nostro Dio — Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, che veneriamo con l’adorazione di latria

5. Siamo protetti da Dio a causa dei meriti dei santi.
…et omnium Sanctorum tuorum; quorum meritis precibusque concedas, ut in omnibus protectionis tuæ muniamur auxilio. … Intra quorum nos consortium, non æstimator meriti, sed veniæ, quaesumus, largitor admitte.
Tutte le anafore approvate menzionano la comunione e l’intercessione dei santi, ma solo il Canone Romano specifica che sono i loro meriti che ottengono per noi la protezione del Signore. Quest’elemento controbilancia l’elemento, verso la fine, di «non come giudice del nostro merito», con un contrasto implicito ai meriti dei santi. A parte un riferimento nella Preghiera Eucaristica II, la nozione del merito è stranamente assente nei testi liturgici postconciliari, probabilmente perché era nell’interesse dell’ecumenismo sminuire uno degli argomenti su cui i Cattolici ed i protestanti sono più fortemente in disaccordo.

Degni di nota a questo riguardo sono i due ampi elenchi di santi nel Canone Romano. Ultimati da San Gregorio Magno, questi elenchi sono finemente costruiti nella loro numerologia e nel loro amalgama di santi di importanza universale e santi venerati localmente a Roma, come per accentuare l’universalità del logos che attira a sé tutti coloro che sono «saggi e che cercano Dio» (cf. Sal. 13:2) oltre allo «scandalo dello specifico» [1]. Nel Canone Romano, quaranta santi benamati dall’antica Chiesa di Roma sono richiamati e invocati: venticinque santi prima della consacrazione (novero a cui nel 1962 fu aggiunto San Giuseppe), e quindici dopo. A parte Nostra Signora, che rimane in una categoria tutta sua, e San Giuseppe, l’elenco prima della consacrazione include due gruppi di dodici santi ognuno. Prima, gli apostoli: Pietro e Paolo, Andrea, Giacomo, Giovanni, Tommaso, Giacomo, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Simone e Taddeo; poi, i martiri: Lino, Cleto, Clemente, Sisto, Cornelio, Cipriano, Lorenzo, Crisogono, Giovanni e Paolo, Cosma e Damiano. Questo duplice elenco è uno schema numerologico intenzionale, nel quale bisogna moltiplicare 12 per 12 per ottenere 144, ricordando la vasta multitudine di santi menzionati nel Libro dell’Apocalisse, 144.000. Qui vediamo di sfuggita la completezza, la totalità, di tutti i santi.

Nel secondo elenco, dopo la consacrazione, Giovanni Battista è menzionato per primo ed è da considerare il capo di questo secondo coro di santi, a causa della sua unica relazione con la Chiesa di Roma, in qualità di patrono della cattedrale del Papa in Laterano. Seguono due gruppi: sette uomini (Stefano, Mattia, Barnaba, Ignazio, Alessandro, Marcellino, Petro) e sette femmine (Felicita, Perpetua, Agata, Lucia, Agnese, Cecilia, Anastasia). Il numero 7, come il 12, simbolizza perfezione, pienezza. Questo schema, 7 x 7 = 49, ancora ci fa ricordare l’intera compagnia dei santi, che sono santificati dalla discesa dello Spirito Santo a Pentecoste (49 + 1, dove l’uno indica Dio, che santifica i santi ed è da loro benedetto).

Così il Canone mette due volte davanti ai nostri occhi l’intera comunione dei santi, quelli di cui conosciamo i nomi e celebriamo le feste, quelli che sono menzionati solo nella Martirologia, e la schiera i cui i nomi solo Dio conosce. Ogni volta che la Messa tradizionale è offerta, quarantasei santi sono nominati: i quarantuno già menzionati, più Sant’Abele, Sant’Abramo, San Melchisedec, Sant’Isaia, e San Michele Archangelo. Questi santi del Nuovo Testamento, dell’Antico Testamento, e dell’ordine angelico rappresentano la vasta moltitudine di ogni tribù e lingua e popolo e nazione che cantano le alte lodi di Dio nel regno dei cieli. L’apparente arbitrarietà di questi quarantasei santi, quando tanti altri avrebbero potuto essere scelti, rinforza una delle lezioni fondamentali della rivelazione divina: «Farò grazia a chi farò grazia e avrò pietà di chi avrò pietà».Dio ci chiama per nome, non ci riscatta genericamente. Gli antichi greci chiamavano uno schiavo aprosopos, quello senza viso. Gesù Cristo, il viso umano di Dio, ripristina a noi i nostri visi, i nostri nomi, la nostra dignità, nel mezzo dei nostri fratelli e sorelle. Le neo-anafore, invece, annientano questi elenchi di santi — la pia memoria della Chiesa di Roma — e, riferimenti obbligatori a Nostra Signora e San Giuseppe a parte, nell’omissione dei degni nomi di singole persone rispecchiano le folle anonime della modernità industriale.

