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domenica 24 gennaio 2010

Echi tridentini: Fruttero e Lucentini agnostici anti-gnostici

Veri e degni nipotini italiani di Jorge Luis Borges, Carlo Fruttero (1926) e Franco Lucentini (1920-2002) hanno riconciliato per decenni un gran numero di lettori con la gioia di leggere, il gioco dell’intelligenza, la letteratura come vertigine e scoperta. Come dissipazione, anche, ironica e autoironica; ma, viene da dire: perché no? O preferiamo, invece, gli scribacchini che timbrano il cartellino nell’anticamera del loro commercialista?
Fra una dissipazione e l’altra, godendosela un mondo tra fumetti, fantascienza geniale e seriale, fulminanti elzeviri, divertimenti letterari e filosofici, son riusciti a regalarci, sempre con l’apparenza del gioco e dell’otium, almeno tre romanzi memorabili, fra i capolavori della letteratura italiana recente: nell’ordine inverso (tipo hit parade):
- 3. La donna della domenica (1972)
- 2. Enigma in luogo di mare (1991)
- 1. A che punto è la notte (1979).

E’ a quest’ultimo romanzo che faremo riferimento, in questa nostra ricognizione sugli echi tridentini in letteratura.
Il titolo fa entrare in gioco niente meno che il profeta Isaia (21,11): “Custos, quid de nocte?”: sentinella, quanto dureranno ancora queste tenebre, a che punto siamo in queste ore interminabili che ci separano dal chiarore dell’alba?
Che intorno a noi regni il buio, che in noi stessi e nel mondo in cui viviamo non ci si capisca più un gran che, che si invochi il soccorso di un guardiano della notte che veda le cose dall’alto, be’, sembra una metafora di un’attualità niente male. «Lo stato di emergenza s’era portato dietro una torma crescente di personaggi in varia misura indecifrabili, credenti increduli, scettici fanatizzati, timidi dinamitardi, miliardari ascetici, vescovi materialisti, disperati che insegnavano la felicità nelle scuole medie. In mezzo a quei brandelli e cenci e stracci di ogni dottrina e ideologia, camminava anche il Pezza con la sua valigetta di stramberie e contraddizioni, diretto verso chissà quali uscite.»

“Il Pezza” è don Alfonso, prete “conciliare” ambizioso e fantasioso, che è passato attraverso le varie fasi della solidarietà fraterna coi diseredati: raccolta di rottami per il terzo mondo, impegno ecologico, emigrazione, handicap, carcere, disoccupazione... Poi, colpo d’ala: “messe speciali del venerdì sera”: della sua parrocchia nel centro storico (degradato) di Torino si comincia a parlare, nel bene e nel male. «Dietro le ambiguità e perplessità, le sfide e le evoluzioni, si riproponeva il problema di Dio. In un mondo instabile e folle gli uni volevano che almeno Lui stesse ben fermo dov’era; gli altri, che si muovesse invece coi tempi. (...) Pezza faceva la sua parte rifiutando il Dio degli ex-voto, dei rosari, delle immaginette, e organizzando le sue movimentate messe speciali basate su certi “polidialoghi” con l’assemblea dentro una “cappella operativa” di sua invenzione. Gli altri, facendo anch’essi la loro parte, giudicavano questo Dio buffonesco, pubblicitario e cialtrone, e protestavano contro le messe “per i nostri fratelli scippatori”, “le nostre sorelle puttane”, “i nostri fratelli travestiti”

