domenica 12 maggio 2013

L'Ascensione nel repertorio gregoriano ( di Mattia Rossi )

L’Avvento, nella concezione patristica cristiana, oltre che essere concepito come l’adventus in carne, l’attesa per l’imminente nascita terrena del Salvatore, viene anche letto come l’attesa della parousìa, della seconda venuta del Signore, quella finale, l’adventus in maiestate. 
Noi attendiamo, sì, un bambino, ci ricorda la I domenica d’Avvento, ma dobbiamo essere pervasi anche di quell’attesa propria dei servi che non sanno quando arriverà il padrone (cfr Mc 13,33-37), dell’attesa di noi che non immaginiamo quando «il Figlio dell’uomo verrà» (Mt 24,44). Scrive Agostino che «Cristo Signore, Dio nostro, Figlio di Dio, al suo primo avvento si rese presente in modo velato, ma la sua seconda venuta sarà manifesta. 
Quando venne in forma velata non fu riconosciuto che dai suoi servi; quando verrà in forma palese lo vedranno i buoni e i malvagi. 
Quando venne sotto il velo della sua umanità, venne per essere giudicato; quando verrà manifestamente verrà per giudicare»; e, ancora, Cirillo di Gerusalemme ricorda che «non è unica la sua venuta, ma ve n’è una seconda, la quale sarà molto più gloriosa della precedente. 
Nella sua prima venuta fu avvolto in fasce e posto in una stalla, nella seconda si vestirà di luce come di un manto». 
Il canto gregoriano ci ricorda questa dualità propria del mistero cristiano dell’incarnazione proprio nel giorno dell’Ascensione di Gesù. 
Per comprendere il l’esegesi gregoriana occorre, però, richiamare prima il communio Ecce Dominus veniet della feria II “in ultimis feriis” d’Avvento: «Ecce Dominus veniet, et omnes sancti eius cum eo, et erit in die illa lux magna» (Ecco, il Signore verrà, e con lui tutti i suoi santi, e in quel giorno ci sarà una grande luce). 
La venuta “con tutti i suoi santi” è, evidentemente, la seconda, quella ultima. 
Il rapido andamento iniziale del brano, dopo un provvisorio indugio su «veniet», comincia ad allargare massicciamente proprio sulla frase «omnes sancti eius cum eo» per poi raggiungere la culminanza melodica su «die», il giorno. 
Ma il dato più sorprendente, e vengo, allora, all’Ascensione, riguarda la prima frase, «Ecce Dominus veniet». 
L’incipit riporta la stessa, identica, melodia dell’inciso «ita veniet» estrapolato dall’introito Viri Galilaei del giorno dell’Ascensione («Viri Galilaei, quid admiramini aspicientes in caelum? Alleluia. Quemadmodum vidistis eum ascendetem in caelum, ita veniet, alleluia, alleluia, alleluia») nel quale si dice esplicitamente: “Come l’avete visto salire al cielo, così verrà”. 
E quel “così verrà” («ita veniet») è riferito proprio all’ultima venuto alla quale, il precedente communio d’Avvento, faceva riferimento. 
Il ponte tra i due Avventi è instaurato, così, attraverso una medesima melodia su due testi simili che rimandano allo stesso concetto teologico. 
Per il cantore medievale che intonava, in Avvento, l’Ecce Dominus veniet, diventava naturale pensare al ‘gemello’ Viri Galilaei e, attraverso una sola parola, all’adventus in maiestate. 
Anche il communio dell’Ascensione conferma questa lettura intertestuale delle due occasioni liturgiche: «Psallite Domino, qui ascendit super caelos caelorum ad Orientem, alleluia», recita il testo dell’antifona. 
Qui, il collegamento è realizzato attraverso una formula melodica (posta su «ad Orientem») che ritroviamo uguale nel communio Ecce Virgo della IV domenica d’Avvento e dell’Annunciazione: «Ecce virgo concipiet et pariet filium et vocabitur nomen eius Emmanuel». 
Ed è proprio su «Emmanuel» che la formula ritorna: è il completamento dell’Emmanuele, il Dio-con-noi, con l’Oriente, il sole che sorge, l’asceso al cielo; è l’incarnazione di Cristo a proiettare l’ascoltatore gregoriano alla parousìa dell’Ascensione.
E viceversa.
Mattia Rossi 
Si ringrazia l'Autore per questo articolo "inedito" riservato ai Lettori di MiL in occasione della festa esterna dell'Ascensione di Nostro Signore.