domenica 6 dicembre 2009

Simenon: il commissario Maigret alla messa da morto



Il commissario Maigret indaga. Agli uffici della polizia giudiziaria di Parigi è giunta una segnalazione, un biglietto anonimo nel quale si avvisa che a Saint-Fiacre de Matignon, paesino nel cuore rurale della Francia, sarà commesso un delitto durante la prima messa del Giorno dei Morti. Il commissario si reca sul posto spinto più che da altro da motivazioni personali: Saint-Fiacre è infatti il luogo in cui è nato e ha trascorso l’infanzia. Un’occasione, per Georges Simenon, di descrivere con il suo occhio di abile narratore una messa festiva “qualunque” della provincia francese (siamo negli anni fra le due guerre mondiali, il romanzo in questione, L’affaire Saint-Fiacre, risale al 1933). La messa è quella delle sei del mattino, alla quale è presente soltanto un gruppetto di donne particolarmente devote:



[…] Anche altre ombre convergevano verso la porta vagamente luminosa della chiesa. Le campane seguitavano a suonare. Alcune luci alla finestre delle case basse: gente che si vestiva in fretta per la prima Messa.

E Maigret ritrovava le sensazioni di un tempo: il freddo, il pizzicore agli occhi, la punta delle dita gelate, un sapore in gola di caffè. Poi, entrando in chiesa, un’ondata di calore, di luce morbida, l’odore dei ceri, dell’incenso… […] La corda che il campanaro aveva lasciato andare, tremolava ancora in fondo alla chiesa. Il sagrestano terminava di accendere i ceri […]

Requiem aeternam dona eis, Domine… Maigret avrebbe potuto ancora, forse, dar la replica al prete. […]
Dies irae, dies illa… […] Si alzò con gli altri al primo Vangelo. Particolari lo incalzavano da tutte le parti e lo assalivano i ricordi. Per esempio, a un tratto pensò: “Il Giorno dei Morti, lo stesso prete celebra tre messe…”. Ai suoi tempi, fra la seconda e la terza, faceva uno spuntino in casa del parroco. Un uovo bollito e formaggio di capra!

[…] Le vetrate impallidivano. Fuori spuntava il giorno. Una vacca muggiva in una cascina.

E quasi subito tutti s’inchinavano per l’Elevazione. Il flebile campanello del chierico tintinnava. Maigret fu l’unico a non comunicarsi. Tutte le donne si diressero alla balaustrata con le mani giunte, i volti ermetici. Le ostie, così pallide da sembrare irreali, passavano un attimo nelle mani del prete.
La Messa continuava. La contessa aveva il viso tra le mani.

Pater noster…
Et ne nos inducas in tentationem…

Le dita della vecchia signora si scioglievano, scoprivano un volto tormentato, aprivano il messale. Ancora quattro minuti! Le orazioni! L’ultimo Vangelo! E poi l’uscita dalla chiesa! E non ci sarebbe stato alcun delitto!



Il delitto, in realtà, avviene proprio in quegli ultimi minuti della messa, con un metodo diabolico: qualcuno ha inserito nel messalino dell’anziana contessa di Saint-Fiacre, molto malata di cuore, un falso ritaglio di giornale in cui si annuncia la morte di suo figlio in un incidente automobilistico. La signora lo trova, lo legge e si accascia silenziosamente. Ci si accorgerà che è morta solo qualche minuto dopo, vedendo che non si alza per uscire di chiesa. Al commissario, ovviamente, il compito di trovare il colpevole del misfatto.

Simenon, autore certamente alieno dalle tematiche religiose, ha però colto, in questo che è uno dei più riusciti romanzi della serie “Maigret”, il fascino della cornice fornita da una messa tridentina, al quale non è immune nemmeno l’incallito e poco praticante commissario. Il senso di penombra e di mistero, il silenzio, il raccoglimento ben si accompagnano alla suspense per un delitto sibillinamente annunciato. Chi riesce a immaginare invece un commissario Maigret che entra in una chiesa di Fuksas o di Portoghesi, tra sferruzzare di chitarre, coretti pop e prediche politically correct? In Francia poi trovare una chiesa aperta oggi non sarebbe nemmeno un’impresa così facile.


Jacopo

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