6. Dio Padre è Pater familias della Chiesa, Sua famiglia; il sacerdote è il suo primo servitore.
Hanc igitur oblationem servitutis nostræ, sed et cunctae familiæ tuæ, quaesumus, Domine, ut placatus accipias …
Si può osservare l’antichità e la Romanitas del Canone Romano in molti aspetti, dei quali la Hanc igitur è un nitido esempio. Qui, Dio è il Pater familias, quello dalla cui Parola (con la P maiuscola) dipendono la vita e la morte di tutti i membri della famiglia. Se Lui pronuncia la parola di comando, accadrà il sacrificio; se Lui si degna di riceverlo, sarà efficace. È per questo che al Canone Romano manca l’epiklesis. Precedente alla controversia del Macedonianismo riguardo la divinità dello Spirito Santo, esso riflette una teologia patricentrica in cui la soddisfazione del Padre col Figlio, insieme alla Sua onnipotenza, fornisce una spiegazione sufficiente al perché la preghiera della Chiesa prevale ed il Corpo e Sangue di Cristo sono presenti sull’altare.

La chiesa è chiamata, in modo rassicurante, la «famiglia di Dio». Il sacerdote chiede al Padre di accontentarsi di hanc oblationem servitutis nostrae, letteralmente, quest’offerta della nostra servitù, cioè, un’opera effettuata dai servitori della casa perché sono comandati di effettuarlo. Il sacerdote all’altare, allora, è il servitore principale del padrone ovvero maggiordomo, un architriclinus che agisce per conto del padrone per il bene di tutti i membri della famiglia. Il linguaggio del Canone unisce la gerarchia dell’autorità con l’intimità della famiglia, la speciale ed elevata posizione riservata al sacerdote ed il suo stato di servitore della comunità — verità compagne che spesso sono contrapposte, sia in teoria che in pratica, nelle ecclesiologie impoverite del giorno d’oggi.

7. Il destino predefinito dell’uomo è l’inferno; gli eletti sono predestinati da Dio alla vita eterna.
…diesque nostros in tua pace disponas, atque ab æterna damnatione nos eripi, et in electorum tuorum iubeas grege numerari. 
La seconda parte del Hanc igitur sanciscela verità della salvezza umana insegnata dai Padri, Dottori, e Papi premoderni della Chiesa, e così esclude la mentalità universalista della nostra epoca che assume che tutti gli uomini saranno salvati — che la salvezza è l’impostazione predefinita — a meno che coscenziosamente ed oltraggiosamente respingano Dio. Il consenso dei teologi cattolici dall’antichità fino all’inizio del ventesimo secolo era, al contrario, che l’uomo, a causa della sua eredità di peccato originale, non può entrare nel regno dei cieli a meno che muoia e risorga con Cristo nel battesimo, e che, di conseguenza, l’umanità è una massa damnata da cui gli individui sono salvati tramite l’applicazione alle loro anime dei frutti della Sua redenzione. L’unico cammino verso la vita eterna è essere rivestito di Cristo, incorporato nel suo Corpo Mistico, e morire in uno stato di grazia santificante.

Per di più, in opposizione al Pelagianesimo, la Chiesa insegna che Dio, non l’uomo, fa il primo passo nel rinnovo della nostra vita; che tutta la nostra sufficienza viene da Lui (2 Cor. 3:5); che nessuno viene a Gesù senza che sia il Padre ad attirarlo (Gio. 6:44); che diveniamo figli adottivi di Dio secondo la Sua volontà che a ciò ci predestina (Ef. 1:5); che perseveriamo grazie al Suo dono, non ai nostri propri sforzi. In breve, Dio deve numerarci nel gregge dei Suoi eletti; Lui ci sceglie, consapevolmente ed amorevolmente per essere le «pecore razionali» [2] del suo gregge. Non è, per dire, che gli capita di trovarci nell’ovile; Lui ci porta là e ci tiene là. Con chiarezza il Canone Romano trasmette questa verità, in parole tanto semplici quanto sobrie, ricordandoci che la Chiesa Cattolica, come il suo dottore universale San Tommaso, ha sempre insegnato ed insegna sempre la dottrina della predestinazione.

