lunedì 9 settembre 2013

"Il Caso dei Francescani dell'Immacolata": qualche parola sulquestionario


ANALISI DEL QUESTIONARIO DEL VISITATORE APOSTOLICO,
MONS. VITO ANGELO TODISCO

di Cristina Siccardi, da Corrispondebza Romana 9.09.13

Il questionario che il Visitatore apostolico, Monsignor Vito Angelo Todisco, inviò il 1° novembre 2012 a ciascun Professo Solenne dell’Istituto Frati Francescani dell’Immacolata (http://franciscantruth.files.wordpress.com/2013/08/visita-apostolica-questionario-f-i.pdf)  continua a suscitare perplessità e polemiche, tanto per l’irritualità innovativa del medesimo, quanto per alcuni aspetti del suo contenuto.

ffiiInnanzitutto l’utilizzo stesso del questionario non appartiene alla tradizione delle visite apostoliche. Vista la delicatezza degli argomenti oggetto dell’indagine di un visitatore apostolico, il restringere ed irrigidire la raccolta di informazioni ad una serie di domande prestabilite ed identiche per tutti i destinatari (alcune delle quali quasi a risposta multipla), risulta essere inadatto. L’inidoneità principale del mezzo consiste nel privare l’indagine di moltissime informazioni di dettaglio che potrebbero fornire induttivamente elementi importanti di analisi; questa carenza però comporta anche una deformazione del flusso informativo che giunge al visitatore, in quanto l’inflessibilità e l’omogeneità delle domande tende, inevitabilmente, ad influenzare le risposte, incanalandole in una logica prestabilita ed astratta, quasi mai coerente con la vita e la spiritualità dei singoli ordini religiosi e, a maggior ragione, dei singoli conventi e delle singole anime.

Partendo dal presupposto che tutte queste considerazioni siano note e chiare a Monsignor Todisco, l’unica spiegazione che riusciamo a dare dell’utilizzo di un mezzo così standardizzato è quella dell’adesione dello stesso visitatore ad un’ideologia di carattere illuminista che, trascurando la molteplicità delle realtà spirituali, ritenga rilevanti unicamente gli aspetti etico-disciplinari.

Venendo ora ad esaminare il documento, dobbiamo, prima di ogni altra cosa, rilevare come lo stile sia giovanilistico e non consono ai Sacri Palazzi. Tanto nella lettera di accompagnamento, quanto nel questionario ci si rivolge ai religiosi con il confidenziale «tu», in una forma che vorrebbe essere paternalistica, ma che in realtà nasconde una grave mancanza di rispetto. Il visitatore apostolico si rivolge con il «tu» anche ai Padri guardiani delle diverse Case Mariane.

Lo stile “sessantottino” è presente nella tecnica con cui vengono formulate le domande, una modalità che muove, gerarchicamente parlando, dal basso verso l’alto e non viceversa, caricando ogni singolo frate della responsabilità di giudicare i propri Superiori. Questo, però, non perché si sia abbracciato in toto il principio democratico, secondo cui i Superiori devono rispondere ai propri subalterni del loro operato, essendone l’espressione, ma perché si è aderito al principio illuministico-marxista della sostituzione dell’autorità con il potere: il Superiore non è più il faro e la guida verso la Verità, ma è colui che ha la materiale possibilità di imporre la propria opinione, legittimato dalla presunta assenza di verità oggettive. Ecco che, nel momento in cui arriva un visitatore apostolico lo stesso carisma dell’Istituto deve mutare, per assoggettarsi ai gusti del nuovo potente “signore”.

Ovvia conseguenza di tale ideologia rivoluzionaria è non solo la legittimità, ma addirittura l’obbligatorietà “etica” che i figli si rivoltino contro il proprio padre. Ecco dunque l’invito al parricidio spirituale: il fondatore, il Superiore Generale e tutti coloro che incarnano il “precedente regime” passano ipso facto da guide e capi a nemici pubblici e traditori, benché non abbiano tradito nulla e nessuno, ma siano rimasti fedeli a se stessi.

