martedì 16 agosto 2016

“Sacrificium laudis” 50 anni dalla pubblicazione, subito dimenticata: "una prodezza di Satana"

Dal bellissimo Articolo di P. Peter Kwasniewski ( The 50th Anniversary of Pope Paul VI’s Sacrificium Laudis ) su New liturgical Movement. 
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Nei nostri giorni a causa della  scarsa conoscenza dei fatti del passato sembra bizzarro leggere alcuni documenti pontifici che sono stati totalmente  ignorati e contraddetti fin dal momento della loro pubblicazione. 

Tre documenti, accomunati nell'essenza liturgica, sono stati messi subito nel dimenticatoio :
- Mediator Dei del 1947 di Pio XII, che cercò di frenare gli eccessi del movimento liturgico;
- Veterum Sapientia del 1962 di Giovanni XXIII, che ribadì solennemente il posto centrale del latino nella vita della Chiesa;
- Sacrificium Laudis del 15 Agosto 1966 di Paolo VI – di cui oggi ricorre il cinquantenario della pubblicazione.



Pio XII, ad esempio,  in un famoso passaggio della Mediator Dei elenca una serie di esempi erronei di archeologismo liturgico, i quali in seguito divennero le caratteristiche di spicco della vita liturgica postconciliare: "È certamente cosa saggia e lodevolissima risalire con la mente e con l'anima alle fonti della sacra Liturgia, perché il suo studio, riportandosi alle origini, aiuta non poco a comprendere il significato delle feste e a indagare con maggiore profondità e accuratezza il senso delle cerimonie; ma non è certamente cosa altrettanto saggia e lodevole ridurre tutto e in ogni modo all'antico. 
Così, per fare un esempio, è fuori strada chi vuole restituire all'altare l'antica forma di mensa; chi vuole eliminare dai paramenti liturgici il colore nero; chi vuole escludere dai templi le immagini e le statue sacre; chi vuole cancellare nella raffigurazione del Redentore crocifisso i dolori acerrimi da Lui sofferti; chi ripudia e riprova il canto polifonico anche quando è conforme alle norme emanate dalla Santa Sede"

Allo stesso modo, Giovanni XXIII scrisse queste memorabili parole sul ruolo del latino, espressioni  che sarebbero rimaste scolpite nel marmo se non fossero state complemente disattese e dimenticate solo pochissimi anni dopo : "«La piena conoscenza e l'uso di questa lingua, cosí legata alla vita della Chiesa, non interessa tanto la cultura e le lettere quanto la Religione» , come il nostro Predecessore di immortale memoria Pio XI ebbe ad ammonire; egli, essendosi occupato scientificamente dell'argomento, additò chiaramente tre doti di questa lingua, in modo mirabile conformi alla natura della Chiesa: «Infatti la Chiesa, poiché tiene unite nel suo amplesso tutte le genti e durerà fino alla consumazione dei secoli… richiede per sua natura un linguaggio universale, immutabile, non volgare» . 
Poiché è necessario, invero, che «ogni Chiesa si unisca nella Chiesa Romana» e, dal momento che i Sommi Pontefici hanno «autorità episcopale, ordinaria e immediata su tutte le Chiese e su ogni Chiesa in particolare, su tutti i pastori e su ogni pastore e sui fedeli» di qualunque rito, di qualunque nazione, di qualunque lingua essi siano, sembra del tutto conseguente che il mezzo di comunicazione sia universale ed uguale per tutti, particolarmente tra la Sede Apostolica e le Chiese che seguono lo stesso rito latino".

Giovanni XXIII firmò questo Documento sull'Altare Maggiore della Basilica di San Pietro, di fronte ad una moltitudine di fedeli a cui spiegò il suo significato .
Romano Amerio commentò significativamente: "Non c'è, in tutta la storia della Chiesa, un altro esempio di un documento  così solennemente promulgato e per essere poi, poco tempo dopo senza troppe cerimonie, scacciato così come il cadavere di un giustiziato criminale".

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Ma per molti versi la più grande tragedia del periodo post-conciliare è stato l'improvviso, drammatico, quasi totale crollo del mondo della vita religiosa soprattutto nei suoi rami contemplativi con la relativa scomparsa del canto dell'Ufficio Divino in Canto Gregoriano.

E' stato un anti-miracolo, per così dire, una prodezza di Satana che, apparendo come un angelo di luce, ha attirato nella sua diabolica trappola i religiosi .
Le lodi di Dio, che erano state  cantate notte e giorno per oltre un millennio con le melodie più belle che la sensibilità musicale umana potesse mai concepire  sono scese nel più totale silenzio simile a quello di una tomba.