La dottrina della predestinazione, compresa in maniera corretta (e non, per esempio, lo stravolgimento di Calvino), ha come suoi effetti spirituali positivi un’attitudine di ringraziamento per le misericordie innumerevoli del Signore, siccome è morto per noi mentre eravamo ancora suoi nemici, affinché potessimo divenire Suoi amici; una profonda umiltà per essere stati scelti da Dio non per una qualche nostra grazie, ma solamente perché Egli possa riempirci di grazia alla sua vista; una sobria vigilanza, affinché i nostri nomi non siano cancellati dal Libro di Vita; e, più di tutto, un continuo ricorso alla preghiera, così che possiamo stabilirci sempre di più in Cristo, e non in noi stessi, perché è solo tramite l’«essere fatti conformi all’immagine di Suo Figlio» (Rom. 8:29), ed in nessun altro modo, che la nostra predestinazione è compiuta. È allora di un’importanza immensa per nutrire la giusta fede del popolo che questa dottrina, trasmessa pura ed intera nel Canone Romano, sia presente ai sacerdoti nell’offrire la Messa, ed al popolo nel parteciparvi.

8. Il sacrificio che offriamo è razionale; la nostra fede è ragionevole.
Quam oblationem tu, Deus, in omnibus, quaesumus, benedictam, adscriptam, ratam, rationabilem, acceptabilemque facere digneris: ut nobis Corpus et Sanguis fiat dilectissimi Filii tui, Domini nostri Iesu Christi.
Il vocabolario legale impiegato qui, ancora molto romano, comunica un forte senso di obiettività: stiamo chiedendo al Padre di concedere che tutto sia fatto correttamente e che sia registrato per tale, come implicando che la salvezza non è una questione di impressioni, sentimenti, stati soggettivi, pia illusione, desideri amorfi, ma un concreto, definito, e conscio accesso a Dio per mezzo di un «sacrificio visibile come esige la natura umana».

Così il Canone Romano sottolinea la razionalità della fede cristiana. Il Logos divenne carne per ristorare il logos, la ragione, dell’uomo. A noi è concesso il privilegio di un’adorazione razionale che, da una parte contiene sempre la piena realtà del sacrificio (senza il quale non c’è né religione, né venerazione, né perdono dei peccati) e, dall’altra è incruento e spirituale, portandoci dal regno sensibile o terreno al regno intelligibile o celeste. Il Protestantesimo attaccò il Cattolicesimo in quanto recrudescenza di paganesimo o di culto ebraizzante; la modernità attaccò il Cattolicesimo in quanto superstizione irrazionale e pregiudizio prescientifico; il post-moderno attacca il Cattolicesimo in quanto avara, maschilista, onnifobica ed intollerante struttura del potere autoreferenziale; ma il Canone Romano serenamente testimonia della luminosa razionalità della Fede, della maestà del suo Dio, dell’eccellenza dei suoi riti, del nobile obiettivo della sua regola di vita.

9. Le mani di Cristo sono sante e venerabili — così come quelle del sacerdote.
Qui pridie quam pateretur, accepit panem in sanctas ac venerabiles manus suas, elevatis oculis in coelum ad te Deum, Patrem suum omnipotentem… Simili modo postquam coenatum est, accipiens et hunc præclarum calicem in sanctas et venerabiles suas…
Una delle più belle usanze Cattoliche è quella di baciare le mani di un sacerdote appena ordinato, per esprimere la propria riverenza per il ministro del Signore e specialmente per questi strumenti consacrati per mezzo dei quali i sacramenti — soprattuto, il prezioso Sangue del Signore — sono consegnati al popolo.