Dallo scandalo cittadino il parroco don Pezza esce con uno scarto laterale, una specie di mossa del cavallo negli scacchi. C’è chi parla di una visione, una svolta misticheggiante. Basta coi polidialoghi, basta coi concerti per Sega e Carrucole: chiesa al buio, via l’Enel: ceri e gran fuoco acceso in una cappella laterale sventrata e trasformata; davanti all’altare maggiore, una costruzione rudimentale di torre a sette piani; predicazione terrorizzante, strane parole che s’incontrano e si scontrano al buio (pneuma, spintera, uomini pneumatici e uomini carnali), brani dell’Apocalisse adoperati come bombe ad immediata deflagrazione; rigida separazione fra fedeli maschi e femmine, gli uni nei banchi di destra, le altre in quelli di sinistra.
La polizia entra in gioco dopo che una di queste “messe” serali si è conclusa con una misteriosa aggressione al parroco, con tafferugli, ferite, medicazioni al Pronto Soccorso, intervento dei vigili urbani. Un commissario, che sfoglia perplesso l’incartamento dedicato allo strano prete, ripensando alle parole dette al telefono dalla signorina facente funzione di viceparroco (“abbiamo il fuoco, il logos, la scintilla divina”...) non può fare a meno di chiedersi “che razza di Dio è” quello che si venera nella parrocchia di don Pezza.
Spezzone di colloquio fra il commissario Santamaria e il suo collega De Palma, alle prese col nuovo linguaggio post-riforma liturgico-pastorale:

« - Da una parte, se per la Curia questi venerdì vanno bene, non vedo perché dovremmo occuparcene noi. Gli estremi per vietare l’assemblea non ci sono.
De Palma lo guardò sorpreso.
- Quale assemblea? Io avevo capito che dopo lo scandalo dell’anno scorso, tutto si riducesse a delle messe con predica.
- Il che, - disse Santamaria scuotendo la testa, - dimostra quanto sei ignorante. La messa è innanzitutto un’assemblea, un rito comunitario. E quanto alla predica, - spiegò ripescando il giornaletto “Appartenere”, - la parola giusta è omelì... anzi no, ecco qua: omilìa. Fa molto meno predica, in questo modo. Poi c’è la didaché, che sarebbe quella che una volta si chiamava la dottrina, non so se ti ricordi.
- Vagamente.
- E inoltre abbiamo la kéruxis, che...
- Ma credevo che il latino l’avessero abolito?
- Appunto, adesso parlano greco, così capiamo meglio tutti quanti...
»

A che punto è la notte è un romanzo giallo; magistralmente costruito, pieno di riferimenti colti e raffinati, ma “giallo, comunque. Don Pezza, che salta in aria in chiesa durante una predica apocalittica, è solo il primo di tre morti ammazzati, in una vicenda che sembra cucita col filo dell’eresia gnostica di diciotto/diciannove secoli fa: gli eoni, il pleroma, Valentino, Marcione, l’infame Basilide, l’abominevole Carpocrate, il volo di Simone il Mago. Ma il contesto è quello della Torino degli anni di piombo: la criminalità comune e quella politica, le mafie, il narcotraffico, la classe operaia, l’eskimo, la Fiat, il femminismo, la Juventus, il rapporto centro-periferia, i quartieri dormitorio, i paesi della cintura, gli intellettuali e la cultura, quella vera e quella presunta. Come possono convivere questi due universi l’uno all’altro impermeabile?
Naturalmente in questa sede non aggiungerò parola, né farò cenno alle vicende e ai personaggi, agli snodi narrativi, alle incredibili ma logicissime e naturali conclusioni: raccontare un giallo significa voler male a chi legge o ascolta. Ma un paio di ulteriori citazioni, per noi che siamo in cerca di echi tridentini espliciti o fra le righe, mi piacerebbe proporre:


- (Nella chiesa di don Pezza, in attesa dell’inizio del rito): «Discordi e logore voci cantavano gl’inni senza tempo dell’antica liturgia. Quando avevano visto tornare le candele, le donnette, le vecchiette del quartiere erano tornate anche loro; non molte, perché la città era ormai troppo pericolosa dopo il tramonto, ma erano tornate. (...) Le vide sparse negli ultimi banchi di sinistra, le teste coperte dal velo, le spalle ingobbite, le mani giunte, perdute in quelle nenie latine che nessuno gli aveva chiesto, ma nemmeno proibito, di cantare.»


- (Nel degradato quartiere cittadino d’estrema periferia): «La chiesa, di tralicci e pannelli prefabbricati, era disperatamente moderna, solo due pezzi di ferro in croce la distinguevano da un padiglione di fiera, da un supermarket, dai gabinetti di una stazione di servizio sull’autostrada. Il parroco, don Feliciani, s’era disperatamente adeguato anche lui, portava stivali da mandriano, un eskimo blu, un maglione, una lunga sciarpa colorata, la barba di uno troppo occupato per radersela. (...) Il prete si guardò in giro nella chiesa deserta, che mirando a una sobrietà neo-francescana, aveva raggiunto a forza di mattoni, putrelle e vetrocemento, un perfetto squallore di garage.»