Papa Paolo VI  tuttavia con parole non meno chiare , coraggiose profeticamente ricche di princìpi dottrinali  di quelle che pronunciò nella Humanae Vitae, proprio cinquanta anni fa nel 1966 ha esortato i religiosi di continuare  a tutti i costi il loro ufficio tradizionale corale sostenendo quello era il loro contributo speciale alla vita, alla salute e alla crescita del corpo mistico della Chiesa.

Se è vero che Paolo VI che, per sua stessa ammissione, fu afflitto dalla sindrome di Amleto che lo ha portato a camminare in un percorso a zig-zag per direzioni contrarie intrappolato nei tormenti e dubbi della sua difficile epoca, con l'Esortazione Sacrificium Laudis è salito al di sopra delle acque agitate pronunciando  delle parole chiarissime che sarebbero state una grande benedizione per la Chiesa se solo fossero state seguite.

Non vogliamo però analizzare il pontificato di Paolo VI eccessivamente complicato, ma semplicemente commemorare l'anniversario della Lettera Apostolica, tanto  luminosa quanto trascurata, datata 15 agosto 1966  .
Il contenuto della Sacrificium Laudis merita di essere maggiormente conosciuto soprattutto per incoraggiare  coloro che coraggiosamente si sforzano attualmente di ripristinare lo splendore cerimoniale dell'Ufficio Divino dei riti monastici nella sua pienezza testuale e musicale .


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 PAOLO VI 
SACRIFICIUM LAUDIS 
EPISTOLA APOSTOLICA 
Sulla lingua latina da usare nell'Ufficio Liturgico corale da parte dei religiosi tenuti all'obbligo del coro. 

Diletti figli salute e apostolica benedizione.
Le vostre Famiglie religiose, votate al servizio di Dio, hanno sempre tenuto in grande considerazione, per consuetudine mai interrotta, il Sacrificio di lode, offerta delle labbra che rendono testimonianza al Signore, il canto dei salmi e degli inni, con cui vengono santificati dalla pietà religiosa le ore, i giorni e i tempi dell'anno, con al centro il Sacrificio Eucaristico come un sole splendente che trae tutto a sé. Infatti giustamente si riteneva che nulla dovesse essere anteposto ad una così santa pratica religiosa. 
Si comprende con facilità quanta gloria da ciò sia derivata al Creatore di tutti e quale grande utilità alla Chiesa. 

Con questa forma di preghiera, fissa e mantenuta perenne attraverso i secoli, avete insegnato che il culto divino è di somma importanza nella umana convivenza. 

Dalle lettere di alcuni di voi e da parecchie missive giunteci da varie parti siamo venuti a conoscenza che i cenobi o le province da voi dipendenti - parliamo solo di quelle di rito Latino - hanno adottato differenti modi di celebrare la divina Liturgia: alcuni sono molto attaccati alla lingua Latina, altri nell'Ufficio corale vanno chiedendo l'uso delle lingue nazionali e vogliono inoltre che il canto cosiddetto Gregoriano sia sostituito qua e là con canti oggi in voga; altri addirittura reclamano l'abolizione della lingua latina stessa. 

Dobbiamo confessare che tali richieste Ci hanno non lievemente colpiti e non poco rattristati; e vien da chiedersi da dove sia sorta e, perché si sia diffusa questa mentalità e questa insofferenza in passato sconosciuta. 
Certamente vi è noto, né potete dubitare, quanto Noi amiamo le: vostre Famiglie religiose, quanto le stimiamo. 
Spesso Ci sono di ammirazione le testimonianze di insigne pietà e i monumenti di raffinato ingegno che le nobilitano. 
Riteniamo Nostra gioia se ci viene data qualche possibilità, purché sia lecito e conveniente, di favorire, di assecondare le loro richieste, di creare una situazione migliore. 

Ma quanto abbiamo detto sopra avviene dopo che il Concilio Ecumenico Vaticano II si è pronunciato in materia in modo meditato e solenne (Cf CONC. VAT. II, Cost. sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, n. 101 § 1) e dopo che sono state emanate norme precise con successive Istruzioni; nella prima Istruzione, per l'esatta applicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia, emanata il 26 settembre 1964, è stato stabilito quanto segue: «Nella recita del divino Ufficio in coro, i chierici sono tenuti ad usare la lingua latina» (n. 85); e nell'altra, che tratta della lingua da usare nella celebrazione dell'Ufficio e della Messa «conventuale», «di comunità» presso i Religiosi, emanata il 23 novembre 1965, quella disposizione viene confermata e insieme si tiene conto dell'utilità spirituale dei fedeli e delle particolari condizioni che sussistono nei paesi di missione. 

