venerdì 28 giugno 2013

Il Card. Ranjith : " La Liturgia è più grande di noi e ci porta con sé verso una trasformazione totale"

Da Chiesa e post concilio prendiamo la parte conclusiva della Relazione, di grande respiro, cultura, spessore , da vero Pastore, che Sua Eminenza Rev.ma il Card. Malcolm Ranjith, Arcivescovo di Colombo (Sri Lanka ) ha presentato il 25 giugno scorso al Convegno romano presso la Pontificia Università della Santa Croce " Sacra Liturgia 2013, culmen et fons vitæ et missionis ecclesiæ " organizzato in occasione dell'Anno della Fede per commemorare i 50 anni dall'inizio dei lavori del Concilio Vaticano II ed approfondire le tematiche inerenti la formazione liturgica, la celebrazione e la missione nella Chiesa. 
Ah! Se tutti i sacerdoti leggessero le parole della conclusione di questa Relazione e ne facessero tesoro!  
Ringraziamo di cuore la Redazione di Chiesa e post concilio ! 
A.C.
La Liturgia, culmine e fonte della vita e della missione della Chiesa del Card. Malcolm Ranjith 

"La Liturgia è più grande di noi e ci porta con sé verso una trasformazione totale, che spesso noi non siamo in grado di comprendere pienamente"

Miei cari amici, Papa Benedetto XVI nella sua Esortazione Apostolica Postsinodale 'Sacramentum Caritatis' (22 febbraio 2007) così parla della Liturgia: “Nella Liturgia rifulge il Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama alla comunione ... modalità con cui la verità dell’amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l’amore” (Sacramentum Caritatis, n.35), mostrandoci la vera natura della vita liturgica cristiana che egli chiama “veritatis splendor” e “l’affacciarsi del Cielo sulla Terra” (Sacramentum Caritatis, n.35). 
 La bellezza della Liturgia, quindi, risiede non primariamente in ciò che facciamo noi o quanto interessante e soddisfacente essa sia per noi, bensì in quanto veniamo attratti intimamente in qualcosa di profondamente divino e liberante.
La Liturgia è allora più grande di noi e ci porta con sé verso una trasformazione totale, che spesso noi non siamo in grado di comprendere pienamente.
È la vittoria pasquale di Cristo celebrata nel cielo e sulla terra.
A questo punto, farei un excursus biblico per mostrare quanto la missione della Chiesa, continuazione di quella di Israele, è intimamente legata alla celebrazione della sua Liturgia.  ...

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 CONCEZIONI ERRONEE 


Un altro aspetto del processo di un rinnovamento davvero profondo della Chiesa, a causa del ruolo decisivo che ha il culto nella sua vita e missione, è la necessità di purificare la Liturgia da alcune concezioni erronee che sono penetrate nell’euforia delle riforme introdotte da alcuni liturgisti dopo il Concilio – cosa che, bisogna riconoscere, non è mai stata nella mente dei padri conciliari quando approvarono la storica Costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium

a. Archeologismo 
Apre la lista un genere di falso “archeologismo” che echeggiava lo slogan “torniamo alla Liturgia della Chiesa primitiva”. Si nascondeva qui l’interpretazione che soltanto ciò che si celebrava nella Liturgia del primo millennio della Chiesa fosse valido, si pensava che il ritorno a ciò facesse parte dell’aggiornamento. 
La Mediator Dei insegna che questa interpretazione è sbagliata: “La Liturgia dell’epoca antica è senza dubbio degna di venerazione, ma un antico uso non è, a motivo soltanto della sua antichità, il migliore sia in se stesso sia in relazione ai tempi posteriori ed alle nuove condizioni verificatesi” (Mediator Dei, Enchiridion Encicliche, vol 6, Bologna 1995, n. 487).
Inoltre, poiché le informazioni sulla prassi liturgica nei primi secoli non sono chiaramente attestate nelle fonti scritte del tempo, il pericolo di un arbitrio semplicistico nel definire tali prassi è ancora maggiore e corre il rischio di essere pura congettura.
Inoltre non è rispettoso del processo naturale di crescita delle tradizioni della Chiesa nei secoli successivi.
Né è in consonanza con la fede nell’azione dello Spirito Santo lungo i secoli.
Ed è oltretutto altamente pedante e irrealistico. 