*


A che punto è la notte si presta a diversi livelli di lettura; per goderseli davvero non bisogna aver fretta (il che suggerisce l’opportunità di leggere rapidamente il giallo, “per vedere come va a finire”, e poi tornarci sopra con calma). A me sembra che il suo tema vero – al di là dell’interesse letterario e sociologico – sia in una partita dialettica: col pretesto della gnosi, due scrittori dichiaratamente agnostici si confrontano umilmente e pacatamente col problema dei problemi: l’esistenza e la presenza attuale di Dio dentro e fuori di noi, nella nostra giornata.
A quanto ne so, i due son rimasti agnostici. Franco Lucentini (il Signore abbia pietà della sua anima) è morto suicida nel 2002. Tramortito, Carlo Fruttero ha trascorso in silenzio quattro anni; poi è tornato a dar voce letteraria ai personaggi di una vicenda nuova, che ricominciava a parlargli dentro con le voci di otto diverse Donne informate sui fatti.
Una di queste è una cattolica di mezza età, una Volontaria, collaboratrice di un prete “in carriera”, uno di quelli che sa trasformare l’amore per il prossimo in un buon affare economico, un uomo di successo. A quante messe riformate avrà assistito, poveretta! Quante chiacchiere sullo spirito del Concilio, sulla Fede aggiornata e adulta, quante “preghiere dei fedeli” sbirciate sui foglietti, quanti improbabili segni di pace, quanti Padre nostro svitando lampadine!
Eppure, nel momento in cui si reca nella chiesa torinese della Consolata, per incontrare una povera ragazza in crisi di coscienza, alla quale deve lì sul momento dare un consiglio delicato che tocca la fede, la lealtà, i Comandamenti di Dio e quelli del demonio, ecco in che modo la racconta: alternando e sovrapponendo due diversi piani, uno più descrittivo e controllato, l’altro quasi a livello inconscio, che trova espressione nelle litanie del Rosario. Una cattolica adulta che cerca aiuto e conforto nel Rosario! recitato in latino!

«(...) C’è quel bel colonnato sul davanti e quel campanile molto più antico e tutta la piazzetta è come se fosse sempre pronta per una festa, fiaccole, canti, luminarie, magari con la neve, insomma una cosa allegra. E dentro tutti quei marmi rosa e quell’oro che sbaluccica da tutte quelle cappelle e cappellette, un salto nella luce, nella gloria di Nostra Signora, refugium peccatorum, consolatrix afflictorum, auxilium christianorum, ora pro nobis, che ne avevo bisogno. (...) Allora mi son rivolta piuttosto alla Santa Vergine, mater boni consilii, sedes sapientiae (ora pro nobis), che mi desse una pallida idea di quello che dovevo fare. Sono tanto confusa, Le dicevo, sono venuta fin qui per commettere una cattiva azione, per star zitta, non dire la verità, ma però in buona fede, a fin di bene. (...) Cosa fare, cosa dire, virgo prudentissima? E Milena che mi consolava, non fare così, Lucia, non piangere. (...) Adesso piangeva lei, ma in silenzio, non come me, e io pregavo, pregavo, regina confessorum, regina virginum, regina pacis (ora pro nobis), a vedere quelle piccole lacrime che scendevano giù (...)».

[Nello stilare la graduatoria dei capolavori di Fruttero e Lucentini ho – naturalmente – giocato anch’io: al gioco delle preferenze “di pelle” trasformate in giudizi di valore, con seriosa e apodittica presunzione da “grande critico”. Sorridiamoci sù, tutti noi affezionati lettori di F&L, e “stringiamci a coorte” chiedendo a gran voce ai responsabili dei “Meridiani” mondadoriani che cosa aspettano ad arricchirne il catalogo con un paio di doverosi e ponderosi volumi ben curati. Quo usque tandem?]
[In attesa di tale edizione critica, precisiamo che i due romanzi citati – A che punto è la notte (1979) e Donne informate sui fatti (2006) – sono presenti, anche in economica, nel catalogo Mondadori.]