Dunque, fino a quando non venga stabilito legittimamente in maniera diversa, queste leggi restano in vigore e richiedono obbedienza, nella quale si devono distinguere principalmente i religiosi, figli carissimi della Chiesa. 

Infatti qui non si tratta soltanto di conservare nell'Ufficio corale la lingua latina - indubbiamente degna, non è cosa da poco, di essere custodita con cura, essendo nella Chiesa Latina sorgente fecondissima di cristiana civiltà e ricchissimo tesoro di pietà -, ma anche di custodire indenni la qualità, la bellezza e l'originario vigore di tali preghiere e di tali canti: si tratta infatti dell'Ufficio corale, espresso «con le voci della Chiesa che dolcemente canta» (Cf S. AGOSTINO, Confessiones, 9, 6: PL 32, 769), e che i vostri fondatori e maestri e Santi del Cielo, luminari delle vostre Famiglie religiose, vi hanno tramandato. 

Non vanno sottovalutate le tradizioni degli antenati che lungo i secoli costruivano la vostra gloria. 

Questa maniera di recitare l'Ufficio divino in coro fu una delle principali ragioni della solidità e del felice sviluppo delle vostre Famiglie. 

Suscita quindi meraviglia che, al sorgere di un improvviso turbamento, ad alcuni sembri già di dover trascurare queste motivazioni. 

Quale lingua, quale canto vi sembra che possa nella presente situazione sostituire quelle forme della pietà cattolica che avete usato finora? 

Bisogna riflettere bene, perché le cose non diventino peggiori dopo aver rinnegato questa gloriosa eredità. 
Poiché vi è da temere che l'Ufficio corale venga ridotto a una recitazione informe, della quale voi stessi sareste certamente i primi a risentire la povertà e la monotonia. 

Sorge anche un altro interrogativo: gli uomini desiderosi di sentire le sacre preci entreranno ancora così numerosi nei vostri templi, se non vi risuonerà più l'antica e nativa lingua di quelle preghiere, unita al canto pieno di gravità e bellezza? 

Preghiamo dunque tutti gli interessati, di ponderare bene quello che vorrebbero abbandonare, e di non lasciare inaridire la fonte alla quale hanno fino ad oggi abbondantemente attinto. 

Senza dubbio la lingua latina crea qualche, e forse non lieve,  difficoltà ai novizi della vostra sacra milizia. 

Ma questa, come sapete, non è da ritenere tale che non possa essere superata e vinta, soprattutto tra voi che, più lontani dagli affanni e dallo strepito del mondo, potete più facilmente dedicarvi allo studio. 

Del resto quelle preghiere permeate di antica grandezza e nobile maestosità continuano ad attrarre a voi i giovani chiamati all'eredità del Signore; in caso contrario, una volta eliminato il coro in questione, che supera i confini delle Nazioni ed è dotato di mirabile forza spirituale, e la melodia che scaturisce dal profondo dell'animo, do ve risiede la fede e arde la carità, il canto gregoriano cioè, sarà come un cero spento che non illumina più, non attrae più a sé gli occhi e le menti degli uomini. 

Comunque, figli carissimi, le richieste di cui abbiamo parlato sopra riguardano realtà tanto gravi che al momento non Ci è possibile accogliere, derogando alle norme del Concilio e alle Istruzioni menzionate. 

Vi esortiamo quindi caldamente a ponderare bene sotto ogni aspetto una questione tanto complessa. 

Per la benevolenza di cui vi circondiamo e per la buona stima con cui vi accompagniamo, non vogliamo permettere ciò che potrebbe essere causa di una caduta verso il peggio, diventerebbe forse sorgente di non beve detrimento e certamente porterebbe malessere e tristezza alla Chiesa tutta. 

PermetteteCi, anche contro la vostra volontà, di difendere la vostra causa. 

La Chiesa che per ragioni di indole pastorale, cioè per il bene del popolo che non sa il latino, ha introdotto le lingue nazionali nella sacra Liturgia, vi dà mandato di custodire la tradizionale dignità, la bellezza, la gravità dell'Ufficio corale sia nella lingua come nel canto. 

E così siate ossequienti con cuore sincero e docile a prescrizioni non suggerite da amore esagerato delle antiche usanze, ma proposte dalla carità paterna che abbiamo per voi e consigliate dallo zelo per il culto divino. 

Infine impartiamo di cuore nel Signore a voi e ai vostri religiosi la Benedizione Apostolica, propiziatrice dei doni celesti e testimone delle buone disposizioni del Nostro animo. 

Dato a Roma, presso S. Pietro, il 15 agosto l'anno 1966, 
festa dell'Assunzione di Maria Vergine, 
quarto del Nostro Pontificato. 
PAOLO PP. VI