b. Sacerdozio ministeriale 

Un’altra concezione erronea di riformismo in materia di Liturgia è la tendenza a confondere l’altare con la navata.
Si osserva spesso che la distinzione essenziale nella Liturgia tra il ruolo del clero e quello dei laici è confuso a causa di una comprensione sbagliata della differenza tra l’ufficio sacerdotale di tutti i fedeli (sacerdozio comune) e l’ufficio del clero (sacerdozio ministeriale): una differenza ben spiegata nella Lumen Gentium.
Questo documento chiarisce che il sacerdozio comune di tutti i battezzati è stato sempre affermato dalla Chiesa (cfr. Ap. 1,6; 1 Pt. 2,9-10; Mediator Dei, nn. 39-41; e Lumen Gentium, n. 10), così come il sacerdozio ministeriale; i quali, a loro modo, partecipano entrambi “dell’unico sacerdozio di Cristo … quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado” (Lumen Gentium, n. 10).
La Costituzione liturgica del Concilio afferma che la Liturgia prevede una distinzione tra le persone “che deriva dall’ufficio liturgico e dall’ordine sacro” (Sacrosanctum Concilium, n. 32). La Mediator Dei era ancor più categorica affermando che: “Ai soli Apostoli ed a coloro che, dopo di essi, hanno ricevuto dai loro successori l’imposizione delle mani, è conferita la potestà sacerdotale” (Mediator Dei, in Enchiridion Encicliche, vol. 6, Bologna 1995, n. 468).
Il risultato di tale confusione di ruoli nell’epoca moderna è la tendenza a clericalizzare i laici, e a laicizzare il clero.
Indice di tale confusione è la sempre maggiore rimozione delle balaustre d’altare dai nostri presbiteri e il rimanere seduti o accovacciati per terra attorno all’altare; fin troppe persone hanno preso a entrare e a circolare sul presbiterio causando distrazione e disturbo alle nostre funzioni liturgiche.
La Santa Eucaristia, in tale situazione, diventa uno spettacolo, e il sacerdote uno showman.
Il sacerdote non è più come nel passato – come ha scritto K. G. Rey nel suo articolo Coming of age manifestations in the Catholic Church – : “il mediatore anonimo, il primo tra i fedeli davanti a Dio e non al popolo, rappresentante di tutti, che offre con loro il sacrificio recitando prescritte preghiere.
Egli oggi è una persona distinta, con caratteristiche personali, il suo personale stile di vita, con la propria faccia rivolta al popolo.
Per molti sacerdoti questo cambiamento è una tentazione che non sanno gestire … diviene per loro il livello di successo del proprio potere personale e perciò l’indicatore del sentimento di sicurezza personale e di autostima” (K. G. Rey, Pubertätserscheinungeng in der Katolischen Kirche, Kritische Texte, Benzinger, vol. 4, p. 25).
Il prete qui diventa l’attore principale che recita un dramma con altri attori sull’altare, e quanto più sono capaci e sensazionali, tanto più sentono di recitare bene. In uno scenario simile, il ruolo centrale di Cristo svanisce, e anche se in un primo momento tutto ciò può sembrare gradevole, alla lunga diventa estremamente banale e noioso. 