La dignità di Cristo Sommo Sacerdote, la Sua inerente santità ed il modo in cui il ministro condivide questa dignità e santità sono meravigliosamente evidenziati nel Canone Romano, quando il sacerdote, al momento di innalzare l’ostia, dice: «Prese il pane nelle Sue mani sante e venerabili», e poi usa le stesse parole in riferimento al calice. Le mani del sacerdote: perché tanti Cattolici non le venerano più, non le considerano più come le sole adatte a maneggiare il Pane di Vita? Indubbiamente la ragione è una grandissima perdita di fede nella Presenza Reale, che riduce questo dono immortale a semplici ostie da distribuire nella maniera più comoda. Avendo perso di vista l’Uno con «mani sante e venerabili», l’Uno «che alza i Suoi occhi al cielo», abbiamo anche perso di vista l’unicità del Suo ministro, le responsabilità che appartengono a lui in quanto alter Christus, ed il carattare essenzialmente sacro del culto liturgico, in virtù del quale dovremmo alzare i nostri occhi al cielo, non tenerli fissati sulle cose terrestri (Col 3:2) — oppure fissati su noi stessi in un «circolo chiuso», come capita quando la Messa è celebrata verso il popolo, invece che verso oriente in un’orientazione comune verso Cristo nostro Dio, che, come ci dice la Scrittura, verrà in giudizio dall’Oriente.

Permettetemi di illustrare il potere di queste parole per mezzo di una storia vera che mi è stata raccontata. C’era un certo sacerdote che non usava mai il Canone Romano, ma solo le neo-anafore. Capitò che un amico gli chiese di celebrare Messa per un’occasione speciale, e richiese che lui pregasse questo Canone. Giunse quell giorno, e quando il sacerdote arrivò alle parole «Prese il pane nelle Sue mani sante e venerabili», fece una pausa e si mise a piangere — perché per la prima volta in vita sua era consapevole che queste parole si riferivano anche alle sue proprie mani, come rappresentante di Gesù Cristo all’altare. Il sacerdote prese un momento per calmarsi e poi continuò fino a: «prese questo glorioso calice nelle sue mani sante e venerabile», quando si mise nuovamente a piangere. Che questo racconto possa rinfocolare la nostra meraviglia per l’enormità del Santo Sacrificio, specialmente per la consacrazione, e per il ruolo che adempie il sacerdote! Non dimentichiamo mai che quello che realizza il sacerdote alla consacrazione, col potere di Dio, non è comparabile a nessuna cosa effettuata dal potere naturale degli angeli della milizia celeste, San Michele Arcangelo incluso.

10. Ogni Messa è misticamente la stessa del Sacrificio unico del Calvario.
…accipiens et hunc præclarum Calicem in sanctas ac venerabiles manus suas: item tibi gratias agens, benedixit, deditque discipulis suis, dicens: Accipite, et bibite ex eo omnes…
La straordinaria espressione hunc praeclarum calicem asserisce fortemente l’unità della Messa in corso con l’unico e bastevole Sacrificio del Calvario, che il Signore anticipò simbolicamente la notte in cui fu tradito. La prima Messa di giovedì santo, l’oblazione sanguinosa di venerdì santo, ed ognuna delle innumerevoli Messe celebrate da allora in poi, sono l’unico e lo stesso sacrificio dell’innocente Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Per questo il sacerdote può dire, con simultanea licenza poetica ed esattezza metafisica, che Gesù prese «QUESTO calice nobile», lo benedì, e lo diede ai Suoi discepoli. 

Inoltre, la parola praeclarus merita attenzione. Vuol dire «splendido, luminoso, eccellente, famoso, illustre, nobile, eminente». Questa parola ha una forza sia causativa che esplicativa. Da una parte, è a causa di quello che fa il Signore al vino che il recipiente che lo contiene acquisice nobiltà. Questo calice diviene illustre perché proprio il Sangue del Signore (assieme al Suo Corpo, Anima, e Divinità) diviene presente al suo interno. D’altra parte, siccome i seguaci di Cristo da allora sanno che cosa deve accadere al vino nel calice, si sforzano di epoca in epoca di creare i calici più belli, nobili, splendidi che l’arte umana possa inventare, affinché siano degni — o meno indegni, almeno — del loro sacro contenuto. Perciò è del tutto a proposito che un sacerdote debba inchinare il capo (per esempio) ad un raffinato calice d’oro incrostato di gemme e dire hunc praeclarum calicem; il recipiente vero e proprio che maneggia, così ovviamente diverso dai recipienti mondani, diviene un segno esterno della realtà interna che nessun occhio mortale può vedere: «il calice dell’eterna salvezza». Sfidando la Chiesa a indicare, con il suo aspetto esterno, realtà interiori, il Canone Romano solleva l’asticella dell’arte ecclesiastica al più alto livello possible.