I problemi si acuiscono allorquando ci si addentra nei quesiti. Una visita apostolica presuppone che si indaghi sullo stile di governo, sulla comunione fraterna, sulla formazione religiosa dei candidati, sulla vita spirituale che viene condotta all’interno dell’Istituto… nulla di tutto questo: l’interesse è concentrato sulla verifica del fatto che i singoli frati percepiscano il fondatore e Superiore Generale, il Consiglio Generale, la Regola e le concrete azioni di governo dell’Ordine come eccessivamente improntati alla Tradizione e quindi incapaci di garantire la perfetta appartenenza all’Istituto di coloro che vedono nel Concilio Vaticano II una nuova Pentecoste e dunque rifiutano tutto ciò che non appaia come prodotto di tale Assise.

Le domande sono tendenziose e poggiano sulle insinuazioni e le maldicenze che cinque ribelli dei Francescani dell’Immacolata hanno esternato nei confronti di Padre Stefano Manelli, figlio spirituale di Padre Pio. Cinque ribelli che hanno avuto ottimo ascolto da parte del visitatore apostolico, che ha un fratello uscito dai Francescani dell’Immacolata. Anche Padre Pio venne inquisito da alcuni soggetti non privi di interessi personali a demolire il santo frate di San Giovanni Rotondo e il povero padre Pio, che fu perseguitato sia sotto il Pontificato di Pio XI che di Giovanni XXIIII, verrà umiliato, maltrattato, tenuto distante dai propri fedeli. Il Santo di Pietrelcina era tanto attaccato alla Messa di sempre da rifiutarsi di accettare le modifiche postconciliari del 1965, inducendo, con tale fermezza, Paolo VI a concedergli un indulto personale.

Padre Manelli nel fondare i Francescani dell’Immacolata ha avuto come stelle polari il Santo del Gargano e San Massimiliano Kolbe. L’ordine, fin dalle sue origini si è presentato come la riscoperta delle tradizioni francescane, rilette alla luce della mariologia del santo polacco. Le numerose vocazioni tra i Francescani dell’Immacolata sono dovute proprio a questa fedeltà alla Tradizione, che è risultata un po’ stretta ai cinque contestatori, insofferenti alla disciplina, alla serietà della Regola, alle penitenze e che per giustificare il loro rilassamento si sono scagliati contro la promozione del Vetus Ordo, liberalizzato con il Summorum Pontificum di Benedetto XVI, e contro il loro Padre fondatore, diffamandolo e calunniandolo. I cinque frati hanno così scritto il 31 gennaio 2012 alla Congregazione dei Religiosi e anche alla Congregazione della Dottrina della Fede per ottenere il commissariamento del loro Ordine.

Ecco che l’attenzione del visitatore apostolico si concentra sulla questione liturgica, cartina di tornasole e al tempo stesso simbolo di tutta la questione dottrinale: colpire la Santa Messa di sempre significa colpire tutta la Tradizione cattolica anteriore al Concilio Vaticano II.

Centrale in quest’ottica risulta il punto 8 del questionario:

Ritieni che l’introduzione definitiva della forma extraordinaria nell’Istituto:
è un bene:
SI (perché…)
No (perché…)
aiuta la comunione tra i membri:
SI (perché…)
NO (perché…)
risponde alle esigenze dell’evangelizzazione:
SI (perché…)
NO (perché…)
risponde alle esigenze di spiritualità dell’uomo contemporaneo:
SI (perché…)
NO (perché…)
risponde ai desideri del Superiore Generale:
SI (perché…)
NO (perché…)
è richiesta dal Concilio Vaticano II:
SI (perché…)
NO (perché…)
Risponde alla “mens” del Santo Padre:
(perché…)

La prima sottodomanda introduce una sorta di “libero esame liturgico”, ponendo in capo ad ogni francescano l’autorità di stabilire almeno concettualmente se l’obbedienza ad un Motu Proprio papale e la sua interpretazione in senso entusiastico ed espansivo, legittimamente presa dagli organi competenti (Superiore Generale e Consiglio Generale) sia un bene o un male, in senso assoluto e dunque se sia eticamente buono o eticamente malvagio. Ciò sottopone il frate che risponde ad una responsabilità enorme, poiché lo obbliga a prendere posizione, ben sapendo quanto il visitatore sia ostile alla Messa di sempre.