c. Actuosa participatio 

Un altro e diffuso orientamento liturgico male interpretato è l’actuosa participatio, termine ufficializzato dalla Sacrosanctum Concilium quando dichiara che: “È ardente desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della Liturgia” (Sacrosanctum Concilium, n.14).
E continua: “A tale piena e attiva partecipazione di tutto il popolo va dedicata una specialissima cura nel quadro della riforma e della promozione della Liturgia” (ibidem). Purtroppo ciò ha condotto ancora di più alla distrazione e alla spettacolarità, invece che ad un autentico servizio di devozione e di pietà nella Liturgia.
Nel suo libro Introduzione allo spirito della Liturgia Papa Benedetto definisce actuosa participatio come uno spirito di totale e devota assimilazione nell’azione di Cristo, Sommo Sacerdote, (cfr. Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della Liturgia, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2001, p. 169s). Si chiede il Papa: “In che cosa consiste però questa partecipazione attiva? Che cosa bisogna fare? Purtroppo questa espressione è stata molto presto fraintesa e ridotta al suo significato esteriore, quello della necessità di un agire comune, quasi si trattasse di far entrare concretamente in azione il numero maggiore di persone possibile, il più spesso possibile” (Joseph Ratzinger, cit., p.167).
Ma già nella Mediator Dei Papa Pio XII spiegava quale dovesse essere la partecipazione dei fedeli al sacrificio eucaristico: “Che tutti i fedeli considerino loro principale dovere e somma dignità partecipare al Sacrificio Eucaristico non con un’assistenza passiva, negligente e distratta, ma con tale impegno e fervore da porsi in intimo contatto col Sommo Sacerdote, come dice l’Apostolo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù», offrendo con Lui e per Lui, santificandosi con Lui” (Mediator Dei, Enchiridion Encicliche, vol. 6, Bologna 1995, n. 506-507).
Deve esserci quindi una sorta di sinergia, uno spirito di profonda comunione tra di noi e l’Agnello, il cui divin sacrificio di lode è incessante nella Liturgia celeste.
Sempre in Introduzione allo spirito della Liturgia il Cardinale Ratzinger scriveva: “Il punto è che, alla fine, venga superata la differenza tra l’actio di Cristo e la nostra, che ci sia solamente una azione, che è allo stesso tempo la sua e la nostra – la nostra per il fatto che siamo divenuti «un corpo e uno spirito»”(Introduzione allo spirito della Liturgia, p. 170).
Nell’esortazione postsinodale Sacramentum Caritatis, Papa Benedetto XVI enumera alcune delle disposizioni personali atte a realizzare tale senso di partecipazione con Cristo, quali “lo Spirito di costante conversione”, la “confessione sacramentale e digiuno”, una “maggiore consapevolezza del mistero celebrato e del suo rapporto con la vita”, la “santa comunione” nella quale siamo totalmente assimilati a Lui, ed anche il “raccoglimento e silenzio” (Sacramentum Caritatis, nn. 53-55).
In breve, la participatio riguarda più l’essere che il fare, senza il quale, come scrive il Cardinale Ratzinger, noi non comprendiamo alla radice il “theo-dramma” della Liturgia, che finisce per scivolare in mera parodia (cfr. Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della Liturgia, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2001, p.171).
E perciò necessario e urgente che la Liturgia sia presa seriamente da tutti i responsabili.
Essa non è qualcosa su cui noi come comunità o come individui possiamo decidere.
Poiché è Cristo che celebra nella Liturgia, essa è un’opera affidata alla Chiesa, promuove e porta a compimento la sua missione. Il Concilio Vaticano II è chiaro quando afferma che: “Ogni volta che il sacrificio della croce, col quale Cristo, nostro agnello pasquale, è stato immolato (cfr. 1 Cor. 5,7), viene celebrato sull’altare, si rinnova l’opera della nostra redenzione".
E insieme, col sacramento del pane eucaristico, viene rappresentata ed effettuata l’unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo (cfr. 1 Cor. 10,17)” (Lumen Gentium, n. 3).
L’Eucaristia perciò redime l’umanità e costruisce la Chiesa, la quale diventa ciò che afferma Papa Giovanni Paolo II: “«sacramento» per l’umanità, segno e strumento della salvezza operata da Cristo … per la redenzione di tutti” (Ecclesia de Eucharistia, n.22).
Il Papa continua dicendo che: “dalla perpetuazione nell’Eucaristia del sacrificio della Croce e dalla comunione col corpo e con il sangue di Cristo, la Chiesa trae la necessaria forza spirituale per compiere la sua missione. 
Così l’Eucaristia si pone come fonte e insieme come culmine di tutta l’evangelizzazione” (ibidem).
E perciò l’Eucaristia, per la quale la comunità dei fedeli e ogni discepolo di Cristo vengono assorbiti in Lui, poiché Lui ci assume su in Sé, ci fa diventare una comunità, e così siamo chiamati a partecipare alla sua missione redentrice e diveniamo parte della comunità dei redenti essendo stati purificati da Lui.
La Chiesa, perciò, viene formata dalla Liturgia e trae da essa la forza per svolgere la sua missione sulla terra.
Grazie a questo intimo legame con Cristo, Sommo Sacerdote, la Chiesa nella sua esistenza e missione si muove nel regno dell’azione salvifica di Dio.
Perciò Essa non s’impegna nella missione come semplice comunità umana o associazione altruistica, ma è il canale dell’azione salvifica di Dio.
L’assoluta necessità della Chiesa per la redenzione dell’umanità scaturisce da questo rapporto unico.
Se non esiste questa dimensione ulteriore della Liturgia, tutto finisce come in un grande show, senza nessun effetto salvifico. Infatti Gesù e la Chiesa, sua mistica continuazione nella storia, sono intrecciati in un’unione assimilante che col suo potere anima e porta frutto nella missione.
Egli lo ha confermato quando ha promesso agli apostoli di renderli “pescatori di uomini” (Mc. 1, 17).
Ha affermato che la fruttuosità missionaria sarebbe dipesa dalla comunione degli apostoli con lui come la vita e i tralci (cfr. Gv. 15,5).
È con la Liturgia, e specificatamente la celebrazione dell’Eucaristia, che tale comunione si produce in modo efficace.
E più la Chiesa è unita a Cristo, il che avviene in modo potentissimo nell’Eucaristia e nella celebrazione della vita liturgica, più fruttuosa sarà la sua missione poiché è Cristo e il suo eterno sacrificio che redimono il mondo, non quello che facciamo noi.
Ciò rappresenta una grave responsabilità per la Chiesa, dare il dovuto peso alla sua vita liturgica. 
La Chiesa lo ha annunciato a tutti lungo i secoli. Parlando delle forme rituali il Cardinale Ratzinger dice che: “Esse sono sottratte all’intervento del singolo, della singola comunità o anche di una Chiesa particolare. La non arbitrarietà è un elemento costitutivo della loro stessa natura.
Esse sono espressione del fatto che nella Liturgia mi viene incontro qualcosa che non sono io a farmi da me stesso, che io entro in qualche cosa di più grande, che, ultimamente, proviene dalla Rivelazione” (Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della Liturgia, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2001, p. 161).
Perciò la chiara richiesta della Costituzione Sacrosanctum Concilium è normativa: “Di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica” (Sacrosanctum Concilium, n. 22). 
Poiché Cristo è il soggetto principale dell’azione liturgica, non spetta a noi cambiare arbitrariamente o manipolare gli orientamenti essenziali o le norme della Liturgia. 
Altrimenti noi non saremmo diversi da coloro che, impazienti nell’attendere Mosè scendere dalla montagna, si costruirono un vitello d’oro da adorare; si erano fatti il loro rituale, il loro pasto, le loro bevande e il “rallegrarsi recitando Dio” e le Sacre Scritture ci dicono quello che accadde loro. 
Anche ai nostri tempi ci sono persone che desiderano rendere la Liturgia più interessante o appetibile; si fanno le proprie regole, correndo così il rischio di svuotare la Liturgia del suo essenziale dinamismo interiore, col risultato finale che le cosiddette forme di culto diventano alla fine insipide e noiose. 
Se tale improvvisazione veramente rendesse la Liturgia più efficace e interessante, allora perché con queste sperimentazioni e creatività il numero dei partecipanti la domenica è oggi caduto drasticamente? 
Questa è una domanda che dobbiamo affrontare con coraggio e umiltà. 
È giusto considerare i requisiti antropologici di una sana Liturgia, soprattutto riguardo ai simboli, alle rubriche e alla partecipazione; ma non si deve ignorare il fatto che questi non avrebbero significato senza una correlazione alla chiamata essenziale di Cristo di unirsi a Lui nella Sua incessante Azione Sacerdotale. 
Cari amici, ci sono molti altri punti che possiamo e dobbiamo considerare in materia di Liturgia e la sua centralità nella vita della Chiesa ma il tempo ci obbliga a limitare tali temi.
Forse li possiamo riprendere dialogando tra noi dopo questa presentazione. 