11. I Cristiani che offrono questo sacrificio sono i veri figli di Abramo.
Supra quæ propitio ac sereno vultu respicere digneris: et accepta habere dignatus es munera pueri tui iusti Abel, et sacrificium Patriarchæ nostri Abrahæ: et quod tibi obtulit summus sacerdos tuus Melchisedech, sanctum sacrificium, immaculatam hostiam.
Il Canone Romano parla del sacrificio di Cristo come l’apice di una lunga storia di santi sacrifici che l'hanno anticipato, identificandone tre in particolare: l'offerta di Abele dei «primogeniti del suo gregge e del loro grasso» (Gen. 4); l'offerta di Abramo del suo figlio prediletto, Isacco (Gen. 22); e l'offerta di Melchisedec di pane e vino (Gen. 14). Significativamente, Abramo è chiamato «nostro patriarca».

Non per mezzo di consanguineità ma di imitazione di fede, Abramo è il nostro patriarca, il patriarca dei Cristiani ortodossi. Come insegna San Paolo nella lettera ai Galati: «i figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede» (Gal. 3:7); «le promesse furon fatte ad Abramo e alla sua discendenza», cioè Cristo (Gal. 3:16), e così a tutti quelli che gli appartengono in fede: «se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal. 3:29). E nella lettera ai Romani: «Infatti non tutti i discendenti di Israele sono Israele, né per il fatto di essere discendenza di Abramo sono tutti suoi figli» (Rom. 9:6).Abramo è patriarca di tutti coloro che hanno fede in Cristo — degli ebrei, come lui stesso, che bramavano il Messia e sono stati liberati da Lui dal limbo dei padri, oltre che degli ebrei e dei gentili dall'epoca di Cristo fino al presente che sono stati battezzati in Cristo e così sono divenuti «l'Israele di Dio» (Gal. 6:16), la Chiesa Cattolica. Gli ebrei come gruppo etnico e/o religioso non è più il Popolo scelto di Dio dopo la loro infedeltà al loro Messia (cf. Deut. 18:18–19).

Una preghiera che Papa Leone XIII scrisse per la consacrazione della razza umana al Sacro Cuore nell'anno santo del1900, e che Papa San Pio X comandò dovesse essere fatta ogni anno e che poi Papa Pio XI specificò dovesse essere fatta per la Festa di Cristo Re, testimonia la verità del supersessionismo: «Volgi i tuoi occhi misericordiosi verso i figli di quella razza, un tempo popolo scelto da Dio: i cui progenitori richiamarono su se stessi il Sangue del Salvatore, sui quali Esso possa ora scendere come un lavacro di redenzione e di vita».Ovviamente, il supersessionismo, o teoria della sostituzione,non riguarda come gli ebrei debbano essere trattati nella vita quotidiana. Non c’è motivo di trattarli diversamente dalla maniera in cui dovremmo trattare ogni vicino, cioè con una carità che augura per loro una vita in Cristo e la visione beatifica. Non solo, sono un popolo che merita stima speciale a causa dell’elezione dei loro antenati e il peso delle loro profezie sul Messia, a cui continuano sempre a offrire testimonianza (come riflette Sant’Agostino). Ma nell’ordine soprannaturale delle cose non sono più «il popolo eletto» o «il popolo dell’alleanza». Dire altrimenti vuol dire respingere «l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa», vale a dire, respingere Cristo e la Sua Chiesa, punto.

12. La Messa è un sacrificio terreno che è unito e ci unisce all’eterna liturgia in paradiso.
Supplices to rogamus, omnipotens Deus: iube hæc perferri per manus sancti Angeli tui in sublime altare tuum, in conspectu divinæ maiestatis tuæ: ut, quotquot [Osculatur Altare] ex hac altaris participatione sacrosanctum Filii tui Corpus, et Sanguinem sumpserimus, omni benedictione coelesti et gratia repleamur [Seipsum signat].
In questa sublime orazione, recitata dal sacerdote mentre si inchina verso l’altare, sentiamo la mescolanza di due fragranze — quella del misticismo ebraico, come è percepibile di sfuggita nei complicati riti di dedicazione del tempio di Salomone, e quella del misticismo neoplatonico, che considera questo mondo visibile come il tenue riflesso o una participazione ombrosa del mondo della vera esistenza, il mondo dell’immutabile realtà divina. 