Giuseppe

7 commenti:

  1. Rafminimi13@libero.it24 gennaio 2010 18:07

    Grazie per avermi riportato alla memoria un bellissimo libro che, anche se allora la pensavo diversamente da oggi, lessi d'un fiato negli anni della mia giovinezza!

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  2. Questo sito ve la servirà a dovere: http://www.vivailconcilio.it/

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  3. "Questo sito ve la servirà a dovere".
    Grazie per l'informazione, ma... non si capisce bene qual è il complemento oggetto.  :(  "La" in che senso?
    Dato il nome (e i nomi) c'è da attendersi... che cosa?
    La sacca? la casacca? la fiacca? la vacca? la baldracca? la baracca? la ceralacca? la salacca? la busciacca? la cacca? la patacca?

    Caro anonimo inneggiante e giubilante, non potresti essere più chiaro?

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  4. Ah, ho capito: la parola giusta è la "risacca", cioè, stando al vocabolario: "Movimento di ritorno di un'onda respinta da un ostacolo".
    Bravi vivailconcilio: fermerete il nemico sul bagnasciuga...

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  5. Complimenti a Giuseppe per il bellissimo stile del suo intervento. Non ha mai letto Fruttero e Lucentini, ma dopo questa segnalazione mi affretterò a farlo. Mi attrae soprattutto il titolo "A che punto è la notte".
    E' singolare che la tematica dello gnosticismo sia stata sfruttata  ( almeno, così mi pare ) soltanto o prevalentemente da scrittori non credenti ( Victor Hugo "La fin de Satan", Gustave Flaubert "Le tentazioni di sant'Antonio", Anatole France "La rivolta degli angeli" ). A questo filone si collegano anche l'ingiustamente dimenticato Papini ( con "Il diavolo" ) e il regista anticlericalissimo Luis Bunuel ( "Simon del deserto") .Forse gli educatori dei cattolici hanno evitato di "impasticciare" la mente dei loro alunni con una tematica che poteva portare in confusione; si è preferito limitarsi all'angelologia e demonologia ridotta nei termini delle enunciazioni catechistiche,sobrie e nitide ( ma anche un po' evasive; e oggi nemmeno quelle, temo). D'altra parte si deve dire che lo gnosticismo si connetteva agli sforzi di fornire una visione della cosmogenesi e delle lotte fra le "potenze" che dominano il mondo ( concetto non secondario nell'insegnamento di san Paolo ). Von Balthasar ha composto una poderosa "Teodrammatica". Il nome stesso indica la concezione secondo la quale l'universo non è un "blocco unico", ma è composto di elementi parzialmente indipendenti, che si incontrano e si scontrano come gli attori sul palcoscenico, con un esito conclusivo. Bisognerebbe  discutere se una riflessione cristiana sul cosmo e sulla storia naturale
    ( oggi molto marginalizzata ) non debba comprendere anche il discorso della conflittualità. In tal modo sarebbe anche esteticamente più interessante, oltrechè più corrispondente alle elaborazioni dell'odierna cosmologia ( Big Bang. Buchi Neri... ). A mio parere anche un ateo sarebbe interessato a una presentazione dell'Apocalisse. Comunque il discorso coinvolge prevalentemente l'area tedesca. Padre Sommavilla, gesuita trentino che tradusse von Balthasar, era entusiasta di Tolkien, in cui rinveniva importanti significati teologici. In ogni caso è una zona che esula dal piatto "sociologismo" ma in cui occorre muoversi con circospezione.

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  6. Molto interessante, mi ha fatto venir voglia di correre in libreria a comprare i libri di F&L (poveretto quest'ultimo, preghiamo per la sua anima), dei quali finora ho letto solo prefazioni sui libri di Poe e Lovecraft.
    Al commento di Franco qui sopra aggiungo Il Pendolo di Focault di Eco, che è il suo vero capolavoro ed è un potente antidoto contro l'orrido veleno della gnosi.

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  7. non ho capito se il don pezza e' esistito veramente o se è un personaggio immaginario.
    essendo una discendente pezza il fatto mi incuriosisce assai.
    grazie
    maria paola iannella
    direzione@ageabruzzo.it

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