Le altre sottodomande, che ad una prima analisi paiono specificazioni della prima, spostano il piano del giudizio dalla moralità all’opportunità. Pare far dipendere la bontà o meno di un atto dalla sua idoneità a perseguire scopi che nulla hanno a che vedere con la sua finalità intrinseca. Lo slittamento dall’etica cattolica all’utilitarismo è palese. Anche la scelta delle finalità, cui strumentalizzare la forma della Santa Messa, risponde ad un criterio ideologico di chiara impronta illuministica. Strumentalizzare la Santa Messa ai fini della comunione tra i membri di un ordine religioso significa eliminare dall’orizzonte ogni riferimento a Dio, riducendo il rito sacro a semplice cerimonia umana, che ha per scopo quello di dare maggiore coesione alla comunità stessa, qualcosa di paragonabile ad una celebrazione statuale e politica, quale l’alza bandiera o l’ascolto dell’inno nazionale.

Domandare poi se la promozione all’interno di un Ordine religioso di un rito che la Chiesa ha adottato, quanto meno a partire dal IV secolo e in forma pressoché universale a partire dal XVI, significa ancora una volta strumentalizzare la liturgia a finalità pratiche, che nulla hanno a che vedere con il culto. La domanda dimostra inoltre una concezione modernista ed anticattolica dell’evangelizzazione: la Chiesa ha sempre detto che la conversione degli acattolici era il frutto dell’azione di Dio e quindi i più efficaci strumenti per conseguirla sono la santità e la preghiera; si veda, al riguardo, lo splendido libro di dom Jean-Baptiste Chautard, L’anima di ogni apostolato. Sono i modernisti che, riducendo la Fede ad ideologia ed eliminando ogni fiducia nell’onnipotente azione di Dio affidano l’evangelizzazione alla presunta intelligenza organizzativa dei vari piani pastorali a qualunque livello. Ecco che, in questa logica, la liturgia viene scelta non secondo il criterio di piacere a Dio, ma secondo quello di piacere agli uomini, in una riduzione dell’apostolato a mero marketing.

Nella medesima logica si colloca il domandare se un rito, mai abolito, risponda alle esigenze dell’uomo contemporaneo. È come considerare possibile il fatto che una chiesa gotica non risponda  a tali esigenze… Il rito, come la chiesa, devono rispondere alle esigenze della Verità portata dal Redentore e alle istanze della Fede, non a generici bisogni spirituali di ciascun individuo e/o di ciascuna epoca. Il rito deve essere permesso dalla Chiesa cattolica e il Vetus Ordo, tanto vilipeso dai modernisti, nonché ripudiato dai cinque frati ribelli, è stato completamente liberalizzato da Benedetto XVI, il quale dichiarò che non fu mai abrogato, nonostante la crudele persecuzione perpetrata, dal 1969 ad oggi, ai danni di tanti sacerdoti e fedeli che hanno proseguito, nel mondo, a celebrare e ad assistere a questa Santa Messa.

Il sospetto di malafede si profila a riguardo del quesito successivo. Domandare se, a parere del frate interrogato, la diffusione del Vetus Ordo all’interno dell’Ordine risponda ai desideri del Superiore Generale è incomprensibile. La risposta affermativa è ovvia, in quanto Padre Manelli ha favorito, nel quadro di una più approfondita riscoperta della Tradizione la celebrazione della Messa di sempre. Perché domandarlo se la cosa è pubblica e universalmente risaputa? Ancora una volta l’unica risposta riconduce alla mentalità più da commissario politico di sovietica memoria che da visitatore apostolico. Un fatto pubblico e assolutamente lecito viene così qualificato come colpa perseguibile. I “reati” richiedono di essere dimostrati, pertanto il visitatore, per dare una parvenza di legalità, finge indagare sull’effettiva commissione del fatto. Questo fa scattare nella mente del frate interrogato la subliminale idea che il fatto stesso, in quanto indagato sia malvagio. Tale è una delle tecniche divenuta famosa nei processi staliniani.

L’interrogativo che segue è quello che manifesta in maniera più chiara l’adesione di Monsignor Todisco all’idea modernista del Vaticano II come nuova Pentecoste. Domandare se la diffusione della Messa di sempre sia stata richiesta dal Concilio pastorale è una domanda retorica: il Concilio non ha mai richiesto un nuovo rito per la Messa. La risposta, questa volta negativa, è ovvia. Allora perché porla? Per ottenere due finalità fra loro concatenate, ossia qualificare come negativa la diffusione del Vetus Ordo e giustificare tale giudizio con il ricorso al Concilio, elevandolo ancora una volta al rango di fonte unica della dottrina e dell’etica cattolica.