Il sacerdote chiede che Dio comandi che le offerte terrestri siano elevate fino ad un altare celeste, alla presenza di Dio, da un angelo santo che media fra terra e cielo (di conseguenza certi interpreti intendono questo «angelo santo» come Cristo Stesso, «l’angelo del grande consiglio» (Is. 9:6), «il solo mediatore fra Dio e gli uomini» (1 Tim. 2:5)). Stiamo pregando che il nostro sacrificio temporale qua giù possa essere unito con la liturgia eterna della patria celeste; che il nostro altare possa divenire un canale tramite cui raggiungere il cibo immortale e la bevanda del paradiso, il frutto dell’albero della vita. La santissima Vittima sull’altare è presentata sia come la condizione per ottenere ogni benedizione e grazia data alla razza umana (per questo l’oblazione fragrante deve essere portata in alto, alla vista di Dio, a cui essa è gradita), che come l’ultimo contenutodi ogni benedizione e grazia che riceviamo.

L’usanza una seconda volta della parola praeclarus — offerimus praeclarae majestati tuae — connette questa preghiera con le parole che conducono alla consacrazione del calice: hunc praeclarum calicem, come per dire: quello che starà dentro a questo calice è unito a Quello verso cui è sollevato e degno di esso. Il Santo Sacrificio della Messa collassa la distanza tra Creatore e creazione mentre afferma enfaticamente l’abisso infinito mediato dal solo Cristo, nella Sua propria Persona. Il Canone Romano è, quindi, tanto radicalmente Cristocentrico quanto Patricentrico: non riceviamo alcuna benedizione e grazia senza il Figlio, senza il desiderio di comunione con Lui — una verità sottolineata anche dalla significativa ripetizione di «Per Christum Dominum nostrum», che compare ben cinque volte nel Canone, in onore delle Cinque Piaghe.

Le dodici verità che ho riassunto sono distintamente presenti nel Canone Romano, ma sono assenti, o appena presenti nelle neo-anafore incluse nel Messale di Paolo VI. Siccome la Messa è al cuore della devozione della Chiesa Cattolica, e il canone al cuore della Messa, il fatto che la lex orandi sia stata così profondamente modificata rappresenta un tradimento della Tradizione nel senso stretto della parola, nonché un motivo di corruzione nella lex credendi, con risultati inevitabili nella lex vivendi.

PARTE II: IMPLICAZIONI MORALI

Si potrebbe sollevare un’obiezione: «Non è che il Canone Romano fa sempre parte del nuovo Messale, e così il nuovo Messale è simile al vecchio — almeno a questo riguardo?»

Non è del tutto corretto dire che «il Canone Romano» come esistette dal 604 al 1962 si trovi nel Messale di Paolo VI del 1969. Primo, e più gravemente, l’espressione mysterium fidei — un’espressione la cui posizione nella formula consacratoria del vino era attribuita alla tradizione apostolica e a Cristo stesso da tutti i grandi commentatori della Messa, incluso il più grande teologo della Chiesa, San Tommaso — è stata rimossa dalla sua posizione storica e trasformata in un invito ad una popolare «acclamazione memoriale» senza alcun fondamento nella tradizione Latina, ed introduce una tensione fenomenologica tra la sacramentale presenza reale e l’anticipata presenza corporale di Cristo Giudice alla fine dei tempi. Secondo, l’elenco dei santi e le simboliche ricorrenze di «Per Christum Dominum nostrum» sono tra parentesi come opzioni, che è una direttiva subliminale ad ometterli. Terzo, varie delle azioni ceremoniali del sacerdote, particolarmente i segni della croce e le genuflessioni, sono state eliminate (questo accadde già nella metá degli anni ‘60 e poi fu trasferito al Novus Ordo). Siccome la lex orandi della Chiesa si esprime non solo in parole ma anche in gesti, questo stravolgimento rituale non è per niente insignificante. Quarto, nel Messale del 1969, l’intera dossologia è da dire o cantare ad alta voce, nonostante non sia stato fatto così per moltissimi secoli. In questa maniera, il Canone Romano come appare in questo Messale non è identico al Canone Romano ricevuto nella tradizione liturgica Latina precedente la riforma.

