sabato 4 giugno 2016

Le donne russe: ridateci i fornelli. Giro di voci da Mosca a proposito del femminismo. Non è mai esistito, e se ci fosse sarebbe un male


Amici ci hanno segnalato un vecchio articolo di un certo interesse sugli anticorpi tradizionali e sociali che vengono da est.


Il Foglio 12-8-2015
Marta Allevato
Mosca. Il femminismo in Russia? “Praticamente, non è mai esistito”. Cinica e lapidaria, Olga Lipovskaya, la veterana dei diritti della donna in Russia, riassume così al Foglio la storia del femminismo nel suo Paese. Qui, gli attacchi verbali alla giornalista Megyn Kelly, sferrati dell’aspirante candidato presidenziale americano, Donald Trump, sono stati quasi ignorati dai media, alle prese con la svalutazione del rublo, la crisi ucraina e quella economica.
Il commento misogino di un politico non fa notizia. Ne sa qualcosa il difensore dei diritti dei minori Pavel Astakov, che nel bel mezzo dello scandalo suscitato a maggio dal matrimonio di una minorenne in Cecenia, ha giustificato la vicenda, spiegando che in Caucaso “l’emancipazione e la maturità sessuale arrivano prima e la donna a 27 anni è ormai avvizzita e sembra una 50enne”.

La ‘questione femminile’ non è un tema che raccoglie consensi e viene tenuta ben lontana da qualsiasi campagna elettorale. Era così anche ai tempi dell’Unione sovietica, racconta la Lipovskaya: neppure l’intellighenzia, la dissidenza e le donne che vi militavano hanno mai sollevato il problema. “Il femminismo esisteva prima della rivoluzione d’Ottobre, con le ravnopravki, le donne che a metà del XIX secolo si battevano per l’uguaglianza nell’istruzione e non per la partecipazione politica, istanza arrivata solo all’inizio del ‘900. L’Unione Sovietica ha poi concesso apparente libertà e parità: “Asili per i bambini, diritto al voto, al divorzio e all’aborto – ricorda l’attivista di San Pietroburgo – Le donne studiavano, avevano accesso a quasi tutte le professioni, ma si continuava a dare per scontato che, prima di tutto, dovessero adempiere ai doveri familiari”. Si è così finito per pensare che l’Urss fosse già la patria dell’uguaglianza e il femminismo non ha mai attecchito nelle forme e nella portata assunte in Europa e Stati Uniti.

Anche i leader della debole opposizione, come il blogger Aleksei Navalny, sono stati attenti a non scottarsi con certe tematiche poco popolari. Nonostante il clamore internazionale provocato dalla performance del gruppo punk-femminista delle Pussy Riot nel 2012 – che nella cattedrale di Mosca invocavano la Vergine Maria di salvare la Russia dal machismo di Putin – hanno rifiutato di farsi portavoce di qualsiasi istanza legata alla battaglia per la parità dei diritti. Nel processo che ha poi condannato al carcere tre delle pussyk (come sono chiamate in Russia) per “teppismo motivato da odio religioso”, il pubblico ministero ha definito il femminismo “un peccato mortale”. “Femminista” è sinonimo di “mancanza di femminilità” e suona quasi come un’offesa dalle stesse donne, che qui rivendicano con orgoglio di appartenere al sesso debole e non si vergognano di cercare nell’uomo, prima di tutto, sicurezza economica.

Il femminismo è percepito con ostilità anche negli ambienti liberali. A marzo, ha fatto discutere sui social network il post della popolare blogger Katya Kermlin, secondo la quale in Russia non esiste discriminazione. Anzi: a suo dire, 15 anni fa nel paese c’è stato un “movimento femminile di massa, il cui obiettivo è stato quello di rinunciare alla maggioranza dei diritti”, di cui in Russia le donne hanno sempre goduto, per dichiarare apertamente che sono stanche dell’uguaglianza e vogliono avere sì il diritto di occuparsi solo di figli, fornelli e dei regali che si aspettano dai mariti.

Secondo la vice direttrice dell’edizione russa di Marie Claire, Svetlana Kolchik, “molte donne in Russia sono più forti di quelle nei paesi occidentali, sono femministe, anche se non per scelta, per necessità”. Non è difficile, infine, sentire tra le giovani istruite moscovite che “in Russia non c’è tempo per il femminismo”.

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