Quanto l’adesione di Monsignor Todisco a questa ideologia modernista sia profonda e radicale lo dimostra l’ultimo quesito del punto 8: Risponde alla “mens” del Santo Padre? Una tale domanda lascia intendere che il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha firmato un documento di cui non condivideva il contenuto. Qui si sfiora l’umorismo involontario. Questa domanda se posta in maniera a se stante avrebbe una risposta obbligatoriamente positiva, poiché l’allora regnante Benedetto XVI, con l’emanazione del Motu Proprio Summorum Pontificum e la lettera di accompagnamento al medesimo, ha dimostrato il suo favor verso la diffusione della Messa di sempre. Posta però dopo la domanda sul Concilio, pare sottintendere l’obbligatorietà di una risposta negativa. Se il Concilio è l’unica fonte di legittimazione all’interno della Chiesa, come tutto il questionario sottende, allora il Pontefice non può che essere contrario a diffondere un rito che il Concilio stesso voleva mutare. Ed il fatto che l’operato del Pontefice dimostri l’esatto contrario non scuote il solerte funzionario.

Monsignor Todisco rincara la dose con  il punto 9:

«Ritieni che l’introduzione della forma extraordinaria nell’Istituto sia voluta:
dal Papa
Si (perché…)
NO (perché…)
Dal Capitolo Generale
SI (perché…)
NO (perché…)
Dal Superiore Generale
SI (perché…)
No (perché…)
Dal Consiglio Generale
SI (perché…)
NO (perché…)
Dal Capitolo della tua Comunità
SI (perché…)
NO (perché…)

Qui la forzatura ideologica è ancora più evidente. Si gioca, come è consuetudine dei modernisti, sui significati equivoci delle parole. Che cosa significa che la promozione del Vetus Ordo nell’Istituto dei Francescani dell’Immacolata sia voluta da qualcuno? Almeno due sono i significati: quel qualcuno ha materialmente richiesto ciò oppure quel qualcuno sia contento nell’apprendere tale promozione. In riferimento al Pontefice è ovvio che sia applicabile solo il secondo significato, mentre per tutti gli altri sono applicabili entrambi. È chiaro che in tutto il questionario si obbliga il religioso interrogato a giudicare non soltanto i propri Superiori, ma lo stesso operato del Papa.

Interpretando invece tutte le domande solo nel primo significato, interpretazione questa suggerita dalla notoria ostilità del visitatore alla Messa di sempre, si deve concludere che la sua estensione nell’Istituto non sia stata “voluta” dal Papa. Il rimarcare questo è palesemente finalizzato a tentare di togliere la copertura papale alla suddetta estensione, gettando nel nulla, con i suddetti artificiosi ragionamenti il decreto Summorum Pontificum. Discorso analogo vale anche per il riferimento al Capitolo della Comunità. Essendo la promozione della Messa antica stata decisa dal Superiore Generale e dal Consiglio Generale, avere inserito la domanda sul Capitolo della Comunità tende a delegittimare dal basso questa azione, come quello sul Papa tende a delegittimarla dall’alto. Tutto il punto è teso a lasciare nel frate che deve rispondere l’impressione che non si sia trattato di un legittimo atto di governo da parte dei competenti organi dell’Ordine, ma di un arbitrio del Superiore Generale e del Consiglio Generale a sua volta da lui influenzato.

La deriva relativista e soggettivista cresce ulteriormente nei punti 10, 11, 12. Nel primo si domanda se l’introduzione del Vetus Ordo sia conforme alla spiritualità dell’interrogato, giocando ancora sull’equivoco del termine introduzione, quasi che il tale rito sia stato imposto a tutti anche contro la propria volontà. Nelle due successive domande si richiede di esprimere un giudizio sull’introduzione stessa del Vetus Ordo e su chi sia l’organo, a norma delle Costituzioni, depositario di tale potere, con uno spirito che ha poco di ecclesiastico, ma segue piuttosto le modalità del referendum democratico. È evidente che non si cerca di comprendere come si vive nei diversi conventi dei Francescani dell’Immacolata sparsi per il mondo, ma di aizzare i membri dell’ Istituto contro Padre Stefano Manelli ed il Consiglio Generale.