Ma ammettiamo, per ipotesi, che il Canone Romano sia stato largamente ritenuto nel nuovo Messale. Resta ancora un problema molto più grande, il quale secondo me riguarda molte virtú morali sotto il titolo generale di religione. Il fatto stesso che adesso il Canone Romano è un’opzione contraddice la sua natura interna di canone, cioè, una regola fissa o misura del culto della Chiesa. Parliamo, per esempio, di «canone biblico», e con questo intendiamo una serie fissa di libri ricevuti dalla Chiesa, divinamente ispirati, infallibili, ed incapaci di addizione o sostituzione con qualsiasi altra cosa. Mentre il Canone della Messa non è divinamente ispirato nella stessa maniera, sappiamo però che si sviluppò nel grembo della Chiesa durante i primi secoli sotto la guida dello Spirito Santo, fino a quando ricevette il tocco finale da San Gregorio, e che, da questo punto in poi, è stato umilmente ricevuto come un repositorio di fede apostolica e pietà — qualcosa da venerare con stupor religioso, che nessuno oserebbe «modificare» o «migliorare». Era già, ed era destinato ad essere considerato sempre più come un vero canone, una regola o misura imposta su di noi come il «giogo soave» e «carico leggero» della legge di Cristo.

A me pare che la perdita di una regola fissa di culto pubblico è uno dei vari punti di partenza per la cinquantennale discesa ad Amoris Laetitia, con il suo scalzamento di norme morali senza eccezioni. Nel culto divino, il sacerdote Cattolico una volta era richiesto di sottomettersi ad una legge che governava strettamente tutte le sue parole ed azioni. La terra su cui stava in piedi era terra santa, come Mosè davanti al roveto ardente. Senza il vestiario protettivo delle forme tradizionali di preghiera, il sacerdote si sarebbe esposto troppo facilmente alla colpa di irriverenza, impertinenza, soggettivismo, oppure arbitrarietà. La crisi riguardante la legge naturale e la legge divina con cui siamo confrontati in questo pontificato non è emersa dal nulla. Anzi, è l’ultima espressione della stessa supponenza che si è mostrata per prima nella violenza fatta al cuore stesso della nostra lex orandi occidentale nella liturgia eucaristica ereditata. Se possiamo arrivare a fare violenza a questa cosa santissima, esiste una cosa che successivamente non violenteremo, manipoleremo, adultereremo, e corromperemo? Il ripudio di un centro immobile conduce alla destabilizzazione e disintegrazione centrifuga di tutto il resto.

Il Cardinale Burke ha parlato di antinomianismo, cioè, un’attitudine sdegnosa o ostile in confronto alla legge ed al rispetto delle leggi, come una delle più grandi tentazioni ed errori dei nostri tempi. Permettere ad un sacerdote di scegliere ad libitum tra varie preghiere eucaristiche nel celebrare la Messa è un antinomianismo ritualizzato. 

Siccome, oltrettuto, la liturgia è l’ultima icona di Cristo e dei Suoi santi, ed il Canone Romano è il pannello centrale di questa maestosa iconostasi rituale — o forse potremmo paragonarlo al Pantocratore nell’abside — consegue che l’assalto contro un canone fisso è stato anche un atto primordiale di iconoclasmo, dopo il quale tutti gli altri mascheramenti, demolizioni, e modernizzazioni sono stati solo ripensamenti.

Con un mezzo secolo di caos dietro a noi, siamo in posizione singolare per apprezzare la particolarmente franca osservazione del liturgista Bernard Botte, che scrisse nel 1953:
Dovremmo essere grati alla gente del Medioevo, per aver preservato il canone nella sua purezza, e non aver permesso alle loro opinioni personali o idee teologiche di entrarvi dentro. Si può immaginare la totale finzione che avremmo oggi se ogni generazione si fosse permessa di rifare il canone a misura delle proprie controversie teologiche o nuove forme di pietà. Si può solo sperare in una continua imitazione del buon senso di questi popoli, che avevano le loro idee teologiche ma capivano che il canone non era il loro parco giochi. Ai loro occhi, era l’espressione di una tradizione venerabile, ed essi sapevano che non poteva essere toccata senza aprire le porte ad ogni genere di abuso.
A questo giudizio perspicace e clamorosamente verace, i Cattolici di rito Latino potrebbero oggi rispondere con le parole malinconiche del Salmista: Salvum me fac, Domine, quoniam defecit sanctus, quoniam diminutae sunt veritates a filiis hominum. «Salvami, O Signore, perché non c’è più santo: le verità sono decadute in mezzo ai figli degli uomini» (Sa. 11:2).