Vorrei concludere leggendovi una bella riflessione che il Santo Curato d’Ars, umile servitore dell’Eucaristia, scrisse nel suo Piccolo Catechismo sulla Santa Messa: “ Tutte le buone opere insieme, non eguagliano il sacrificio della Messa in quanto sono opere di uomini e la Santa Messa è opera di Dio. Il martirio non è nulla in confronto; è il sacrificio che l’uomo fa della propria vita a Dio; la Messa è il sacrificio che Dio fa all’uomo del suo corpo e del suo sangue. 
Oh, quanto grande è il sacerdote! Se egli lo capisse ne morirebbe … Dio gli obbedisce; dice due parole e nostro Signore scende dal cielo a questa voce e si rinchiude in una piccola ostia. Dio guarda sull’altare e dice: «quello è mio figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto». Nulla egli può rifiutare per i meriti dell’offerta di tale Vittima. 
Se noi avessimo fede, vedremmo Dio nascosto nel sacerdote come una luce dietro a un vetro, come a vino misto ad acqua ".
(The Little Catechism of the Cure’ of Ars, Tan Books and Publishers, Inc. Rockford, Illinois. USA, 1951 p. 37). 


QUI Tutta la Relazione 

( Foto : San Josemaría Escrivá de Balaguer, di cui la Chiesa ha celebrato la festa il 26 giugno scorso, mentre celebrava la Santa Messa )

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