A sostegno di questo tentativo di influenzare le risposte, viene allegato nello stesso questionario un passo tratto dal libro dei Verbali del Capitolo Generale, dove si afferma che «Padre Stefano risponde che si dovrebbe arrivare ad una stabilità quotidiana ove possibile. Viene poi chiesto come procedere nelle parrocchie o diocesi dove non c’è la sensibilità a questo rito e come risolvere la ritrasmissione radiofonica di questa Messa che prevede preghiere silenziose. I capitolari convengono sulla superabilità di questi problemi e p. Stefano sottolinea la convenienza soprattutto per la Messa conventuale». Il testo (trascritto e fotografato dall’originale manoscritto) è normalmente segreto, riservato al Superiore Generale, al Capitolo Generale e, semmai, alla lettura del visitatore apostolico, ma certo non può essere diffuso con tanta faciloneria, infatti i contenuti dei Verbali non possono essere propagandati neppure tra i confratelli.  Questa pubblicazione è un abuso di fiducia ed una grave mancanza di rispetto.

Nell’ultima domanda si dichiara: «Se il Superiore Generale e il Consiglio Generale, con la «Normativa liturgica per il “Vetus Ordo” del 21 novembre 2011 fossero andati al di là di quanto stabilito nel Capitolo Generale del 2008 quale dovrebbe essere secondo te l’atteggiamento dei membri dell’Istituto?». Qui c’è già la risposta preconfezionata che si autotradisce, infatti non sta scritto, semplicemente, «obbedire», bensì «obbedire ciecamente», dando una chiara accezione di passività all’interrogato che desidera obbedire. Seguono:

Disubbidere, perché…
Ritenere la Normativa non vincolante, perché…
Chiedere la convocazione di un Capitolo Generale straordinario, perché…

Il questionario termina incentrando tutto sull’imputato, ovvero su Padre Stefano Manelli, con la richiesta di apporre delle croci a fianco di giudizi inerenti lo stile di governo del Superiore Generale, sulle decisioni di quest’ultimo in materia liturgica, sulle sue decisioni in riferimento alla formazione dei giovani religiosi e dei candidati al sacerdozio ed, infine, ponendo delle chiare insinuazioni malevole sui rapporti del Superiore Generale con la Congregazione delle Suore Francescane dell’Immacolata, facendo fede alle accuse dei ribelli che, come non condividono la stima e l’ammirazione che i Francescani e i membri del Terz’Ordine hanno per il loro Superiore, così non condividono la stima che il fondatore, il Consiglio Generale e la quasi totalità dei Francescani dell’Immacolata nutrono nei confronti delle monache.

Il punto dei rapporti con le Francescane dell’Immacolata è rivelatore dell’intento calunnioso del visitatore: in luogo di sollevare precise accuse nei confronti del comportamento di Padre Manelli, egli si lancia in insinuazioni particolarmente velenose per la propria indeterminatezza, insinuazioni per cui è pressoché impossibile rispondere poiché nulla affermano, ma tutto potrebbero far intuire. Ricordiamo che l’accusa di intrattenere rapporti violativi del sesto comandamento con le proprie devote è stata l’architrave della campagna diffamatoria ordita a più riprese nei confronti di Padre Pio. Anche allora si partì con insinuazioni indeterminate per giungere poi a calunnie vere e proprie. La tecnica è quella classica della diffamazione, utilizzata dai regimi totalitari, dove fanno testo i delatori e coloro che, per la loro incapacità di raggiungere determinate vette etiche e spirituali, tentano di infangare gli innocenti e gli asceti.

In conclusione, sono risapute le lamentele degli Istituti Religiosi per i gravi danni  causati dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Si dice che essa opera attraverso diversi funzionari che agiscono senza interesse per la verità e la giustizia, ma soltanto in forza del potere. Sofferenza e dolore vengono elargiti senza pietà, né evangelica, né umana. È noto che, le comunità religiose quando devono risolvere dei propri problemi, sono invitate da prelati seri a non rivolgersi al Dicastero romano per i religiosi, ma a dirimerli internamente per non cadere in mani pericolose e distruttive. Pertanto non stupisce che, in questo caso specifico, riferito ai Francescani dell’Immacolata, tale Congregazione abbia nominato Monsignor Todisco quale visitatore apostolico e abbia avallato un discutibile quanto contestabile questionario.

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