Gli appassionati della liturgia Romana classica hanno la grave responsibilità, il gioioso privilegio, e l’incarico veramente evangelizzatorio di preservare il grande Canone Romano nel culto pubblico della Chiesa Cattolica. A dispetto della libertà andata smarrita e dell’autorità abusata, i tradizionalisti ritengono che l’unica strada che porta ad una liturgia che sia una, santa, Cattolica, ed apostolica, come la Chiesa stessa, è il recupero dei nostri riti tradizionali, che sono non solo il canone o misura della fede ortodossa, ma anche la nostra patria spirituale e la nostra anticipazione del mondo che verrà. Per mezzo del nostro lucido amore della tradizione liturgica Latina ed il nostro uso di essa in sempre più luoghi, stiamo dimostrando la continuità del passato, del presente, e del futuro del Cattolicesimo in un momento in cui la sua coerenza interna è minacciata come mai prima.

Grazie per la vostra cortese attenzione.

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[1] Con «scandalo dello specifico» voglio dire che siamo salvati non dalle astrazioni o formule ma da un Salvatore in carne ed ossa chiamato Gesù di Nazareth, che visse in un certo posto ad un certo tempo, e che incontriamo oggi in riti molto definiti i quali sono stati trasmessi di generazione in generazione. Un bell’esempio del «sentimento locale» che troviamo nel Canone Romano è la frase che nel memento per i morti descrive il paradiso: «locum refrigerii, lucis, et pacis», un luogo di frescura, luce, e pace. Frescura, perché questa preghiera ebbe origine nel clima caldo del Mediterraneo, dove tutti cercavano sollievo; addiritura, il manipolo fu prima portato come fazzoletto per asciugare il sudore dalla fronte. Luce, perché in un mondo pre-industriale, la cosa più preziosa è la luce diurna grazie alla quale gli uomini possono vivere e lavorare. Pace, perché il mondo del tardo impero romano era instabile, pieno di guerre e brigantaggio, e tutto tranne che pacifico.

[2] Come dice l’inno Bizantino Akathistos.



3 commenti:

  1. Sul 'Messale dell'assemblea cristiana' edito dalla salesiana LDC ( al di sopra di ogni sospetto di tradizionalismo..anzi !) si legge" Il Canone Romano è interamente permeato dal senso dell'offerta del Sacrificio, insiste nella preghiera di intercessione.. L'usura del tempo e la mano dei riformatori non sono riuscite ad impoverire questa preghiera".

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  2. Por desgracia la ignorancia es mala consejera. Estando de acuerdo en lo esencial del artículo -por ejemplo lo que decía Dom Botte-, hay que tener en cuenta que ya el concilio de Trento se planteó la supresión de las cruces después de la Consagración (vid. Hubert Jedin Historia del Concilio de Trento).
    Estando de acuerdo en lo esencial del artículo (por ejemplo : tantas plegarias eucarísticas hacen más daño que bien, dividen antes que unir) no se pueden olvidar las Actas del Concilio de Trento en las que se manifestaban algunos Padres contra la pretendida claridad del Canon resolviéndose al final que éste debería entenderse de forma ortodoxa en los pasajes oscuros (léase a Jedin)
    En fin, el Concilio de Trento tenía ante sí una rebelión (la protestante, y tenía el deber de reafirmar la Fe y la Tradición Católica) El Concilio Vaticano II se vió en un contexto muy distinto y ya Pío XII había incoado la Reforma Litúrgica. Otra cosa es el caos que siguió y sigue todavía, imprevisible al promulgarse la Sacrosanctum Concilium, aunque sí ciertamente previsible en 1969.
    En conclusión, las cosas no son tan sencillas y mucho menos con la gravísima crisis -Dos quiera que pase pronto- que en este momento atraviesa la Iglesia.

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  3. Concilio de Trento:
    Proyecto de Decreto de 1552:
    Totum missae canonem sacra synodus asserit sanctissime esse institutum...Quod si quae forte sint obscuriora loca et quae explicationis lucem desiderent, qualia permulta in scripturis reperiuntur, consultis orthodoxis patribus... pie et catholice intelligi debent.

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